FED e BCE: volo a vista

Il 17 dicembre 1903 i fratelli Wilbur e Orville Wright a Kitty Hawk, North Carolina (USA) fecero volare un vero aereo e questo contro le temerarie affermazioni di grandi scienziati, compreso il grande Edison, che avevano sentenziato che il volo di un manufatto umano più pesante dell’aria era fisicamente impossibile. Invece, due costruttori di biciclette dimostrarono che, se si abbandonano le vie solitamente seguite e ci si industria per risolvere un problema, non c’è traguardo che l’uomo non possa raggiungere.

Il loro Flyer, un insieme di metallo, legno, stoffa e di un piccolo motore a scoppio, non era complesso come un moderno Airbus o un Boeing, ma ne aveva le stesse necessità di comando e controllo ed, infatti, la chiave del successo dei fratelli Wright fu l’installazione di un sistema di manovra sui tre assi che comprendeva la possibilità di modificare il profilo delle ali per il bilanciamento laterale, un timone mobile verticale per il controllo della direzione ed uno orizzontale per la salita e la discesa.

Quello di cui dispongono oggi i banchieri centrali per gestire la complessa macchina della finanza è qualcosa di simile, e forse anche di molto più rudimentale, del sistema usato dai fratelli Wright per pilotare un aeroplanino di legno e tela quando, invece, per gestire una macchina composta di milioni di parti che operano sui mercati finanziari mondiali, ci sarebbe bisogno di un sistema di previsioni, di comando e di controllo molto più complesso, molto più sofisticato e perciò molto simile a quello che serve a gestire tutto il traffico aereo che insiste 24 ore su 24 sopra l’intero pianeta Terra.

Di fronte all’attuale crisi immobiliare, ampiamente prevista dagli economisti seri (vedi Robert J. Shiller “The New Financial Order” ,2003), ovvero non quelli che passano le giornate a mendicare un passaggio da Vespa e da Mentana, i banchieri centrali, coadiuvati dal loro codazzo di funzionari lautamente retribuiti, hanno mostrato al mondo di non avere altri strumenti di gestione che un’arcaica manovra sui tassi che ha effetti devastanti sia che venga utilizzata per frenare la liquidità sia che venga usata per dare denari ad un mercato asfittico e poco liquido.

La ragione è che manovrare solo i tassi è un modo rozzo e brutale di gestire la finanza in quanto gli effetti si spandono in maniera indifferenziata su tutti gli operatori con le conseguenze non volute (?) che vediamo in questi giorni. L’idiozia della FED di aumentare i tassi USA ha fatto lievitare le rate dei mutui e dei prestiti in un paese super indebitato e questo ha provocato l’ondata di default ingenerata anche dal vizietto di banchieri molto golosi di dare credito facile e senza controllo anche a cani e porci, cioè anche a chi non aveva merito creditizio. In parole povere, per bloccare il credito facile Greenspan, Bernake (ed il loro imitatore Trichet) hanno pensato bene di alzare i tassi, che è come dire che per evitare che dei vecchi volponi (gli hedge fund) vengano a bere nell’abbeveratoio delle vacche sane si chiude il rubinetto per tutti con la non voluta (?) conseguenza di far morire di sete anche le vacche da latte, cioè i piccoli utenti, cioè tutti noi ordinari mortali che di solito non abbiamo ne tempo ne denaro per specule sulle differenze di cambio e di tassi.

A che serve alzare i tassi ad un impiegato che si è comprata la casetta per viverci, conscio che è meglio investire in un piccolo esborso mensile per una rata affrontabile invece di buttare denaro in fitti senza ritorno? A che serve aumentare la rata al piccolo negoziante che compra le mura del suo negozio invece di far abboffare una vecchia stronza redditiera che campa da parassita sul lavoro degli altri? A che serve aumentare il costo dei prestiti per l’imprenditore serio e lavoratore che utilizza il credito in maniera giusta, cioè come polmone e non come capitale di rischio? Non serve ad un tubo. Anche se io userei una parola di 5 lettere più pregnante e meglio adatta al livello di incavolatura. Anzi, ha un effetto del tutto opposto a quello che (a chiacchiere) si propongono i banchieri centrali: fa solo aumentare l’inflazione, cioè la crescita dei prezzi.

Il meccanismo è molto semplice, siccome nessuno vuole perdere il proprio patrimonio, soprattutto se è la casa dove si abita o il proprio negozio, e nessun imprenditore può ridurre i costi oltre un certo limite (i famosi costi incomprimibili) è gioco forza, se i banchieri aumentano i tassi in maniera indiscriminata, che tutti si diano da fare per aumentare i propri redditi. I lavoratori chiedendo più salario e gli imprenditori aumentando i prezzi di merci e prestazioni. E, se le due cose non sono possibili, assistiamo a fenomeni che disturbano parecchio un’economia come la delocalizzazione delle imprese verso paesi più convenienti. Ovviamente, aumenti di salari e di prezzi fanno aumentare l’inflazione che è proprio il contrario di quello che (a chiacchiere) vorrebbero i banchieri centrali con le loro generalizzate acritiche manovre sui tassi che assomigliano tanto a una bomba atomica lanciata per sterilizzare un pantano pieno di rane, bisce e zanzare.

Che bisognerebbe fare invece? Bisogna rapidamente tornare ad un efficace e severo controllo del sistema finanziario impedendogli con la forza della legge (e non con la eludibile moral suasion) di prestare soldi a chi non può ragionevolmente restituirli. Questo significa anche che bisogna tornare ad un’antica regola: tassi bassi e bassissimi per chi non è a rischio e tassi proporzionalmente alti per chi è ha rischio o per chi fa operazioni a rischio e/o opera in mercati rischiosi. In altre parole tassi al 2 o 3% al massimo per i mutui e tassi alti e altissimi ai signori degli hedge fund e per tutti coloro che acquistano attività (finanziarie, immobiliari, azionarie) con soldi non propri e con l’utilizzo di leve finanziarie.

Grazie alle tecnologie dell’informazione non ci vuole molto a mettere in piedi un sistema di controllo in tempo reale e che ha anche una sua giustificazione etica e tanto per spegnere le voci contrarie (e disinteressate?) di chi vuole un mercato assolutamente e troppo libero che spesso si trasforma in una specie di selvaggio west dove vale la legge del più forte (le banche). Se ogni parte di un moderno aereo deve essere certificata per autorizzarlo a trasportarci, se le nostre auto devono rispettare severi parametri di sicurezza ed inquinamento per poter circolare, se i giocattoli dei nostri bimbi devono essere tolti dal mercato se sono potenzialmente pericolosi, se un formaggio per essere venduto deve garantire provenienza dei componenti e di processo, allora si può benissimo obbligare le banche e tutti gli operatori che concedono credito a rispettare delle semplici norme di prudenza nei confronti di pericolosi avventurieri e abbassare i tassi verso chi vuole solo una rata affrontabile per realizzare un sogno umano mimino: un tetto sopra la testa.

Non tutte le truffe vengono per nuocere

Una delle previste e probabili next big thing, ovvero il qualcosa che dovrebbe ridare vigore a mercati un po’ affamati di novità dopo l’abbuffata internet e dei celluari, sono gli RFID, le targhette elettroniche applicate ai prodotti che renderanno più semplice gestire la logistica. Gli RFID, infatti, si leggono a distanza, senza alcun contatto ed agevolano la gestione delle merci con un conseguente effetto positivo sui prezzi al consumo.

Gli RFID da noi stentano a decollare perchè, come al solito, manca un elemento di spinta, un driver che ne permetta l’adozione su larga scala. Negli USA c’è il solito Department of Defense, sempre a caccia di innovazioni, che spende e spinge per l’adozione delle magiche targhette che sono un grosso aiuto per la gestione di milioni di oggetti che sono alla base della logistica di una delle più grandi forze armate del mondo. Milioni di tonnellate di merci sono spedite ogni giorno in giro per il mondo e l’identificazione certa di un materiale può essere, nel campo militare, più che un modo di risparmiare piuttosto un accorgimento per evitare errori fatali. E non è un erroraccio inviare ad un reparto combattente un pallet pieno di dentifrici invece dei pezzi di ricambio per un radio da campo.

Altro grande protagonista americano della svolta RFID è Walmart, il colosso dei supermercati, che, con la sua potenza contrattuale, sta obbligando tutti i suoi fornitori a marcare i prodotti con le etichette elettroniche. E, siccome nessuno è disposto a perdere un cliente come Walmart, tutti si adeguano e si crea così una cultura basata sulle etichette intelligenti e questo darà un ulteriore impulso all’economia americana, confermando che è l’innovazione il principale motore per lo sviluppo delle economie moderne che devono pararare la concorrenza dei bassi costi praticati dai paesi in via di sviluppo.

Questi ultimi sono molto aggressivi, pronti a copiare ogni tecnologia ma anche disposti a giocare sporco e fuori delle regole, utilizzando metodi molto spesso illegali ed talvolta anche criminali come sono la contraffazione dei prodotti di marca e la loro sostituzione con prodotti pericolosi per i consumatori. Ormai è all’ordine del giorno scoprire dentifrici taroccati, medicinali che non hanno nessuna sostanza attiva, giocattoli velenosi e pericolosi che costano poco perché non rispettano le rogale che i paesi civili si sono dati con molto affanno per tutelare i consumatori.

In questo caso gli RFID potrebbero essere la risposta delle marche per evitare la contraffazione ottenendo un duplice risultato: tutela effettiva del consumatore e adozione immediata degli RFID che avrebbe un benefico effetto sui costi della logistica che sono poi scaricati sui prezzi finali.

Prendendo ad esempio il caso dei dentifrici contenenti sostanze tossiche e spacciato come quelli della famosa Colgate, è chiaro che, se in ogni tubetto fosse annegato un chip univoco, sarebbe facilissimo per il consumatore verificare l’autenticità del prodotto nel momento stesso che il tubetto passa sullo scanner della cassa. Per non parlare di quei prodotti cui prestare maggiore attenzione come i medicinali la cui contraffazione può portare gravi conseguenze per il malato.

Al momento però l’adozione degli RFID è frenata dal costo che è, come al solito, funzione dei volumi ma, se non si considera solo il vantaggio per il singolo sistema ma quello che ne avrebbe l’intero sistema industriale/commerciale, nonché quelli in termini di sicurezza (morti, malattie ed incidenti evitati) allora il costo è un elemento marginale. D’altra parte anche nelle automobili abbiamo avuto una lotta fra chi voleva maggiore sicurezza e l’industria che non voleva caricarsi di altri costi. Per fortuna hanno vinto i primi ed oggi abbiamo auto che costano meno di quelle degli anni 60 ma con una dotazione di sicurezza che è andata bel oltre le aspettative di chi metteva la salute dell’automobilista davanti ad ogni interesse economico. Le battaglie per la sicurezza automobilistica non hanno solo prodotto le cinture, i caschi, l’ABS e l’airbag ma hanno creato in primo luogo una cultura: quella della protezione del consumatore.

Adottare gli RFID per capire se una scatola di aspirine è originale o nient’altro che un po’ di qualche sostanza bianca, forse non innocua, può sembrare eccessivo e stupido ma far morire un bambino perché ha messo in bocca un giocattolo tossico non a norma CE lo è infinitamente di più.

Come era al verde la nostra valley

Nel 1976, “Mike” Markkula decise di non lavorare più. Grazie alle stock option ottenute per gli ottimi risultati come ingegnere elettronico alla Fairchild ed alla Intel, due dei più importanti produttori di componenti elettronici, era diventato miliardario e perciò non aveva nessun incentivo per continuare a lavorare. Aveva semplicemente chiuso con la corsa sfrenata al guadagno, quella rat-race che tanto impronta la vita americana. Se ne voleva solo andare a sciare a Lake Tahoe, bellissima località sciistica della California ed anche luogo natale di una mia amica bionda, che non c’entra nulla con le banche, ma che, vi assicuro, vale assolutamente la pena di ricordare.

Markkula, non dovendo più lavorare, aveva tempo libero e perciò si trovò a passare un giorno davanti al garage di un certo Steve Jobs dove conobbe anche il suo socio, l’altro Steve, Wozniak, e lì vide qualcosa che suscitò il suo interesse. Molto interesse. Cominciò a dispensare un po’ di consigli da esperto uomo d’affari a quei due ragazzotti che avevano pochissimi soldi e un grandissimo sogno. Un sogno epocale: creare un Personal Computer.

Markkula elaborò per loro un business plan e, quando capì che i due Steve avevano 5.000 (cinquemila) dollari in tutto, vi aggiunse 91.000 (novantunomila) dollari di tasca sua, chiedendo in cambio un terzo della società che i due smanettoni avevano fondato. Markkula era profondamente convinto che la Apple, sarebbe diventata, entro cinque anni, una delle cinquecento aziende più importanti americane, cioè sarebbe entrata nella lista Fortune 500 insieme ad aziende come: IBM, EXXON, General Electric, General Motors, Coca Cola ed altri simili colossi.

Ma non si limitò a metterci i soldi perché si rese anche conto che due sognatori non erano in grado di gestire un’azienda e perciò assunse Mike “Scotty” Scott, un dirigente della Fairchild che aveva l’esperienza necessaria per far diventare realtà il sogno dei due cantinari.

Questa storia, raccontata anche nel film “I Pirati della Silicon Valley”, che vi consigliamo vivamente di vedere e rivedere per rendervi conto che viviamo purtroppo in un paese “anormale, senza speranza e senza futuro, è un classico esempio di un’operazione di Venture Capital, quel sistema che ha creato gran parte delle aziende innovative americane che nascono su tre pilastri: gente con un sogno, gente disposta a rischiare il loro denaro su questi sogni e gente con una grande capacità di management che mette in gioco la propria reputazione su di un sogno. Perché avviare una start-up è un compito da far tremare le vene dei polsi anche al più esperto, navigato e scafato dei manager. Una start-up ha in se la possibilità di fallimento che però, nella società USA, non è una vergogna ma uno stimolo per riprovarci, per fare meglio. Vi siete mai chiesti perché noi usiamo le penne e gli americani le matite? Perché loro sono disposti a cancellare e rifare senza problemi. Noi italici, invece, vogliamo essere assolutamente certi di quello che facciamo e perciò cerchiamo di non correre mai rischi. Mai. Anche quando scriviamo la lista della spesa per il supermercato.

Gli italiani di solito non cercano un posto per lavorare ma semplicemente vogliono “il posto”!
Parola che implica qualcosa di fisso, di definitivo, possibilmente di molto statico e, ovviamente, sotto la tetta di mammà. Ma mai e poi mai, si aspira a qualcosa che implichi un rischio, un’attività e, soprattutto, un’innovazione. Innovare significa distruggere, diceva Mao intendendo che l’innovazione distrugge il vecchiume, l’obsoleto, il retrogrado. Ma implica anche rischiare di distruggere denaro. Ed il contadinaccio che è nelle linee genetiche dell’italico popolo non è disposto a perdere. Perciò nel nostro bel paese tutto resta tranquillo e quieto. Come in un cimitero!

Ovviamente ci sono le famose eccezioni che confermano anche gli andazzi più stantii. Quando sono venuto a Milano mi è stata raccontata di prima mano, cioè da quello che ci aveva messo i suoi soldi, di come si è sviluppato un brand del fashion italiano, uno ormai noto in tutto l’orbe terraqueo, forse più del Papa. Un signore con qualche disponibilità economica, diciamo una specie di “Mike” Markkula milanese, aveva avuto fiducia in una persona giovane, con belle idee innovative ma pochissimi denari. Fatta l’iniezione, ovviamente a rischio, dei necessari capitali, le idee di questo giovane, che oggi veramente onora l’Italia, hanno trovato il carburante per farsi strada nel mondo, a riprova che anche nelle nostre sgangherate e miserabili valley “al verde” si possono creare dei global brand a livello di Apple, Microsoft, Google, Chanel e Luis Vuitton.

Ma perché da noi il Venture Capital in pratica non esiste?

Una ragione l’abbiamo detta: il paese non ama il rischio perché è in gran parte un paese di rubizzi contadinacci che sembrano appena usciti da un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio. Provincialotti con pochissima scolarità e interessati solo a quello che avviene fino al prossimo fiume o alla prossima catena di colline i cui abitanti, anche se distano in linea d’aria due o tre chilometri, sono visti come pericolosi estranei, quasi come dovevano apparire i selvaggi Scoti ai civilissimi soldati romani dell’imperatore Adriano. E poi: perché rischiare il proprio denaro quando si può vivere di rendita prestando i soldi allo Stato tramite i BOT? Perché azzardare il gruzzolo quando si può affittare in nero agli extracom un buco a Roma o a Milano? Perché avventurarsi in pericolose innovazioni quando con pochi ettari di terra si può mungere la vacca dei contributi comunitari e nazionali destinati ad un’agricoltura di mera rapina? Insomma, in qualche modo, il companatico l’italica stirpe se lo procura sempre. Mentre il pane lo dà quasi sempre un posticino alle Poste, alla ASL, al Liceo “Garibaldi”. Magari non un grande stipendio ma, unito all’esosa rendita del bilocale affittato agli studenti fuori sede della Bocconi (che non si comprende perché non se ne vadano a studiare a Princeton), si raggiunge quel cash-flow che permette all’italiano medio di rimanere a galla, anche se il liquido circostante è più liquame di fogna che acqua limpida di fonte.

Anche ai pochissimi economisti onesti e competenti sfugge il disastro causato dall’esistenza di un irredimibile debito pubblico. Di solito si guarda solo alla mera parte contabile del disastro: la Repubblica Italiana ha troppi debiti e quindi paga tantissimo in interessi. Inoltre, i suddetti economisti sciorinano con orrore il fatto che quest’enorme debito pubblico sia posseduto dagli stranieri, dimenticando però che l’altra consistente metà è posseduta (direttamente o indirettamente) dagli italiani stessi e che questo è solo un fenomeno recente. Un fenomeno post-euro quando gli italiani, abituati a vivere di rendita con BOT al tasso del 10%, si sono resi conto che, da allora in poi, i tassi dei titoli del debito pubblico sarebbero stati del 2/3%, con una decisa riduzione della loro rendita finanziaria parassitaria a spese della Repubblica Italiana.

Prima dell’euro ogni famiglia mediamente possedeva uno stock di 80 milioni di lire in titoli del debito pubblico e, ai tassi di allora, poteva ricavare 6/8 milioni di lire di rendita pura, cioè 500/600 mila lire al mese che integravano stipendi, pensioni e redditi da lavoro autonomo. Con i tassi al 2% post euro la rendita si è ridotta a 1.500.000 lire l’anno, cioè 70 euro al mese, mentre i prezzi schizzavano a razzo come lo Shuttle.

La cosa più devastante di quest’abitudine a vivere alle spalle di Pantalone, durata almeno 30 anni, è che ha creato negli italiani l’idea che c’è sempre un modo di “vivere” o “sopravvivere” mediante la rendita parassitaria, sia che venga dagli affitti sia che venga dagli investimenti in attività finanziarie. Ed è per questa ragione che tanti “furboni” (come Pinocchio) si sono fatti convincere ad acquistare i Bond Argentini. Con un 10% di rendita promessa sembrava tornata alla grande l’epoca del BOT grassi. Ma la storia ci ha dimostrato che la vacca argentina dai zizzoni gonfi di interessi era una bufala e nemmeno di quelle di Aversa, che almeno fanno il latte per la mozzarella DOP, che si vende molto cara.

Con questi chiari di luna e queste inculate al ritmo di tango è chiaro che l’italica stirpe di “risparmiatori al pecorino” si sia buttata sul mattone, contribuendo a far raddoppiare i prezzi degli immobili. Cosa che contiene un’ulteriore aggravante: chi “immobilizza” il suo capitale in un immobile non ha più liquidità e perciò deve parare le spese improvvise e gli aumenti costanti dei prezzi con una bella riduzione dei consumi, mentre, quando investiva in BOT, poteva sempre vendersi un titolo in caso di necessità.

Insomma la politica finanziaria dissennata dei governi della prima repubblica ha distrutto quel poco coraggio che gli italiani avevano mostrato nel dopoguerra e che aveva determinato il famoso miracolo economico. Per decenni la gente è stata disabituata a rischiare perché le rendite statali, da BOT o da “posto pubblico”, erano sicure e molto interessanti. Ed oggi è abbastanza tardi per convincere una popolazione fatta in gran parte di anziani ex contadini inurbati che investire in attività redditizie implica un rischio, come è normale che possa succedere con le strutture finanziarie sottostanti ad operazioni di Venture Capital.

Abbiamo visto che è per il momento impossibile alimentare con i fondi comuni, anzi c’è una continua disaffezione a questi strumenti, ma non è nemmeno facile costruire l’altro dei pilastri che è alla base del VC, quei fondi pensione che sono stati istituiti con molto ritardo e con modalità che non favoriscono certo la corsa in massa dei risparmiatori. Inoltre, questi strumenti sono stati istituiti come un altro pilastro della previdenza perché dovevano sopperire alle future deficienze della previdenza obbligatoria pubblica. Purtroppo questo spirito impedirà ai fondi di comportarsi come gli analoghi americani perché sicuramente non faranno operazioni rischiose se il loro scopo è di essere un pilastro della previdenza e non un sistema per avere una pensione aggiuntiva. Negli USA i fondi pensione sono strutture aggiuntive della Social Security e chi vi investe non cerca la sicurezza assoluta ma piuttosto il migliore rendimento e perciò i fondi americani sono fra i protagonisti delle operazioni di VC. Da noi nessun fondo pensione mai potrà investire in operazioni a rischio perché si è nei fatti “esternalizzata” nei fondi la funzione di “mantenimento” degli anziani che è invece propria della previdenza sociale. E, siccome i fondi dovrebbero essere alimentati dai TFR dei lavoratori, è chiaro che quei pochi che vi aderiranno impediranno qualsiasi avventura finanziaria che metta in pericolo “la liquidazione”, altro idolo dell’italiano medio che, dopo aver fatto finta di lavorare per 35 anni e rubato lo stipendio per uno stesso periodo pretende anche una buona uscita. D’altra parte non siamo il paese della commedia dell’arte? Quella dove paga sempre Pantalone?

La terza gamba del sistema di VC dovrebbe essere l’università, non tanto intesa solo come centro di ricerca, e quindi fucina di nuove idee, ma piuttosto come importante attrattore finanziario. La possibilità che dà la legislazione fiscale USA di poter avere dei benefici, quando si fanno donazioni alle università, permette a queste ultime di essere dei motori finanziari molto importanti che partecipano insieme ai fondi comuni ed ai fondi pensione al finanziamento delle start-up che, in molto casi, sono figlie dirette delle stesse università. L’algoritmo di Google è nato a Stanford e l’ateneo è anche socio di questa azienda che è nata come spin-off dell’università. Lo stato comatoso delle nostre università, che non sono in grado nemmeno di fare più la didattica normale, rende impossibile far partecipare i nostri atenei al finanziamento delle start-up nostrane ma nemmeno a far produrre loro brevetti ed innovazioni che in molte università americane costituiscono una buona parte delle loro rendite.

Infine c’è anche da dire che il sistema del VC americano trova una grande forza dal fatto che la DARPA, l’agenzia che cura l’innovazione per conto del Department of Defense (DoD), pompa continuamente denari nelle università e nei centri di ricerca delle industrie private per trovare nuovi mezzi utili alla difesa americana. La Internet è nata grazie ai finanziamenti del DoD, così come in tempo di guerra sono nati il radar ed il calcolatore elettronico. Ma può anche accadere che una ricerca nata in un’università diventi interessante per il DoD e perciò il sistema del VC, in autonomia, mette a disposizione i fondi, e spesso anche il management, utile a far sviluppare l’idea che, in molti casi, finisce per diventare un banalissimo prodotto commerciale senza alcun addentellato per la difesa.

La presenza in Italia di una forte componente antimilitarista e pacifista acritica ha sempre impedito anche una decente spesa nel settore della Difesa e quindi non c’è stato lo stimolo ad innovare come in Francia. Pochi si rendono conto che l’atomo francese civile è parente stretto dei reattori imbarcati sui sommergibili strategici della Marine National, che l’AIRBUS è parente strettissimo dei Mirage della Armée del Air e che il miglior CAD del mondo, il CATIA, è stato sviluppato dalla Dassault. Quando mi chiedono come l’Italia potrebbe darsi una mossa nella ricerca l’unica risposta seria, anche se in pratica impraticabile, è che la Marina Italiana commissioni all’industria italiana quattro portaerei, i relativi 500 aeroplani ed il naviglio di supporto, con l’accortezza di ordinare che “tassativamente” anche le tavolette dei cessi siano progettate in Italia. Proprio come fece quel pazzo di De Gaulle quando decise che doveva avere una Force de Frappe autonoma da quei vagotonici di americani.

Le implicazioni sul nostro sviluppo economico dell’assenza del VC

Senza denari non si cantano messe e nemmeno si fa innovazione. Oggi in alcuni settori (aeronautica, farmaceutico, medicale) servono milioni di euro per elaborare un nuovo prodotto, con un rischio molto elevato di fallire, e perciò i due apporti del VC, capitale di puro rischio e network, sono assolutamente essenziali. Però l’innovazione, e la conseguente introduzione di nuovi prodotti e nuovi processi produttivi, è l’unico modo di aggiungere valore e competitività. Il successo è oggi determinato da una semplice formula: bisogna essere monopolisti, anche per un periodo breve, con il lancio di prodotti che la concorrenza non ha ancora. Perciò innovare è necessario e questa è la spiegazione dell’arretramento continuo della nostra economia che, solo in pochi casi di eccellenza, vede aziende che innovano e perciò in grado di competere. E, ovviamente, quelle che fanno innovazione sono le aziende che hanno le spalle finanziarie forti per poter sostenere la ricerca senza apporti di capitali. Gli altri invece si limitano e si limiteranno ad una mera sopravvivenza che diventerà sempre più difficile.

Un modo di rimediare a questa situazione.

Premettiamo che il VC non è compito per le banche ordinarie, come pensa invece la maggior parte degli italiani che credono alle leggende metropolitane come quella che in USA si scarica tutto dalle tasse e che le banche americane presterebbero senza solide garanzie. Le banche di tutta la galassia non rischiano i soldi dei depositanti, o almeno non si fanno coinvolgere pesantemente in attività troppo rischiose. La missione delle banche è dare supporto temporaneo alle imprese, essere il loro polmone ausiliario, aiutare quelle già vive e vitali nella loro crescita fornendo credito adeguato alle capacità di restituzione nonché tutti quei servizi finanziari che sollevino le aziende da compiti che non sono propri. La banca non deve rischiare e perciò non deve capire che fa l’azienda ma piuttosto deve capire i bilanci che l’azienda presenta per avere quel credito che, mai e poi mai, deve diventare capitale di rischio come purtroppo abbiamo visto negli scorsi 180 anni quando decine di banche italiane sono diventate, di fatto, socie di grandi aziende non più in grado di restituire terzi e capitale. Aziende ormai morte che riescono però a “galleggiare”, come gli stronzi sull’acqua, grazie al fatto che imprenditori senza idee tengono in ostaggio centinaia di migliaia di famiglie di operai per i quali “deve essere” mantenuto un posto di lavoro (inutile) e, per altro, pagato con uno sputo in mano alla fine del mese. Questi denari prestati per forza a veri camorristi in gessato blu, sono sottratti a quelle imprese che invece di idee ne hanno e che potrebbero contribuire a far pendere a nostro favore la bilancia dei pagamenti. Non è certo vendendo nostri prodotti agli italiani stessi che potremo pagare gli uomini del KGB e del PCC, oggi riciclatisi come politici-affaristi monopolisti di materie prime e venditori di lavoro schiavistico.

Il VC è invece rischio e soprattutto competenza, sia per la comprensione dei modelli di business sottoposti per il finanziamento sia per capacità di fornire alle aziende in gestazione quelle capacità di management, tramite il network di conoscenze che il VC possiede. Molto spesso l’inventore o lo scienziato non ha capacità manageriali e non è in grado in maniera autonoma di procurarselo. Anche perché c’è mancanza di buoni manager. Questo, per inciso, in Italia è un problema molto sottovalutato perché non ci si rende conto che ci sono delle scuole di management che monopolizzano l’addestramento dei futuri manager. Scuole autodefinitesi prestigiosissime (anche se non hanno mai prodotto un Nobel), scuole che propalano una monocultura, di solito in ritardo di almeno quattro anni rispetto agli altri paesi, e basta vedere le date di uscita delle traduzioni italiane di testi topici di economia, management e cultura, quando pure siano tradotte e non “censurate” perché sgradite agli interessi dell’editore.

Il panorama quindi è abbastanza sconfortante, con pochi veri VC che non possono manovrare grandi masse monetarie perché manca la struttura finanziaria anche se non mancherebbero ne i denari ne quelli che istituzionalmente potrebbero farsi parte attiva in queste operazioni. La Cassa Depositi e Prestiti (CDP), invece di continuare a prestare soldi ai soli comuni per opere a volte discutibili, potrebbe anche impegnarsi in questo settore vitale dell’economia. Così come lo potrebbero fare le Fondazioni ex bancarie che tanto ex non lo sono considerato che la loro maggiore attività è di mantenere saldo il potere nella banche. Le Fondazioni sono oggi solo dei centri di potere per i politici locali, poltrone per politici nazionali trombati ed in disarmo, affittacamere di alloggi di lusso a parenti dei politici e, dulcis in fundo, centri di erogazione di elemosine ad entità varie locali presso cui farsi il buon popolo per le prossime lezioni. E qui si vede l’assoluta incongruenza del nostro agire: le Fondazioni tengono impegnati capitali ingentissimi nelle banche per ricavarne una rendita allo scopo di fare elemosine. Proprio quello che gli economisti esperti del sottosviluppo hanno scoperto essere la peggiore forma di aiuto. Continuare a fare regali non serve a far crescere una nazione. Fare una serie di regalie ogni anno, dopo aver munto le proprie banche, non crea nessun vantaggio, proprio come fare l’elemosina a quello che ti lava i vetri al semaforo non lo stimola ad uscire dalla sua condizione. Le fondazioni continuano a mantenere accattoni che perpetueranno il loro stato di accattoni mentre, invece, sarebbe bene utilizzare un parte dei loro fondi per finanziare le strutture di VC che, a loro volta, potrebbero far sviluppare attività innovative che quasi sempre aiutano le persone ad uscire dal loro stato offrendo lavoro e soprattutto creando progresso. Ma qualcuno dei dirigenti delle fondazioni ci pensa mai che da qualche parte c’è un brillante ricercatore (ahimè! senza soldi) che può, con un bella pensata, migliorare la vita di milioni di esseri umani?

Ciò premesso, è chiaro che anche da noi si potrebbe costruire un sistema di VC, ma è altrettanto chiaro che occorre anche una grande opera di comunicazione al pubblico dei risparmiatori ai quali deve essere sbattuto in faccia la terribile verità: chi vuole guadagnare di più deve rischiare di più, senza che poi vada a frignare dal magistrato per farsi ridare i suoi 5 zecchini. Nel contempo occorrerebbe che lo Stato, il grande concorrente nel drenaggio del risparmio, attuasse una serie di politiche volte a: ridurre le sue spese e quindi le tasse e l’indebitamento; rendere più autonome le università favorendo il finanziamento diretto delle stesse con opportuni sgravi fiscali; rendere appetibili gli investimenti in VC con una legislazione fiscale che tenga conto anche delle eventuali perdite e non solo dei guadagni; eliminare ogni tipo di finanziamento pubblico alle imprese che comporta il terribile svantaggio di abituare le imprese ad essere assistite e crea fenomeni di inquinamento fra la politica e quella imprenditoria non sana e non rivolta al mercato. Infine, se lo Stato e la UE la smettessero di regalare all’agricoltura una fetta molto consistente del bilancio comunitario, forse avremmo qualche finto contadino in meno, qualche brevetto in più e di sicuro più reddito, anche per dare un lavoro moderno e produttivo a quel Bertoldo parassita che ci sta trascinando nel baratro.

Pinocchio: un pamphlet italiano

Per i tantissimi che hanno letto il “Pinocchio” di Collodi e, per chi non ricordasse la favola, soffermiamoci sul punto che più a che fare con il sistema finanziario del Bel Paese. Come ricorderete, l’imprudente Pinocchio sfugge ai loschi progetti dell’impresario Mangiafuoco, una specie di Lele Mora dell’epoca, grazie all’intervento della provvidenziale onnipresente Buona Fatina dai Capelli Turchini, che, come ogni autorità di controllo italiana, interviene a mettere una pezza sempre dopo che, scoppiato lo scandalo, il naso del bugiardo di turno è cresciuto a dismisura perché racconta più fesserie di quelle che sono scritte in certi libri contabili sottoscritti e controfirmati da notissime aziende di certificazione di bilancio.

Al temporaneamente pentito Pinocchio va alla grande perché Mangiafuoco gli dona un piccolo tesoro di ben cinque zecchini d’oro, un tesoretto che avrebbero potuto alleviare la miserabile vita di un povero falegname che si era dovuto vendere anche la giacchetta lisa e consunta per far studiare lo scapestrato figliolo che, invece, aveva cercato un facile successo sgambettando nel teatro dei pupi insieme ad altri pupi e pupe. Come se un povero contadino, dopo aver speso fino all’ultimo risparmio per mandare la figlia allo IULM di Milano, se la ritrovasse invece nella “Fattoria” televisiva.

Pinocchio, ammaestrato dalla brutta esperienza, se ne dovrebbe tornare diritto, diritto a casa sua, ma, cammin facendo, incontra due gentiluomini, una Volpe zoppa ed un Gatto cieco, – un altro caso di finti invalidi – cui il burattino, vera testa di legno, mostra incautamente il suo tesoretto, così come fanno i pensionati che aprono ai finti tecnici della società del gas e TPS ai politici.

“C’è poco da ridere”, gridò Pinocchio impermalito. “Mi dispiace davvero di farvi venire l’acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono cinque bellissime monete d’oro.”
A questo punto, i due furboni lo convincono a “depositare” il suo denaro in un campo miracoloso dove sarebbe cresciuta rapidamente e rigogliosa una bella pianta di zecchini. E che bel parlar forbito ed interessato usano per convincere quella testa di legno di un burattino! Sembrano i depliant su carta patinata che le aziende distribuiscono prima della quotazione in borsa.
Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe disse al burattino:
– Vuoi raddoppiare le tue monete? Vuoi tu, di cinque zecchini, farne cento, mille, duemila?
– Magari! E la maniera?
– La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire con noi.
– E dove mi volete condurre?
– Nel paese dei Barbagianni.
– No, voglio andare a casa mia!
– Vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e tanto peggio per te!
– Tanto peggio per te! – ripeté il Gatto.
– Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.
– Alla fortuna! – ripeté il Gatto.
– I tuoi cinque zecchini, dall’oggi al domani sarebbero diventati duemila.
– Duemila! – ripeté il Gatto.
– Ma com’è mai possibile che diventino tanti? – domandò Pinocchio, a bocca aperta dallo stupore.
– Te lo spiego subito, – disse la Volpe. – Bisogna sapere che nel paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d’oro. Poi ricopri la buca con un po’ di terra: l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.
– Sicché dunque, – disse Pinocchio sempre più sbalordito, – se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci troverei?
– è un conto facilissimo, – rispose la Volpe, – un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti.
– Oh che bella cosa! – gridò Pinocchio, ballando dall’allegrezza. – Appena che questi zecchini gli avrò raccolti, ne tengo per me duemila e gli altri cinquecento li darò in regalo a voi altri due.
– Un regalo a noi? – gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. – Dio te ne liberi!
– Te ne liberi! – ripetè il Gatto.
– Noi, – riprese la Volpe, – non lavoriamo per vile interesse: noi lavoriamo per arricchire gli altri.
– Gli altri! – ripetè il Gatto.
– Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell’Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:
– Andiamo pure. Io vengo con voi.

Lo sciagurato burattino, come la Gertrude di manzoniana, disse di si. E va a finire come doveva finire: il burattino testa di legno finirà derubato dei suoi zecchini ed impiccato ad un albero rinsecchito, finché non arriverà di nuovo la provvidenziale Fatina a salvarlo. Peccato che non ci sia stata una fatina anche per quelle teste di legno che avevano creduto che i bond lattiero caseari fossero di oro zecchino e che le vacche argentine partorissero vitelli d’oro.
Pinocchio è una favola per bambini che forse non è solo una favola ma una profonda, feroce e involontaria(?) satira della società italiana. L’unico esempio di pamphlet della nostra letteratura. Cosa descrive Collodi? La storia di un burattino, ovvero di una testa di legno, di uno nato per farsi manovrare. Di uno che appena mette il naso fuori di casa, invece di andare a scuola, si fa convincere di poter calcare le tavole del palcoscenico dove però gli viene subito presentato il conto: Mangiafuoco che gli annuncia che, dopo averlo usato, lo brucerà per cuocere il suo arrosto.
Non ci vuole molto a riconoscere nel Pinocchio che arde dal sacro fuoco dell’arte le aspiranti veline e i partecipanti ai reality, aspiranti attori e attrici, indossatori e indossatrici, cantanti, ballerini e ballerine, insomma tutti quelli che ardono dal desiderio di sculettare anche davanti al più laido degli impresari per arrivare ad un successo che lambirà pochi e che invece ne brucerà molti. Chissà perché non c’è nessun film che ci racconta come finiscono le indossatrici che non diventano top model o che non riescono ad incastrare un cavaliere del lavoro? Forse sarebbe molto controproducente per il cinema, la TV e tutto il sistema dei media raccontare di quelle ragazzine che passano dal sofà del produttore di B-movie ai cespugli sulla Tiburtina.
Tornando al nostro burattino con i suoi zecchini d’oro. Chi sono i due furboni che gli promettono che, se semina le monete in un certo campo segreto, si ritroverà con un albero pieno zeppo di monete d’oro zecchino? Non ci vuole molto a riconoscere nel gatto e nella volpe alcuni rampanti e poco seri banchieri, finanzieri, faccendieri e promotori finanziari che ti promettono rendimenti tali che giurano potrai abbandonare il lavoro e vivere di rendita per tutta la vita. Su una favolosa barca da 1.2 milioni euro se ascolterai il loro canto melodioso. Potrai mettere il sederino d’oro a bagno nelle acque limpide di Eleuthera o in quelle di Malindi. E, ovviamente, questo senza che loro, i promotori, povere stelle, ci guadagnino se non il giusto per sopravvivere.
Insomma, visto da un punto di vista bancario, chi è Pinocchio se non il risparmiatore sognatore, quello che si crede l’unico furbo, quello che ascolta gattoni e volponi in gessato grigio e pochette nel taschino che gli promettono un futuro da favola, ottenuto senza lavorare e senza studiare?Una condizione che meravigliosamente si avvera nel Paese dei Balocchi dove tutto è permesso e dove perciò c’è una fine certa del nullafacente: diventare un asino che tirerà la carretta fino alla fine dei suoi giorni magari per pagare un mutuo trentennale. Come capita alla massa incolta ed informe di milioni di italiani poco amanti degli studi, ma molto amanti dei bagordi, che hanno chiesto a furor di popolo, ed ottenuto, una scuola di manica larga che non li prepara a niente. E che cosa è il pescecane che inghiotte Geppetto se non il lato oscuro della nostra società: le tangenti, i falsi, l’usura, la malavita, tutto quello che inghiotte anche gli innocenti padri che cercano di salvare i propri figli/burattini scapestrati, nullafacenti e sognatori per i quali si sono fatti sacrifici e debiti?
E questo burattino, simulacro di italiano, in che cosa spera quando vede persa ogni speranza?
Che una fata – la famosa Provvidenza manzoniana, un’azienda straniera, lo Stato – venga a salvarlo dalla catastrofe nella quale lui stesso si è ficcato per non ascoltare quei fastidiosi grilli sapienti.
Mi sembra che questa metafora descriva benissimo la condizione in cui vivono gli italiani: una forma di messianesimo laico, dove si aspetta sempre un uomo della provvidenza che ci liberi dai guai che ci creiamo per inseguire sogni irrealizzabili se non si è “amico dgli amici” o se non si scende a laidi compromessi: ricchezza senza lavoro, lavoro senza fatica, investimenti con altissimi rendimento ma senza rischi e banche che abbiano a cuore soprattutto il futuro dei nostri soldi.

Da dove deriva questa mentalità? Bisogna riandare con la memoria al capolavoro di Ermanno Olmi. “L’albero degli zoccoli” che racconta la miseria estrema di una famiglia di contadini lombardi dell’800, ma sarebbe stato lo stesso se fossero campieri siciliani o massari foggiani perché la miseria era la stessa in tutt’Italia.

Una miseria così profonda da dove siamo usciti da appena 50 anni che però non sono sufficienti a perdere quella mentalità di contadinacci che si credono furbi come Bertoldo e che sono invece più stupidi di Pinocchio come ben dimostrano i numerosi scandali bancari che, dal 1861, anno dell’unità d’Italia, hanno funestato il paese con scadenza quasi regolare come le Olimpiadi.

Unità d’Italia voluta da Cavour per salvare i Savoia dalla bancarotta, la cui colonna sonora, sin dal 1861 è stata un continuo assalto ai risparmi degli italiani da parte di una classe di imprenditori senza soldi, sempre indebitati fino al collo e che, già da allora, cercavano di salvarsi il sederino d’oro con scalate alle banche di cui erano debitori. Finché il disastro non finiva per coinvolgere pure le banche e si invocava il provvidenziale intervento del demiurgo di servizio, la fatina con la bacchetta magica, l’uomo della provvidenza. Allora vedevi capitani coraggiosi, i grandi imprenditori, correre con la strizza la culo dal grande banchiere a chiedere che le banche trasformassero i debiti in azioni oppure, quando il guaio era così grande ed ingestibile anche per gli gnomi del Cordusio, sponsorizzare una qualche resistibile ascesa di politici amici, ovviamente senza guardare al loro colore, che avrebbe avuto come conseguenza quella di scaricare sullo Stato il problema di industrie senza brevetti e senza soldi, banche troppo larghe di manica, e quello drammatico di milioni di lavoratori che si erano illusi che potevano lavorare in Italia e non dover prendere, come era giusto, la via dell’emigrazione da un paese che non potrà mai mantenere tanti italiche teste di legno.

Peste e Corna

Come la Provvidenza manzoniana salva l’onore di Lucia Mondella ed evita le corna a Renzo Tramaglino

Qual è l’opera è impossibile non studiare a scuola? Un’opera che ha un impatto negativo sulla morale dei giovani italiani nella fase della formazione e fa disastri più dei “Simpson” o di “Friends”?

Esatto. I Promessi Sposi. Proprio loro. E di che parlano i Promessi Sposi?
Grattando, grattando l’indigesto mattone del buon don Lisander ci troviamo di fronte ad un’opera altamente diseducativa, una specie di racconto porno soft che dovrebbe servire a catechizzare i giovani, ma che è, in effetti, in termini psicoanalitici, la summa di tutte le nevrosi di Alessandro Manzoni e della sua strana famiglia che ci ha regalato un altro famoso illuso, tale Beccaria Cesare che, sempre per ragioni morali, ci ha impedito di trattare i furboni in gessato grigio come al tempo dell’inquisizione. Allora li vorrei vedere quelli che bazzicano il Broletto/Broglietto davanti ad un energumeno con un gatto a nove code. Quante ne rivelerebbero di porcate bancarie. D’altra parte è bastato che un magistrato con scarpe grosse, cervello fine e modi rudi, mandasse a San Vittore un po’ di gente importante e miracolosamente questi hanno parlato, scritto e fatto pure i disegni (come diceva la buonanima di Massimo Troisi) pur di non rimanere vittime delle voglie omosessuali che imperano nelle carceri.

Cosa racconta lo scrittorone lombardo se non la storia di una specie di potente politicante dell’epoca che vuole, come era d’altra parte, suo diritto secondo i canoni dell’epoca, iniziare ai piaceri della carne una verginella del lago di Como che invece la vorrebbe dare, almeno la prima volta, ad uno sfigato setaiolo qualsiasi, tale Renzo Tramaglino, uno che pare un pre destinato, prima o poi, a portare le corna? E cosa fa la furba verginella pur di non farsi fare la festa da don Rodrigo (e contro la sua convenienza)? Si va a rifugiare a casa di un puttanone, tale Gertrude, la Monaca di Monza, che nelle note a piè pagina di tutte le edizioni dei Promessi Sposi si scopre essere formalmente donna di chiesa ma dedita a numerosi piaceri carnali, il tutto condito con aborti e probabilmente anche con amori saffici. Mi sembra di rivedere quello che succede ogni mese in qualche parte del mondo dove i scoprono le porcate dei preti pedofili. E quando l’allegra badessa non può nascondere i suoi scheletri nell’armadio la verginella è costretta a riparare sotto la protezione di uno che è ancora più fetente e potente di don Rodrigo. Uno così fetente, ma così fetente, che a distanza di 200 anni Manzoni non lo poteva nemmeno nominare. Uno che è tale e quale a quei padroni oscuri del salotto buono finanziario cui si rivolgono i grandi industriali falliti, quando si accorgono che non hanno altra scelta che farsi linciare dai creditori o sparasi un bel colpo di calibro 38 in bocca.

Ecco cosa imparano i nostri giovani: per consentire a Lucia di non doverla dare ad un potente è bene mettersi sotto la protezione di uno ancora più fetente (sperando che non sia pure lui un erotomane), che le pie persone di chiesa pensano solo agli affari loro, nel senso di fare di tutto per tenersi la cadrega di curato o il posto di alto valore economico di badessa del convento, che gli avvocati sono solo manipolatori delle leggi a favore dei potenti e che infine l’unica cosa è sperare che la provvidenza, stimolata dal frate Cristoforo con il suo ditino alzato minacciosamente, con l’alta intercessione del buon cardinale Borromeo (anche lui dimentico delle sospette ricchezze della sua famiglia), faccia scoppiare una bella devastante pestilenza che, mentre si porta all’altro mondo bambini innocenti, lavoratori onesti e madri di famiglia, avrà anche il benefico effetto di riempire di pustole e far morire anche quel cattivone di don Rodrigo che la giustizia umana non è riuscita a fermare. Insomma un’ecatombe di migliaia di milanesi a difesa della verginità di Lucia. Il che è veramente devastante per una giovane coscienza. Forse sarà per questo che oggi molte giovani liceali anticipano un certo tipo di esperienze sessuali alle scuole medie. Vogliono evitare che, per punire il parroco o il prof con le mani lunghe, si scateni un’epidemia purificatrice che ha il piccolo difetto di non guardare in faccia a nessuno.

Ritornando seri, il vero dramma per gli italiani è fissare per sempre nella testa dei giovani che alla fine arriva sempre qualcuno, l’uomo della provvidenza, che aggiusta tutti i casini. Cavour che s’inventa l’unità di Italia per apparare i giganteschi debiti dei Savoia. Mussolini che salva i Savoia dalla rivoluzione rossa del 1921. I carabinieri che arrestano il non più utile Mussolini e danno modo al re travicello di Savoia di squagliarsi sotto l’ala protettiva degli anglo-americani. De Gasperi, con l’assegno americano in bocca, che evita la presa del potere da parte del PCI. I giudici di Milano che salvano, momentaneamente, il paese dalla corruzione. Ciampi che ci porta nell’euro per evitare una bancarotta nazionale. Draghi che sostituisce un incauto e chiacchierone Fazio. Berlusconi che evita il dilagare dei comunisti che, nel frattempo, sono diventati banchieri d’affari che non sanno l’inglese e quindi nemici d’affari.

Insomma l’italica stirpe, da quando ha perso la capacità degli antichi romani di guidare e civilizzare il mondo, è diventata una massa di piagnoni il cui unico motto è “io speriamo che me la cavo” vendendosi al migliore offerente, cedendo, quando serve, la moglie all’occupante di turno di cui diremo peste (e ci terremo le corna), assodato che la fine della seconda guerra mondiale ha mostrato al mondo che gli uomini italiani sono stati molto lesti a fornire madri, moglie, figlie e sorelle agli invasori anglo-americani, anche per una barra di cioccolato, che, in quel momento, era l’unica provvidenza disponibile e che, forse, in qualche modo, ci ha fatto guadagnare in altezza: il fatto che i figli di tanti italiani sono improvvisamente diventati alti e biondi, noi che eravamo neri e bassotti, non potrebbe essere l’effetto dello scambio barretta di cioccolata-onore delle tante Lucie del dopoguerra a spasso sulle jeep dei G.I.?

Quello che però ci rimane di vero e devastante è questo senso di irresponsabilità che ci permette di metterci nei casini più neri, come credere ai Bond Argentini, e poi aspettarci un salvatore qualsiasi che ci renda indietro i nostri zecchini, i sudati risparmi frutto di tanto lavoro e di tantissima evasione fiscale.

Purtroppo, pare che la fabbrica degli uomini della Provvidenza abbia esaurito la produzione di demiurghi e quindi gli italici devono prendere coscienza che “chi la fa la copra pure” perché non c’è più nessuno al mondo disposto a spalare la nostra merda anche perché la nostra cacca, cioè l’andazzo della nostra politica ed il nostro debito pubblico, è diventato così grande che non c’è una pala tanto grande da poter spalare tanta merda.

Però ci potremmo augurare una bella epidemia di aviaria che avrebbe il vantaggio non secondario di eliminare tanti politici, impiegati statali e pensionati, con sistemazione definitiva delle casse dell’erario e degli enti previdenziali. Dobbiamo solo trovare un frate Cristofaro che vada davanti a Montecitorio ad agitare il ditino minacciando che “verrà un giorno”.

Per il momento non ci resta che spiegare alle Lucie ed ai Renzo del terzo millennio che non gli resta che prendere la valigia firmata ed emigrare, perché questo paese non ha più nessuna speranza.

Nemmeno quella nella Provvidenza. Ci sono in giro troppi Innominati che nei loro salotti ovattati esercitano il potere tramite il controllo sui soldi. Ci sono troppi Don Rodrigo, i caporioni a capo dei comuni e delle province che spendono, spandano ed assumono amici, parenti e benefattori. E ci sono tante Monache di Monza e Don Abbondio che continuano a mantenere un ferreo controllo sulle banche con lo scopo non recondito di non permettere al paese di modernizzarsi. Perché modernizzarsi significherebbe liberarsi dell’oppressione culturale che comincia a scuola con lo studio di quel mefitico romanzo porno che è “I Promessi Sposi”.