Il risparmio non é mai guadagno

Spesa pubblica in Europa

Uno dei capolavori di mistificazione costruiti dalla classe dirigente italica è stato quello di far credere che tutti problemi sono nella spesa pubblica e che, ovviamente, tutte le soluzioni sono nel taglio della stessa.

Ovviamente, come tante leggende metropolitane, anche se uno sciorina statistiche che mostrano che la spesa italica non è poi cosí lontana da quelli di altri paesi, la gente continua a credere alla leggenda, perché è la spiegazione più semplice (spesa pubblica = tasse = meno soldi da spendere) e perché evita di far pensare al vero problema: il paese è poco produttivo, sia nel pubblico e sia nel privato, con un settore pubblico che spende tanto ma male e un settore privato che lavora molto ma produce poco.

Le ragioni sono note: nel pubblico si erogano tanti stipendi e sussidi (anche alle imprese) ma è una spesa allocata male, e basti pensare che si spende poco per asili nido e altre provvidenze per le donne, e non si spende in innovazione che spingerebbe la ricerca scientifica e tecnologica.

Nel privato (ad esclusione di quelle aziende che esportano e che se la giocano alla grande contro la Germania), ci sono un sacco di aziendine incapaci di avere una gestione manageriale (e non padronale), poco capitale (e quindi vivere attaccati alla tetta ormai sterile delle banche) il che non permette l’innovazione e l’automazione, unica strada verso il miglioramento dei prodotti e dei servizi.

Quindi, pure immaginando di tagliare con l’accetta la spesa pubblica e mettere un po’ più di soldi nelle tasche della gente, quale sarebbe il risultato oltre l’immediato? Solo rimandare la fine di queste aziendine che certamente non automatizzeranno oggi se non l’hanno fatto ieri quando il soldo c’era.

Che fare dunque? L’unica cosa è migliorare la spesa pubblica, indirizzandola a dare sussidi a chi cerca attivamente un lavoro, incentivare l’automazione nel pubblico, aiutare le famiglie con asili nido e scuola a tempo pieno, aiutare quelle aziende che investono in automazione e che vendono all’estero.

Scopo? Guadagnare di più come paese. E con più esportazioni e più soldi, dare più efficienza alla macchina pubblica e più aiuto a chi è in cerca di lavoro.

Dallo stallo alle stelle.

Welfare

Partorito dall’accoppiamento “contro natura” fra due bande di politicanti intenti solo ad arricchirsi, il governo di Letta “Il Giovane” non ha combinato un bel nulla, salvo il patetico gesticolare del premier davanti ai giornalisti a spiegare sue strategie che non sono né efficaci e neppure fattibili, visto che le due bande non recedono un passo dalle loro strategie pre elettorali.

Il paese è in uno stallo totale. Persino i nuovi della politica – i grillini, i Renzi, i De Magistris, i Pisapia, gli Emiliano e i Marino – hanno capito che è meglio non sbilanciarsi in progetti irrealizzabili, data la mancanza cronica di denari e la loro incapacità a tagliare gli sprechi.

Ammesso che sia un bene tagliare gli sprechi o non farlo.

Perché il politicume e l’Amministrazione Pubblica se facessero qualcosa per ridurre la spesa inutile, creerebbero altri disoccupati nelle centinaia di migliaia di aziende che vivono di soldi pubblici, e se non fanno nulla, fanno crescere il debito e la necessità di tassare ancora di più.

La soluzione potrebbe essere quella di Obama e Bernake, una classica manovra keynesiana dove la spesa inutile viene convertita in spesa utile, procurando alla nazione una serie di infrastrutture e di servizi che le permettano un salto di qualitá e un affrancamento di risorse oggi bloccate.

Come lo sono le donne, schiacciate nella morsa casa-lavoro-bambini-anziani che impedisce loro di lavorare serenamente e anche di poter lavorare.

D’altra parte i paesi ricchi del Nord Europa, hanno sempre investito in servizi che – direttamente o indirettamente –  aiutano le donne, come ha dimostrato l’economista americano Peter Liendert in “Growing Public“.

Si potrebbe investire nella scuola a tempo pieno – dall’asilo all’università – eliminando ogni ipotesi di far pagare tasse scolastiche, rette e pasti a una popolazione che già oggi non ce la fa a combinare il pranzo con la cena.

Così come sarebbe vincente fare in modo che degli anziani se ne occupino le strutture pubbliche e non affidarli al fai-da-te delle famiglie, costrette ad arrangiarsi in proprio e con le badanti, magari volenterose, ma certamente non specializzate nella cura di chi ha costruito questa nazione e ha il diritto a una vecchiaia da cittadino e non da “ingombro” da gestire.

D’altra parte la spesa pubblica italica complessiva non è nemmeno piccola (rispetto al PIL e agli altri paesi UE), ma solo mal diretta e indirizzata.

Perciò, caro Letta, smetta di gesticolare e si dia da fare… se lo sa fare.

La colpa della Thatcher

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The witch is dead (la strega è morta), una canzoncina tratta dal film Il mago di Oz, è al secondo posto fra i brani più ascoltati in UK.

Quelli che odiavano la Thatcher (me compreso) si sono sfogati così, come se la morte della strega potesse eliminare i giganteschi danni fatti al Regno Unito (e al mondo) dalla signora che s’era fatta rifare il seno dalla sanità pubblica.

Tanti danni. Tantissimi. E in questo aiutata da Reagan e dalla banda Clinton, tutti insieme concordi nel lasciare le banche libere di fare disastri, da cui solo pochi paesi stanno uscendo, anche se con ferite non rimarginabili.

Ma il danno più grave inferto al tessuto economico dalla strega Maggie è di aver snerbato il sindacato – e in questo imitata in tutt’ Europa –  con la conseguenza che il sindacato è stato messo in un angolo e ha cessato il suo ruolo darwiniano nella società economica che è quello di favorire la crescita delle imprese sane.

Perché, paradossalmente, il sindacato ha un ruolo positivo quando fa il suo mestiere, cioè chiedere più salario e migliori condizioni di vita e di lavoro.

Il sindacato diventa un pungolo per le imprese a migliorare. Un soggetto che costringe l’impresa ad automatizzare che, come insegna Stiglitz, fa aumentare la produttività e permette di avere lavoratori più specializzati, meglio pagati anche se magari un numero inferiore a prima dell’automazione.

Invece, un sindacato bastonato, sconfitto non puó che limitarsi a difendere quello che c’è e certamente non a chiedere di più.

La prova l’abbiamo in Italia: salari di fame, poca produttività, nessuna automazione, innovazione che non si fa e in compenso un sacco di posti di lavoro (pagati poco), nel pubblico e nel privato, solo sprechi di denaro e illusioni per le imprese e i lavoratori che le cose continueranno sempre così. Ma non è così: la concorrenza mondiale alla fine distrugge prima le imprese poco competitive e poi un sistema economico che si regga sulla distribuzione iniqua della ricchezza, ormai in mano a poche persone che, non pungolate da un sindacato combattivo, certamente non aumenterà  i salari spontaneamente.

E come dice l’adagio “chi troppo vuole (solo per se) alla fine nulla stringe”