Innovazione e disoccupazione

E i politici si picchiano

Negli Stati Uniti, gli investimenti e l’innovazione non sono in declino.

Anzi, non c’è segno di stagnazione nell’utilizzo di nuove tecnologie.

Ma questo continuo flusso di nuove idee e applicazioni non risolve il problema degli over 40 senza lavoro, fenomeno in crescita cui nessuno fornisce una soluzione.

Così stando le cose, questo tipo di disoccupazione persisterà anche con una robusta ripresa, a meno che non ci siano grandi riforme strutturali nella previdenza sociale e nella formazione del capitale umano.

E in Italia?

Abbiamo tutti e due i problemi: over 40 che perdono il lavoro e poca innovazione, per cui c’è sia la disoccupazione delle persone mature e pure quella dei giovani, che non riescono a trovare lavori moderni, anche perché la scuola e l’università non li forma e le aziende sono generalmente troppo piccole per potersi accollare anche la formazione.

Ma tutto questo interessa poco ai politici che pensano solo alla conservazione della loro poltrona dorata.

Con ogni mezzo.

Anche con lo spettacolo indecente e indecoroso della finta rissa per i fotografi.

L’inflazione è morta?

Perché saremo per anni, forse per secoli, in deflazione

come funziona la deflazione

Come sapete la BCE, – cioè la Germania, che la manovra come un pupo siciliano – è contraria ad un aumento della massa monetaria.

La ragione è che i tedeschi credono in una sola religione: più massa monetaria = più inflazione.

Ora se questa legge fosse vera, avremmo un aumento dell’inflazione negli USA, dove la FED di denaro nell’economia ne ha pompato e ne pompa, e lo stesso in tutte le nazioni dove le povere banche centrali cercano in tutti i modi di far crescere l’inflazione che, però, pare fottersene delle auree leggi dogmatiche in cui credono i tedeschi, perché l’inflazione non solo non aumenta ma siamo caduti nel caso opposto: i prezzi non crescono più.

Ma perché, nonostante lo sbattimento delle banche centrali, l’inflazione non sale, anzi scende o finisce sotto lo zero?

Come si sa, l’inflazione è una misura della crescita di prezzi, e di conseguenza di salari e parcelle.

Ma se le aziende del mondo globalizzato (perché è folle pensare ormai a prodotti/servizi/prestazioni solo locali), hanno una enorme sovrapproduzione che non si riesce a collocare, e se per ogni lavoro c’è un milione di persone (proprio così!) disposte a farlo, per quale ragione i prezzi dovrebbero mai salire?

Obbiettivamente, possono solo scendere, e scendere ancora se aziende e persone vogliono sopravvivere.

Ma perché potrebbe durare tanto?

La ragione è in quello che ha evidenziato Nuriel Roubini: la globalizzazione ha portato 500 milioni di europei a competere con miliardi di cinesi e indiani, e ora anche l’Africa si è messa in moto.

E poi c’è l’automazione e la robotica che abbassano i costi e quindi i prezzi, per cui i prossimi anni e decenni potrebbero essere di una continua discesa di prezzi senza fine.

Qualcuno, per favore, lo spiegasse ai tedeschi, se ha tempo da perdere.

Il risparmio non é mai guadagno

Spesa pubblica in Europa

Uno dei capolavori di mistificazione costruiti dalla classe dirigente italica è stato quello di far credere che tutti problemi sono nella spesa pubblica e che, ovviamente, tutte le soluzioni sono nel taglio della stessa.

Ovviamente, come tante leggende metropolitane, anche se uno sciorina statistiche che mostrano che la spesa italica non è poi cosí lontana da quelli di altri paesi, la gente continua a credere alla leggenda, perché è la spiegazione più semplice (spesa pubblica = tasse = meno soldi da spendere) e perché evita di far pensare al vero problema: il paese è poco produttivo, sia nel pubblico e sia nel privato, con un settore pubblico che spende tanto ma male e un settore privato che lavora molto ma produce poco.

Le ragioni sono note: nel pubblico si erogano tanti stipendi e sussidi (anche alle imprese) ma è una spesa allocata male, e basti pensare che si spende poco per asili nido e altre provvidenze per le donne, e non si spende in innovazione che spingerebbe la ricerca scientifica e tecnologica.

Nel privato (ad esclusione di quelle aziende che esportano e che se la giocano alla grande contro la Germania), ci sono un sacco di aziendine incapaci di avere una gestione manageriale (e non padronale), poco capitale (e quindi vivere attaccati alla tetta ormai sterile delle banche) il che non permette l’innovazione e l’automazione, unica strada verso il miglioramento dei prodotti e dei servizi.

Quindi, pure immaginando di tagliare con l’accetta la spesa pubblica e mettere un po’ più di soldi nelle tasche della gente, quale sarebbe il risultato oltre l’immediato? Solo rimandare la fine di queste aziendine che certamente non automatizzeranno oggi se non l’hanno fatto ieri quando il soldo c’era.

Che fare dunque? L’unica cosa è migliorare la spesa pubblica, indirizzandola a dare sussidi a chi cerca attivamente un lavoro, incentivare l’automazione nel pubblico, aiutare le famiglie con asili nido e scuola a tempo pieno, aiutare quelle aziende che investono in automazione e che vendono all’estero.

Scopo? Guadagnare di più come paese. E con più esportazioni e più soldi, dare più efficienza alla macchina pubblica e più aiuto a chi è in cerca di lavoro.

Tanta stampa per nulla

Giornalista Italiano

Non so perché di domenica mattina uno si metta a guardare la TV, dopo aver dato da mangiare alle gatte e fattasi una corroborante dose di yogurt.

Premi un tasto a caso, la TV si accende, e tutta quella tecnologia ti fa atterrare in uno studio, verde sala operatoria, dove 6 giornalisti discutono di politica italica.

Come dire che discutono del NULLA. Il nulla assoluto. Qualcosa di più vuoto delle spazio interstellare o della testa di tante teste di legno nostrane.

Senti un po’ i loro discorsi, li guardi, compunti, con la loro bella mazzetta di giornali, dove leggeranno cosa dice il collega X o quello Y, ovviamente per poi criticarlo con il nugolo dei precari di redazione (quelli da 17 euro a pezzo) che adoranti cercano di abbeverarsi alle immortali sentenze della FIRMA.

Cerchi di trovare una logica nei loro discorsi, un qualcosa d’interessante, ma alla fine, al primo stacco pubblicitario, ti godi un documentario sui gatti selvatici tedeschi, da cui apprendi che la civile gente germanica ha costruito corridoi verdi e ben 40 ponti per permettere alle bestiole di scavalcare le loro (gratuite) autostrade e che il 25% degli automobilisti investe i gatti. Mortacci loro!

E pensi che mentre in Germania si opera concretamente anche per salvare dei poveri animaletti, qui da noi, 6 giornalisti 6, parlano del NULLA, ritrovandosi ad essere perfino peggio del politicume italico, quello che, nella sua pochezza, fra tanti danni immani, magari qualcosa di buono pure la fa.

E intanto l’università di Oxford, una delle prime 10 al mondo, pubblica uno studio dove dice che il 45% del lavoro attuale sparirà entro i prossimi 20 anni.

E questi parlano del NULLA, litigano sul NULLA, pontificano sul NULLA, senza mai interessarsi del mondo reale, senza mai mettere il naso fuori della redazione, senza mai attraversare l’autostrada per esplorare un nuovo territorio.

Per continuare a parlare del NULLA.

Mentre il paese muore.

Anche per colpa loro.

Il giardino del ciliegio

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Sono andato in visita ad amici in Liguria, zona che conosco poco, mai fermatomi oltre Genova, e sempre attraversata di corsa per andare in vacanza a Saint Tropez e quando lavoravo a Sophia Antipolis per Société Genérale, sulle colline della Costa Azzurra.

Una regione che non m’attira, nonostante i media milanesi, (cioè tutti i media), ne abbiano sempre esaltata la bellezza. Sarà perché venendo dalla Campania, quelle spiagge strette e nere, schiacciate fra un’Aurelia puzzolente di traffico e una ferrovia degradata che la costeggia, non c’è proprio paragone con le grandi spiagge dorate delle coste campane o con gli scenari di favola della Costiera Sorrentina, per non parlare dell’inebriante sensualità sontuosa di Ischia e Capri.

I miei amici abitano in una frazione di collina, quattro chilometri dal mare, dopo una salita contorta e tortuosa, in uno scenario di solitudine che ben si presterebbe a trovare un buco dove torturare in pace qualche FDP senza che le grida per le unghie strappate e il waterboarding, CIA style, suscitino un moto di curiosità dei pochi vecchi che vi ci abitano.

La loro è una casa di campagna, anche se la campagna non c’è, ricoperta da anni della scorza di seconde case dei milanesi che qui giungono a frotte e in massa nell’illusione che un fine settimana, passato in gran parte a respirare i gas di scarico delle auto incolonnate da Assago a Ventimiglia, possa esorcizzare l’inevitabile collasso dei loro polmoni inquinati sotto le polveri sottili delle migliaia d’impianti di riscaldamento accessi, da ottobre ad aprile, senza soluzione di continuità, impianti che i sindaci ben si guardano di nominare quando puntano comodi il dito sul traffico automobilistico che poi, loro stessi, con migliaia d’inutili semafori contribuiscono a creare.

I miei amici hanno una casa minuscola, carina, e di fronte, residuato di chissà quali spartizioni ereditarie, oltre la stretta strada, quello che loro chiamano un giardino, cioè un triangolo di terra dove s’erge solitario un ciliegio, più fonte di casini che occasione di rimirare il po’ di bellezza che potrebbe spandere.

Infatti, il loro inquilino, fattosi prestare da loro pure la scala, ritiene che i frutti del ciliegio siano res nullius, e quindi, tenendo fede al più bieco pregiudizio contro gli slavi, si fa sontuose scorpacciate di ciliegie altrui alla faccia dei poveri legittimi proprietari.

Un fatterello che sembra un’immagine meravigliosamente concentrata delle realtà italica, dove il triangolo di terra, che pomposamente i miei amici chiamano giardino, potrebbe essere il posto di lavoro nella P.A. o in un’impresa di questa parassitaria, o il piccolo commercio, o la pensione sociale e d’invalidità, più o meno legittimamente intascate, tutte cose che la crisi e i cambiamenti tecnologici incombenti stanno per modificare in modo totalmente inconcepibile, in altri tempi, quando il cambiamento poteva essere digerito, mentre oggi è così rapido e devastante che neppure qualche sparuto intellettuale dei nostri riesce a capirne vastità e portata.

E il ciliegio, con i suoi frutti non goduti, mi sembra la speranza vana per un futuro fruttifero per i figli, che non ci può essere più, perché altri, in altri posti del mondo, godranno del cambiamento, mentre da noi, quei pochi che rimarranno, dovranno fare da affittacamere e camerieri per ricchi e benestanti di altri paesi, quelli che non hanno mai creduto che il mondo fosse tutto in un triangolino d’erba ben pettinata, ma nella vastità di progetti ampi e maestosi che hanno bisogno di grandi menti e grandi idee, cose entrambe che mancano del tutto alla ridicola classe dirigente italica (nessuno escluso) che crede di essere moderna quand’è ancora abbarbicata a quattro sassi, aridi e infruttiferi, come le loro menti irrancidite.