Innovazione e disoccupazione

E i politici si picchiano

Negli Stati Uniti, gli investimenti e l’innovazione non sono in declino.

Anzi, non c’è segno di stagnazione nell’utilizzo di nuove tecnologie.

Ma questo continuo flusso di nuove idee e applicazioni non risolve il problema degli over 40 senza lavoro, fenomeno in crescita cui nessuno fornisce una soluzione.

Così stando le cose, questo tipo di disoccupazione persisterà anche con una robusta ripresa, a meno che non ci siano grandi riforme strutturali nella previdenza sociale e nella formazione del capitale umano.

E in Italia?

Abbiamo tutti e due i problemi: over 40 che perdono il lavoro e poca innovazione, per cui c’è sia la disoccupazione delle persone mature e pure quella dei giovani, che non riescono a trovare lavori moderni, anche perché la scuola e l’università non li forma e le aziende sono generalmente troppo piccole per potersi accollare anche la formazione.

Ma tutto questo interessa poco ai politici che pensano solo alla conservazione della loro poltrona dorata.

Con ogni mezzo.

Anche con lo spettacolo indecente e indecoroso della finta rissa per i fotografi.

Gamberi digitali

gamberi argentini surgelati

Ieri sul NYT Paul Krugman argomentava sulla questione se la rivoluzione ICT fosse finita.

E in meno di 250 parole ci spiega che è in corso e che i suoi effetti si vedranno più avanti, anche se molti non vogliono vederli o non se ne accorgono visto che è strisciante, silenziosa e pervasiva.

D’altra parte, Krugman fa notare che ci sono voluti 25 anni dall’invenzione del microprocessore all’impatto negli anni 90 che ha avuto sulla produttività.

Questo è il dialogo culturale in America sull’esplosione delle tecnologie digitali, mentre da noi, in questi giorni, Assinform e Assintel, le associazioni che si occupano degli operatori del mondo ICT, hanno rilevato che la spesa per il digitale in Italia è scesa del 4,2%, il che vuol dire che, nonostante tutti i proclami governativi di volere un paese digitale, e nonostante ci siano più di una persona incaricata di smuover il pantano dell’immobilismo (sopratutto nella P.A.), il paese va all’indietro, non investe in tecnologie dell’informazione e si sta praticamente suicidando.

Di chi la colpa? Un po’ di tutti e un po’ di tutto. Le imprese troppo piccole per avere la forza di aggiornarsi, i venditori che cercano di vendere cose di moda e non cose utili e una P.A. che invece di fare da traino all’innovazione, con esempi virtuosi, fa di tutto per complicarsi la vita e complicarla a cittadini e imprese.

Insomma, stiamo avanzando come il gambero, andando all’indietro, e come i gamberi finiremo prima surgelati e poi fritti.

Uominicchi e innovazione

rubber ducks papere di gomma
Paperette

Come diceva Sciascia, ci sono uomini, uominicchi e quaquaraquá.

Una folla di quaquaraquà, gente che si agita, parla e apre il becco giusto per far sapere al resto del pollaio che pure loro esistono, povere papere strarnazzanti, il cui unico scopo é finire al forno, cotta a puntino per il padrone.

Gente che non conta niente, praticamente fungibile, una commodity per il datore di lavoro che, o ti chiami Fantozzi o ti chiami Filini, alla fine resti una specie di fotocopiatrice che va a caffé, tramezzini e gazzetta dello sport invece che a toner e corrente elettrica.

Macchine con nome e cognome invece che un numero di serie e modello.

Macchine che vanno dal medico invece che dal meccanico, ma in fondo macchine a due gambe e poco cervello.

Molta di questa gente potrebbe già essere stata sostituita ed eliminata dalle macchine vere, anche in maniera molto veloce, molto più rapida di quanto ci sia voluto per mettere i robot a verniciare le automobili alla catena.

Perché non avviene? Perché gli uominicchi, quelli che hanno un piccolo potere, – il capo fabbrica, il capo ufficio, il capo ospedale -, vivono di questa sindrome della portaerei: loro, dalla loro scrivania da capo-di-qualcosa, godono nel vedere le papere che sul ponte di volo si fanno il mazzo per loro, papere rispettose delle procedure che mettono in fila allo sportello altre papere più papere di loro, papere che si sottopongono a inutili lungaggini burocratriche per soddisfare il piccolo delirio di potere di un uominicchio che si sente “realizzato”.

Ecco a chi dobbiamo l’arretratezza del paese: agli uominicchi che non innovano, perché l’innovazione distruggerebbe quest’albagia d’essere capo-qualcosa, non importa se per una funzione assolutamente modesta e insignificante, l’importante è che dia al capetto la gloria effimera di lanciare tanti bei chicchirichì al mondo, un mondo che se ne fotte, visto che tu, caro capetto, conti solo come escort di papere al pascolo… che non è poi un gran realizzarsi.

La colpa della Thatcher

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The witch is dead (la strega è morta), una canzoncina tratta dal film Il mago di Oz, è al secondo posto fra i brani più ascoltati in UK.

Quelli che odiavano la Thatcher (me compreso) si sono sfogati così, come se la morte della strega potesse eliminare i giganteschi danni fatti al Regno Unito (e al mondo) dalla signora che s’era fatta rifare il seno dalla sanità pubblica.

Tanti danni. Tantissimi. E in questo aiutata da Reagan e dalla banda Clinton, tutti insieme concordi nel lasciare le banche libere di fare disastri, da cui solo pochi paesi stanno uscendo, anche se con ferite non rimarginabili.

Ma il danno più grave inferto al tessuto economico dalla strega Maggie è di aver snerbato il sindacato – e in questo imitata in tutt’ Europa –  con la conseguenza che il sindacato è stato messo in un angolo e ha cessato il suo ruolo darwiniano nella società economica che è quello di favorire la crescita delle imprese sane.

Perché, paradossalmente, il sindacato ha un ruolo positivo quando fa il suo mestiere, cioè chiedere più salario e migliori condizioni di vita e di lavoro.

Il sindacato diventa un pungolo per le imprese a migliorare. Un soggetto che costringe l’impresa ad automatizzare che, come insegna Stiglitz, fa aumentare la produttività e permette di avere lavoratori più specializzati, meglio pagati anche se magari un numero inferiore a prima dell’automazione.

Invece, un sindacato bastonato, sconfitto non puó che limitarsi a difendere quello che c’è e certamente non a chiedere di più.

La prova l’abbiamo in Italia: salari di fame, poca produttività, nessuna automazione, innovazione che non si fa e in compenso un sacco di posti di lavoro (pagati poco), nel pubblico e nel privato, solo sprechi di denaro e illusioni per le imprese e i lavoratori che le cose continueranno sempre così. Ma non è così: la concorrenza mondiale alla fine distrugge prima le imprese poco competitive e poi un sistema economico che si regga sulla distribuzione iniqua della ricchezza, ormai in mano a poche persone che, non pungolate da un sindacato combattivo, certamente non aumenterà  i salari spontaneamente.

E come dice l’adagio “chi troppo vuole (solo per se) alla fine nulla stringe”

Visti da Milano

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Se dobbiamo usare Milano come metro economico, non c’è da stare allegri.

Escludendo le migliaia di aziende pubbliche di proprietà di Comuni, Regioni, Province e Stato, e senza considerare settori del tutto morti come l’immobiliare e l’editoria, il resto delle aziende possono essere classificate in tre categorie:

A) quelle che vanno bene, riescono a stare sui mercati e hanno credito e cassa;

B) quelle che vanno così-così ma che non hanno possibilità di svilupparsi, per tutta una serie di ragioni, che vanno dalla poca capacità di presidiare i mercati alla scarsa possibilità di finanziarsi o farsi finanziare, dalla mancanza di un management adeguato alla poca capacità d’innovare;

C) quelle che non vanno proprio, sono fuori mercato, non hanno prodotti appetibili e senza alcuna possibilità di sopravvivere.

Ora, tenuto conto che questo 2013 si prospetta come un anno topico, che non farà sconti a chi sbaglia, il consiglio che si può dare alle aziende di tipo C è quello di non insistere nel combattere una guerra di logoramento: meglio chiudere bottega e calare la serranda cercando di non farsi troppo male.

Per le aziende di tipo B, meglio vendere baracca e burattini , al più presto possibile, e a qualcuno che – soldi in bocca – sia interessato a rilevare un’attività che lui, forte di capitali, idee e management sia in grado di mantenere in corsa; ed è l’unica soluzione perché l’alternativa è finire fra gli sfigati del gruppo C.

Quelle del gruppo A devono solo investire, investire e investire. Perché anche per loro c’è un rischio: il gruppo B, e quindi dover cedere a qualcuno meglio organizzato, strutturato e ben guidato per sopravvivere in anni dove la competizione diventerà sempre più feroce ed esiziale, sopratutto per chi non ha mentalità, struttura e soldi per battersi con un minimo di possibilità di successo.

In tutto questo conta sempre e comunque il fattore umano, cioè avere quel giusto numero di collaboratori, molto motivati e ben preparati, il che purtroppo significa sbarcare tutti quelli che non remano per una ragione qualsiasi.

Un’azienda oggi è come una portaerei in pieno Pacifico, dove ogni singolo marinaio deve essere ben conscio che è in guerra, tutti i giorni e a qualsiasi ora del giorno, e che se la nave prende un siluro (un cliente che lascia, un cliente che non paga, un cliente scontento), la nave comincia a imbarcare acqua.  E con la nave sbandata e poi affondata, in pieno Pacifico, nessuno viene a salvarti, in parole povere e brutali, non ci sono altre navi dove trovare un posto di lavoro, così come non ci sono più navi da crociera con ricche feste e cotillion.

Perché siamo in guerra, una guerra lunga e sanguinosa, dove lo scopo non è morire per la propria patria ma fare in modo che qualcuno muoia per la sua. (George G. Patton).