Contraddizioni italiche

Gregge italiano

Uno dei discorsi più assurdi e contraddittori che si siano fatti, che si possano fare e, purtroppo, si faranno ancora, è una conversazione con un commercialista italico in sede di dichiarazione dei redditi.

Inseriti i dati dell’attivo, calcolate tutte le spese, stampati gli F24 per pagare tasse e contributi, se ha un po’ di tempo e gli date spago, il vostro commercialista converrà con voi che il sistema fiscale, contributivo e tutta l’organizzazione per dichiarare, pagare e controllare le tasse, è qualcosa di veramente inquinato dalla paranoia di uno stato la cui unica certezza è che i “suoi” cittadini debbano essere vessati nei modi più fantasiosi, pedanti, fastidiosi, possibili e immaginabili.

E mentre il ragioniere si lamenta del sistema che va dall’assurdo al ridicolo (vedi andare alla posta a pagare un F24 a zero), lui stesso non si rende conto che su questo sistema ci campa, come dire che sputa nel piatto dove mangia.

Ma questo è l’italiano: disprezza il suo paese mentre contribuisce alacremente a farne un paese assurdo, bizzarro, abbastanza dissociato e con i manicomi chiusi da tempo per legge, come se i pazzi non esistessero, mentre la P.A. ne è piena, ed essere squinternati pare condizione necessaria e sufficiente per esserne assunti.

Investimenti e tasse

Nel 1688, la Gloriosa Rivoluzione conclude in Inghilterra un periodo di guerre civili e si afferma il potere dei ceti produttivi nella gestione dei bilanci pubblici statuito con la frase diventata la base della democrazia inglese, di quella americana, e poi di tutte quelle da esse derivate: no taxation without representation.

Frase sintetica che dice che tasse e imposte devono essere votate da rappresentanti dei cittadini e non calate dall’alto, magari da un potere dispotico, il cui scopo non è il bene comune ma quello particolare di alcuni soggetti, che sia un re unto dal Signore, un dittatore di una repubblica centro-africana o la nostra Casta e il suo codazzo di clientes e pretoriani.

Ma i superficiali si fermano alla rappresentanza e del tutto ignorano un principio ancora più basilare: in una democrazia le tasse devono essere uguali per tutti, che non è la stessa cosa dell’uguaglianza davanti alla legge penale e a quella civile.

Infatti, mentre il giudice civile o quello penale valutano, caso per caso, l’applicabilitá delle norme, la legge tributaria non ammette differenze di applicazione se non stabilite per legge.

Perciò, se uno ha un’auto con un certo numero di cavalli fiscali, pagherá la stessa tassa di circolazione che paga un altro soggetto con un auto di pari potenza. Se uno in busta paga si trova 1.000 euro e paga l’imposta prevista, un altro lavoratore, della stessa azienda o di un’altra qualsiasi, pagherà la stessa imposta. O così dovrebbe essere.

Questo è il principio che, al di là dell’evasione e dell’elusione, in Italia in pratica non viene applicato, stante il fatto che di fronte a ricorsi dei cittadini su casi che richiedono una interpretazione della legge tributaria, le commissioni tributarie prendono decisioni diverse sullo stesso argomento, costringendo il contribuente a cercare di sanare la questione sottoponendola ai diversi gradi di giudizio, fino alla Cassazione, con risultati che, alla fine della fiera, provocano effetti differenti per contribuenti diversi anche se l’imposta di cui si dibatte è la stessa.

Ció premesso, e riportando tutto alla crisi economica italiana, dove accanto a problemi di carattere planetario c’è il fatto che gli investitori in titoli di stato italiani pretendono uno spread altissimo, e molto evidente che questa disgrazia è dovuta ad una mancanza di fiducia in un paese i cui sistemi stanno tutti collassando: dalla scuola alla sanità, dalla giustizia al sistema fiscale, dai trasporti al contrasto alla criminalità.

Ma anche gli investimenti in attività produttive da parte degli stranieri sono in quantità risibile. E come potrebbe essere altrimenti se non c’è certezza di quali tasse si dovranno pagare?


Quindi, il professor Monti, invece di prendersela con Confindustria e Sindacato, cioé con quelli che producono, se la prendesse con quella parte della P.A. che fa sentenze variopinte e variegate in materia tributaria azzerando la fiducia degli stranieri e quella residua degli italiani.

Tax Wars

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana, c’era uno strano pianeta dove centinaia di sudditi fecero la stessa causa contro l’esoso imperatore che lì dominava.

Chiedevano solo che un giudice si pronunciasse sulla liceità di un’imposta che li aveva colpiti, tutti, in-di-stin-ta-men-te.

Ora, secondo le leggi del singolare pianeta, vennero istruiti tanti procedimenti diversi, uno per ognuno dei ricorrenti.

Infatti, come s’è detto, era uno strambo pianeta.

E in questo bizzarro posto, un luogo che farebbe la gioia di quella curiosona di Alice, accadde che fossero emesse tre tipi di sentenze diverse, quasi che al posto dei numerosi giudici ci fosse la terribile Regina di Cuori, quella stravagante despota che taglia teste e gioca a croquet usando come mazze poveri fenicotteri irrigiditi.

Infatti accadde che, in alcuni casi, il suddito vincesse, anzi trionfasse contro l’esoso signore, che dovette perciò restituire fino all’ultimo zecchino dell’imposta pagata, in-giu-sta-men-te a dire del giudice.

Anche in altri casi il suddito vinse, ma venne deciso che l’imposta applicata doveva essere molto più bassa di quella applicata al momento del prelievo.

E poi c’erano anche i poveri disgraziati, quelli che persero e dovettero appellarsi al giudice interstellare e poi a quello di livello galattico.

E ovviamente anche l’imperatore, dove le aveva prese, s’appellò. Ma non per tutti! Altrimenti non sarebbe stato uno stravagante pianeta.

Per qualche ignota ragione, – e solo verso alcuni dei vincitori -, il signore non oppose resistenza.

Per tutti gli altri poveri disgraziati ci fu invece il mesto peregrinare per decine di anni fra le varie corti, rimettendoci salute, denari e soprattutto la fiducia nel loro bislacco pianeta .

Infatti, non votarono più, dissero ai figli, ai nipoti, agli amici, ai figli degli amici e ai nipoti degli amici, a quelli dei benefattori e dei conoscenti, di fuggire al più presto con la prima nave interstellare su un qualsiasi altro pianeta civilizzato, e di riferire a tutti coloro che volevano sbarcare sul loro singolare pianeta di non venire a investire nemmeno uno zecchino, perché il meglio che poteva capitargli era di finire in una specie di casinò dove tutto dipendeva da come il croupier girava la ruota.