Italia senza fondamentali

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Autunno 2019, inizia l’ennesima campagna elettorale, dove i votanti correranno a votare per gente che non ha nessuna idea su come gestire il paese attuale, quello immerso in uno scenario mondiale, che muta di mese in mese, e dove fenomeni epocali, come la fine del lavoro, la crisi climatica, là disuguaglianza economica e l’annientamento della classe media, richiederebbero una strategia e una messa in esecuzione di azioni che sono complesse e difficili già in paesi con fondamentali buoni.

Come poi si possa fare in un paese i cui fondamentali sono tutti negativi (giustizia, scuola, fisco, istruzione, disponibilità di capitale di rischio, assenza di una classe dirigente nazionale, debito pubblico) è più un atto di fede, non tanto nei tecnici della politica, ma in sciamani e stregoni capaci di operare magheggi e sortilegi.

Eppure, dando un occhio ai social, si leggono esimi professori universitari e politici con esperienza, nonché esponenti di quelle famose “istituzioni che fanno onore al paese”, che cercano di incastrare pezzi di un Tetris con angoli incompatibili e di finanziare progetti con i soldi del Monopoli.

E la gente comunque gli va pure dietro, sbavando ad ogni bella pensata sparata con convinzione da un politico che crede veramente di poter riparare il Titanic con un pezzo di spara drappo.

Nani in crisi

Non parlo mai di politica italiana. Non è interessante, e i politici sono tutti abbastanza squallidi e impreparati.
 
Quindi, questa non è una difesa del governo in carica, che è più o meno come gli altri precedenti: incompetenza, nessun progetto, e nessuna idea di cosa accade nel paese e nel mondo.
 
Ciò premesso, non mi pare che la bella frenata dell’industria di questi giorni si possa imputare al governo attuale, che poco fa e poco incide sul’economia, se non continuando a seminare paura fra chi dovrebbe spendere e investire.
 
Ma questo lo hanno fatto anche i governi precedenti, dallo scoppio della crisi globale.
 
I problemi dell’industria italiana sono strutturali: aziende individuali e individualistiche, affette perciò da nanismo dimensionale, finanziario e commerciale.
 
E siccome dipende da una base antropologica (paura dell’altro e del futuro, ricerca ossessiva delle sicurezza), c’è poco da sperare nei singoli imprenditori, e l’unica mossa per smuovere il pantano sarebbe che lo Stato attivasse delle iniziative (che non siano la solita cementificazione) per avviare un meccanismo positivo di generazione di ricerca, know-how e brevetti per produrre prodotti e servizi ad alto valore aggiunto.
 
Perché le cose a basso valore aggiunto le possono fare tutti, in Europa e nel mondo.
 
Ma siccome manca anche una classe dirigente, cioè una entità coesa che vive nello stesso posto e condivide la stessa preparazione e cultura, manca da sempre qualcuno sul ponte di comando, né più né meno come al tempo delle signorie, dei comuni, dei principati e delle città stato: tante bande locali che agiscono solo per il proprio tornaconto personale e familiare.
 
Prendersela con gli attuali manovratori (fra cui 2 che non sono neppure laureati) è buttare la croce addosso al primo cireneo che passa dalle parti di Palazzo Chigi, mentre il problema è generato dall’intera popolazione che non si rende contro e, seppure se ne rendesse conto, non vuole cambiare.

A chi conviene la secessione?

L’Italia è in crisi. Non da adesso. Almeno da 30 anni. Le ragioni sono tante, e non è il caso di analizzarle qui. Ma la crisi è certamente antica, e dovuta a problemi strutturali, ed è per questo che, oggi, l’edificio comincia a scricchiolare paurosamente.

Chi può scappa. Emigra. Gli altri, cercano scompostamente di cercare di salvarsi. Un classico della cultura italiana: non appena si vede la mala parata, ognuno pensa solo a se stesso e cerca una scappatoia per se, per la propria famiglia, e se serve, cerca di organizzarsi insieme a qualche altro disperato. Ma non è la regola.

La secessione nordista è nata da uno di questi momenti di paura, a metà anni 80, quando si capisce che l’economia italiana è già molto malata, e nascono di conseguenza i movimenti secessionisti, il cui scopo è scrollarsi di dosso lo stato centrale che impone imposte e tasse che centinaia di migliaia di aziende e lavoratori autonomi marginali non possono pagare, e da questo al linciaggio di Craxi il passo è conseguente.

Poi, con una classica manovra all’italiana, gli elementi più esagitati vengono cooptati dal potere, vengono invitati al banchetto, piazzano anche loro amici e parenti nei posti giusti, ma l’economia, sempre marcia, non migliora, e la batosta del 2008, da cui l’Italia non può riprendersi, come non si è più ripresa, fanno rinascere le voglie di secessione.

Anche perché, non essendo più l’Italia strategica per nessuno, né militarmente né economicamente, qualcuno pensa che la secessione (o le secessioni) si possono fare.

Ovviamente, con un’altra manovra all’italiana, si cerca di farlo con mossettine che non dovrebbero allarmare eventuali custodi dell’unità della Patria (ma chi?), e si usa il modo subdolo per avere la botte piena e la moglie ubriaca, cioè prendersi dei super vantaggi scaricando i costi su tutte le altre regioni. Alcune delle quali dormono beatamente e ignare, mentre altre iniziano una crociata che, fatti due conti, è contro il loro interesse.

Perché le secessione nordista, fatta con equità e razionalmente, porterebbe effetti molto negativi proprio nelle regioni che si credono ricche, mentre, se a invocare la secessione fossero le zone considerate povere e parassitarie, sarebbero proprio queste ad averne dei vantaggi, e non da poco.

Prendiamo il debito pubblico, 2300 miliardi dello stato, in gran parte in mano alle banche italiane e ai privati cittadini italiani. Chi lo paga in caso di secessione? Si deve ripartire? E come? in base alla residenza del creditore? I ricchi e le banche stanno al nord e a Roma, quindi logicamente se ne dovrebbero fare carico le nuove entità secessioniste. Così come si dovrebbero far carico delle pensioni pagate ai propri pensionati, che comunque stanno nelle regioni “ricche”.

Ed è evidente che le regioni povere, non avendo un fardello di debiti da pagare, avrebbero un rapporto debito/pil migliore di quello che ha oggi la Repubblica Italiana, e limitato ai pochi miliardi di debiti dei comuni e delle regioni.

Poi c’è il problema della regionalizzazione dei dipendenti pubblici, che certamente vorrebbero essere pagati meglio di come li paga oggi la Repubblica Italiana, e questo fa crescere i costi dei nuovi stati, che dovranno scaricarsi sulle nuove tasse locali rendendo più costosi i prodotti e i servizi che cercheranno di vendere oltre i loro confini. Ma se lo possono permettere? Forse no. Ma le regioni povere, invece, in caso di una loro secessione, possono lasciare gli stipendi pubblici inalterati, visto che il costo della vita, già più basso, potrebbe diminuire senza il fardello del debito pubblico da restituire.

Di considerazioni se ne possono fare tante altre, ma bastano un paio di esempio per far capire che i lamentosi delle regioni povere che sono contro la secessione dei ricchi, farebbero bene a non lamentarsi ed agire fattivamente per non subire una secessione organizzata dai ricchi per i loro scopi e vantaggi, e fare come a poker: rilanciare pesantemente per attirare il giocatore ingordo che pensa di avere in mano un full contro uno che ha in mano una scala reale.