Nani in crisi

Non parlo mai di politica italiana. Non è interessante, e i politici sono tutti abbastanza squallidi e impreparati.
 
Quindi, questa non è una difesa del governo in carica, che è più o meno come gli altri precedenti: incompetenza, nessun progetto, e nessuna idea di cosa accade nel paese e nel mondo.
 
Ciò premesso, non mi pare che la bella frenata dell’industria di questi giorni si possa imputare al governo attuale, che poco fa e poco incide sul’economia, se non continuando a seminare paura fra chi dovrebbe spendere e investire.
 
Ma questo lo hanno fatto anche i governi precedenti, dallo scoppio della crisi globale.
 
I problemi dell’industria italiana sono strutturali: aziende individuali e individualistiche, affette perciò da nanismo dimensionale, finanziario e commerciale.
 
E siccome dipende da una base antropologica (paura dell’altro e del futuro, ricerca ossessiva delle sicurezza), c’è poco da sperare nei singoli imprenditori, e l’unica mossa per smuovere il pantano sarebbe che lo Stato attivasse delle iniziative (che non siano la solita cementificazione) per avviare un meccanismo positivo di generazione di ricerca, know-how e brevetti per produrre prodotti e servizi ad alto valore aggiunto.
 
Perché le cose a basso valore aggiunto le possono fare tutti, in Europa e nel mondo.
 
Ma siccome manca anche una classe dirigente, cioè una entità coesa che vive nello stesso posto e condivide la stessa preparazione e cultura, manca da sempre qualcuno sul ponte di comando, né più né meno come al tempo delle signorie, dei comuni, dei principati e delle città stato: tante bande locali che agiscono solo per il proprio tornaconto personale e familiare.
 
Prendersela con gli attuali manovratori (fra cui 2 che non sono neppure laureati) è buttare la croce addosso al primo cireneo che passa dalle parti di Palazzo Chigi, mentre il problema è generato dall’intera popolazione che non si rende contro e, seppure se ne rendesse conto, non vuole cambiare.

A chi conviene la secessione?

L’Italia è in crisi. Non da adesso. Almeno da 30 anni. Le ragioni sono tante, e non è il caso di analizzarle qui. Ma la crisi è certamente antica, e dovuta a problemi strutturali, ed è per questo che, oggi, l’edificio comincia a scricchiolare paurosamente.

Chi può scappa. Emigra. Gli altri, cercano scompostamente di cercare di salvarsi. Un classico della cultura italiana: non appena si vede la mala parata, ognuno pensa solo a se stesso e cerca una scappatoia per se, per la propria famiglia, e se serve, cerca di organizzarsi insieme a qualche altro disperato. Ma non è la regola.

La secessione nordista è nata da uno di questi momenti di paura, a metà anni 80, quando si capisce che l’economia italiana è già molto malata, e nascono di conseguenza i movimenti secessionisti, il cui scopo è scrollarsi di dosso lo stato centrale che impone imposte e tasse che centinaia di migliaia di aziende e lavoratori autonomi marginali non possono pagare, e da questo al linciaggio di Craxi il passo è conseguente.

Poi, con una classica manovra all’italiana, gli elementi più esagitati vengono cooptati dal potere, vengono invitati al banchetto, piazzano anche loro amici e parenti nei posti giusti, ma l’economia, sempre marcia, non migliora, e la batosta del 2008, da cui l’Italia non può riprendersi, come non si è più ripresa, fanno rinascere le voglie di secessione.

Anche perché, non essendo più l’Italia strategica per nessuno, né militarmente né economicamente, qualcuno pensa che la secessione (o le secessioni) si possono fare.

Ovviamente, con un’altra manovra all’italiana, si cerca di farlo con mossettine che non dovrebbero allarmare eventuali custodi dell’unità della Patria (ma chi?), e si usa il modo subdolo per avere la botte piena e la moglie ubriaca, cioè prendersi dei super vantaggi scaricando i costi su tutte le altre regioni. Alcune delle quali dormono beatamente e ignare, mentre altre iniziano una crociata che, fatti due conti, è contro il loro interesse.

Perché le secessione nordista, fatta con equità e razionalmente, porterebbe effetti molto negativi proprio nelle regioni che si credono ricche, mentre, se a invocare la secessione fossero le zone considerate povere e parassitarie, sarebbero proprio queste ad averne dei vantaggi, e non da poco.

Prendiamo il debito pubblico, 2300 miliardi dello stato, in gran parte in mano alle banche italiane e ai privati cittadini italiani. Chi lo paga in caso di secessione? Si deve ripartire? E come? in base alla residenza del creditore? I ricchi e le banche stanno al nord e a Roma, quindi logicamente se ne dovrebbero fare carico le nuove entità secessioniste. Così come si dovrebbero far carico delle pensioni pagate ai propri pensionati, che comunque stanno nelle regioni “ricche”.

Ed è evidente che le regioni povere, non avendo un fardello di debiti da pagare, avrebbero un rapporto debito/pil migliore di quello che ha oggi la Repubblica Italiana, e limitato ai pochi miliardi di debiti dei comuni e delle regioni.

Poi c’è il problema della regionalizzazione dei dipendenti pubblici, che certamente vorrebbero essere pagati meglio di come li paga oggi la Repubblica Italiana, e questo fa crescere i costi dei nuovi stati, che dovranno scaricarsi sulle nuove tasse locali rendendo più costosi i prodotti e i servizi che cercheranno di vendere oltre i loro confini. Ma se lo possono permettere? Forse no. Ma le regioni povere, invece, in caso di una loro secessione, possono lasciare gli stipendi pubblici inalterati, visto che il costo della vita, già più basso, potrebbe diminuire senza il fardello del debito pubblico da restituire.

Di considerazioni se ne possono fare tante altre, ma bastano un paio di esempio per far capire che i lamentosi delle regioni povere che sono contro la secessione dei ricchi, farebbero bene a non lamentarsi ed agire fattivamente per non subire una secessione organizzata dai ricchi per i loro scopi e vantaggi, e fare come a poker: rilanciare pesantemente per attirare il giocatore ingordo che pensa di avere in mano un full contro uno che ha in mano una scala reale.

Biciclette a perdere

Il fenomeno del bike sharing un incubo per le città

share bike pile

Nel corso dell’ultimo anno, diverse aziende cinesi hanno distribuito decine di milioni di biciclette colorate in diverse città del mondo, bici che possono essere noleggiate per pochi spiccioli (15 centesimi per 30 minuti) con uno smartphone.

Ofo e Mobike sono le aziende di bike sharing di maggior successo, e sono valutate in oltre 1 miliardo di dollari.

Sicome gli utenti possono parcheggiare le biciclette ovunque vogliano, il basso costo e la flessibilità attraggono decine di milioni di corse ogni giorno.

E i clienti provengono da tutti i ceti sociali, dai lavoratori ai giovani professionisti.

Ma quel è il vero modello di business del noleggio di biciclette?

Il vero scopo degli investitori è ottenere i dati di milioni di consumatori.

Aziende come Alibaba, la cui affiliata finanziaria Ant Financial è un investitore di Ofo, vede l’ opportunità di fornire altri prodotti e servizi ai clienti del noleggio di biciclette, e, inoltre, ottentogono dati preziosi sulle abitudini degli utenti.

Dati di enorme importanza strategica per Alibaba e Tencent, per ottenere dati sugli utenti abituali.

E che siano i dati il vero business, lo dimostra il fatto che le corse da 15 centesimi servono solo ad attarre nuovi clienti.

Ogni bicicletta costa fino a $440, cui si aggiungono i frequenti casi di vandalismo, che le bici non durano più di sei mesi, e un supporto di personale in continua espansione per la manutenzione e le riparazioni.

Sarà per questo che alle aziende importa poco che molte bici finiscono nei fiumi, sugli alberi o ammassate a centinaia nei depositi della polizia che le deve togliere dalla strade perché intralciano il traffico?

Pila di sharing bike

Il morbo di Baumol uccide l’Italia

Il 4 maggio 2017 è morto l’economista americano William Baumol, che negli anni 60 aveva scoperto una cosa incredibile: il costo del lavoro nei settori a bassa produttività cresce più di quello dei settori più produttivi.

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In altre parole, il costo del lavoro non è proporzionato alla produttività, anzi, accade il contrario nel settore dei servizi.

E questo comporta che i servizi costino sempre di più, anche quelli essenziali come la sanità, l’istruzione, il commercio.

Il cosiddetto “effetto Baumol” è facilmente spiegabile: se nei settori produttivi crescono i salari – perché con meno persone e più automazione si possono pagare salari migliori – questi salari più alti “trascinano” anche quelli dei settori meno produttivi.

Questo “morbo di Baumol” è quello che sta uccidendo le economie di paesi come l’Italia, la Spagna o la Grecia, dove un sacco di veri e propri delinquenti politici spinge sul settore servizi, e addirittura li sussidia, con la conseguenza che sono settori sovradimensionati rispetto al resto dell’economia e, per altro, con lavoratori poco qualificati, la cui massa impoverisce il capitale umano e condanna il paese (o una zona del paese) alla stagnazione e poi all’impoverimento economico.

Avviso quindi per gli amici meridionali, e in particolare per i napoletani: attenzione a non cadere nella trappola che “si può vivere solo di turismo”.

Senza manifattura – automatizzata e ad alto valore aggiunto – si va verso la miseria e l’emigrazione.

La tecnologia causa la deflazione

Globo SgonfiatoScopo della tecnologia è eliminare il lavoro umano, perché costoso. Alla fine XIX secolo, circa il 50% della forza lavoro era impiegato in agricoltura, oggi, lo è solo il 2%.

Fra il XIX e il XX secolo, la più grande categoria di posti di lavoro era nell’aiuto domestico. Con l’avvento degli elettrodomestici è stata eliminata gran parte della necessità di lavoro domestico ormai una cosa solo per ricchi e benestanti.

Il settore manifatturiero è quello che ha già automatizzato tantissimo, eliminando posti di lavoro, ma con paradigmi come la Industry 4.0 e l’Internet of Things, saranno eliminati altri posti in fabbrica, sostituiti da robot, sensori, software e Intelligenza Artificiale.

Il software sta anche eliminando sia il lavoro d’ufficio ma anche il personale impiegato per il commercio al dettaglio, che viene sostituito dalla vendite via Internet.

Ovviamente, quando la tecnologia elimina milioni di posti di lavoro, c’è un declino dei salari, per la concorrenza fra i lavoratori che si offrono per occupare i pochi posti disponibili, e in questo modo la percentuale di reddito nazionale che va al lavoro diminuisce. Questo implica meno soldi per i consumi, e una pressioni sui  prezzi per tenerli bassi, che è il massimo fattore di deflazione.

Ma la tecnologia permette anche di produrre a prezzi più bassi, sia perché sparisce il fattore lavoro ma anche perché le nuove tecnologie, di cui sono fatti i prodotti, costano poco.

Un portatile nel 1994 costava 6mila euro. Oggi, una macchina con prestazioni 10 volte maggiori, costa 10 volte di meno, e questo erode i profitti delle aziende e le costringe a competere ancora di più sui prezzi per restare sul mercato.

E poi ci sono i fattori di scala: un tablet Android, con funzionalità completa, si può comprare, all’ingrosso, in Cina,  per soli 40 dollari.

Ma più tecnologia significa anche più efficienza, quindi minori consumi in petrolio, acqua, gas, elettricità, e questi minori consumi sono un’altra spinta alla deflazione.

E, infine, la disponibilità di tecnologie potenti a basso costo, permette di creare sempre nuovi prodotti e servizi, che mettono fuori mercato gli attori esistenti: la fotografia digitale ha distrutto quella basata sulla chimica, le vendite via internet, il commercio al dettaglio, e tutto questo porta ad effetti sulle aziende che non riescono ad adeguarsi e a competere con i nuovi arrivati, con un effetto a cascata anche sulle valore delle azioni di queste aziende, sui loro dividendi e, ovviamente, su chi vede sparire una rendita.

In definitiva, la deflazione attuale, che Larry Summers ha battezzato “secolare”, è un sottoprodotto dello sviluppo tecnologico, che non ha ancora dispiegato tutti i suoi effetti, che nessuno riesce neppure a immaginare, perché non sono lineari ma esponenziali.