Contraddizioni italiche

Gregge italiano

Uno dei discorsi più assurdi e contraddittori che si siano fatti, che si possano fare e, purtroppo, si faranno ancora, è una conversazione con un commercialista italico in sede di dichiarazione dei redditi.

Inseriti i dati dell’attivo, calcolate tutte le spese, stampati gli F24 per pagare tasse e contributi, se ha un po’ di tempo e gli date spago, il vostro commercialista converrà con voi che il sistema fiscale, contributivo e tutta l’organizzazione per dichiarare, pagare e controllare le tasse, è qualcosa di veramente inquinato dalla paranoia di uno stato la cui unica certezza è che i “suoi” cittadini debbano essere vessati nei modi più fantasiosi, pedanti, fastidiosi, possibili e immaginabili.

E mentre il ragioniere si lamenta del sistema che va dall’assurdo al ridicolo (vedi andare alla posta a pagare un F24 a zero), lui stesso non si rende conto che su questo sistema ci campa, come dire che sputa nel piatto dove mangia.

Ma questo è l’italiano: disprezza il suo paese mentre contribuisce alacremente a farne un paese assurdo, bizzarro, abbastanza dissociato e con i manicomi chiusi da tempo per legge, come se i pazzi non esistessero, mentre la P.A. ne è piena, ed essere squinternati pare condizione necessaria e sufficiente per esserne assunti.

Digital Magic


L’ultima trovata per far vedere che si fa qualcosa è la fantomatica Agenda Digitale che dovrebbe far fare al paese un gigantesco balzo in avanti degno di quello cinese imposto a colpi di deportazioni e carestie dal presidente Mao Tse Tung, l’imperatore rosso che viveva nella Città Proibita circondato da lacchè e concubine.

Fra le cose che l’Agenda Digitale Magica dovrebbe risolvere è l’evasione fiscale, cioè circa 140 miliardi di euro che ogni anno il fisco non riesce a beccare nonostante abbia un apparato di controllo gigantesco che si dibatte fra tentativi di accertamento e cause infinite, ultra decennali, rimpallate fra commissioni tributarie provinciali, regionali, cassazione, ricorsi a Bruxelles e pure alla corte Europea di Strasburgo.


Con un po’ di tecnologie – di certo molto costose – i tecnici pensano di aver trovato la bacchetta magica che stanerà l’ evasore dalla tana come una muta di terrier a caccia di tassi nella brughiera inglese.


Ora, se i tecnici si prendessero la briga di studiare un testo di Scienza delle Finanze, eviterebbero di creare l’illusione che le tecnologie digitali possano risolvere il problema dell’evasione e quello parallelo del denaro della criminalità organizzata. 


Infatti, la scienza delle finanze, cioè quella che studia tasse, imposte, accise e modo di riscuoterle, ha spiegato da tempo che ci sono solo due modi per ridurre l’evasione: uno è il metodo terroristico per cui un evasore scoperto si fa 20 anni di carcere con il plauso dei giornali e dei suo concorrenti.


L’altro è quello di mettere in piedi un apparato gigantesco di macchine e di uomini, e in Italia addirittura un Corpo armato, che s’impegna in un processo certosino di accertamento dei redditi che però ha un suo corollario in una serie infinita di regolamenti e interpretazioni per rendere la norma inattaccabile davanti ai giudici. 


Questo è il metodo all’italiana i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti: un apparato elefantiaco, milioni di persone in guerra davanti ai giudici, ogni giorno per cause di tasse, e un’evasione fiscale gigantesca. 


Ma il digitale risolverà! Perché ai tecnici piacciono le favolette della bacchetta magica digitale.

Investimenti e tasse

Nel 1688, la Gloriosa Rivoluzione conclude in Inghilterra un periodo di guerre civili e si afferma il potere dei ceti produttivi nella gestione dei bilanci pubblici statuito con la frase diventata la base della democrazia inglese, di quella americana, e poi di tutte quelle da esse derivate: no taxation without representation.

Frase sintetica che dice che tasse e imposte devono essere votate da rappresentanti dei cittadini e non calate dall’alto, magari da un potere dispotico, il cui scopo non è il bene comune ma quello particolare di alcuni soggetti, che sia un re unto dal Signore, un dittatore di una repubblica centro-africana o la nostra Casta e il suo codazzo di clientes e pretoriani.

Ma i superficiali si fermano alla rappresentanza e del tutto ignorano un principio ancora più basilare: in una democrazia le tasse devono essere uguali per tutti, che non è la stessa cosa dell’uguaglianza davanti alla legge penale e a quella civile.

Infatti, mentre il giudice civile o quello penale valutano, caso per caso, l’applicabilitá delle norme, la legge tributaria non ammette differenze di applicazione se non stabilite per legge.

Perciò, se uno ha un’auto con un certo numero di cavalli fiscali, pagherá la stessa tassa di circolazione che paga un altro soggetto con un auto di pari potenza. Se uno in busta paga si trova 1.000 euro e paga l’imposta prevista, un altro lavoratore, della stessa azienda o di un’altra qualsiasi, pagherà la stessa imposta. O così dovrebbe essere.

Questo è il principio che, al di là dell’evasione e dell’elusione, in Italia in pratica non viene applicato, stante il fatto che di fronte a ricorsi dei cittadini su casi che richiedono una interpretazione della legge tributaria, le commissioni tributarie prendono decisioni diverse sullo stesso argomento, costringendo il contribuente a cercare di sanare la questione sottoponendola ai diversi gradi di giudizio, fino alla Cassazione, con risultati che, alla fine della fiera, provocano effetti differenti per contribuenti diversi anche se l’imposta di cui si dibatte è la stessa.

Ció premesso, e riportando tutto alla crisi economica italiana, dove accanto a problemi di carattere planetario c’è il fatto che gli investitori in titoli di stato italiani pretendono uno spread altissimo, e molto evidente che questa disgrazia è dovuta ad una mancanza di fiducia in un paese i cui sistemi stanno tutti collassando: dalla scuola alla sanità, dalla giustizia al sistema fiscale, dai trasporti al contrasto alla criminalità.

Ma anche gli investimenti in attività produttive da parte degli stranieri sono in quantità risibile. E come potrebbe essere altrimenti se non c’è certezza di quali tasse si dovranno pagare?


Quindi, il professor Monti, invece di prendersela con Confindustria e Sindacato, cioé con quelli che producono, se la prendesse con quella parte della P.A. che fa sentenze variopinte e variegate in materia tributaria azzerando la fiducia degli stranieri e quella residua degli italiani.

Tax Wars

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana, c’era uno strano pianeta dove centinaia di sudditi fecero la stessa causa contro l’esoso imperatore che lì dominava.

Chiedevano solo che un giudice si pronunciasse sulla liceità di un’imposta che li aveva colpiti, tutti, in-di-stin-ta-men-te.

Ora, secondo le leggi del singolare pianeta, vennero istruiti tanti procedimenti diversi, uno per ognuno dei ricorrenti.

Infatti, come s’è detto, era uno strambo pianeta.

E in questo bizzarro posto, un luogo che farebbe la gioia di quella curiosona di Alice, accadde che fossero emesse tre tipi di sentenze diverse, quasi che al posto dei numerosi giudici ci fosse la terribile Regina di Cuori, quella stravagante despota che taglia teste e gioca a croquet usando come mazze poveri fenicotteri irrigiditi.

Infatti accadde che, in alcuni casi, il suddito vincesse, anzi trionfasse contro l’esoso signore, che dovette perciò restituire fino all’ultimo zecchino dell’imposta pagata, in-giu-sta-men-te a dire del giudice.

Anche in altri casi il suddito vinse, ma venne deciso che l’imposta applicata doveva essere molto più bassa di quella applicata al momento del prelievo.

E poi c’erano anche i poveri disgraziati, quelli che persero e dovettero appellarsi al giudice interstellare e poi a quello di livello galattico.

E ovviamente anche l’imperatore, dove le aveva prese, s’appellò. Ma non per tutti! Altrimenti non sarebbe stato uno stravagante pianeta.

Per qualche ignota ragione, – e solo verso alcuni dei vincitori -, il signore non oppose resistenza.

Per tutti gli altri poveri disgraziati ci fu invece il mesto peregrinare per decine di anni fra le varie corti, rimettendoci salute, denari e soprattutto la fiducia nel loro bislacco pianeta .

Infatti, non votarono più, dissero ai figli, ai nipoti, agli amici, ai figli degli amici e ai nipoti degli amici, a quelli dei benefattori e dei conoscenti, di fuggire al più presto con la prima nave interstellare su un qualsiasi altro pianeta civilizzato, e di riferire a tutti coloro che volevano sbarcare sul loro singolare pianeta di non venire a investire nemmeno uno zecchino, perché il meglio che poteva capitargli era di finire in una specie di casinò dove tutto dipendeva da come il croupier girava la ruota.

L’impero di carta


Anno 2012, ascolto in Assolombarda fantasmagorici progetti dell’Agenda Digitale “all’Italiana” sull’eliminazione della carta dalla Pubblica Amministrazione.

E poi penso che devo compilare il modello F24, in triplice copia, per pagare l’IMU che, a differenza dell’ICI, non si può pagare online ma con doverosa fila alla Posta.

Il governo tecnico, oltre i soldi, vuole anche il pellegrinaggio di espiazione e contrizione.

Il paese ineguale


Dumont, in Homo Hierarchicus, analizza il sistema delle caste indiane, ne spiega la sua funzione in una società agricola dove le regole disciplinano i rapporti fra gli umani creando una società olistica, cioè volta essenzialmente a mantenere l’ordine attraverso comportamenti obbligatori e conformi alle leggi.

Nel 1977 Dumont pubblica Homo Aequalis, un saggio fortamente contrapposto al precedente perché esplora le società basate sulla parità, caratteristica delle società occidentali che sorgono dopo la Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688, rivoluzione nata dall’esigenza moderna di privilegiare la libertà di impresa, ma anche quella di prestare lavoro per chi paga meglio e dove si vuole, libertà connaturate alla nascente società industriale che può esprimersi al meglio solo se si eliminano i monopoli, le servitù e i privilegi tipici della Casta.
Non a caso la classe dirigente italica si è finita per associarla ad una Casta (superiore) indiana o all’Ancien Régime pre rivoluzione francese. Perché, pur formalmente un paese democratico, cioè basato sulla parità di diritti e dei doveri, lo stato italiano è rimasto quella sabaudo-papalino dove anche la struttura della Pubblica Amministrazione ha il solo scopo di mantenere un regime olistico, cioè basato sulla conformità alle norme e oggi degenerato nel conformismo più codino.
Anche nella nomenclatura si ravvede la gerarchia: mentre nei paesi di uguali il dipendente pubblico è un public servant, da noi è un pubblico ufficiale a far notare anche nel lessico che l’impiegato allo sportello fa parte di una gerarchia che da ordini ai cittadini (ma sarebbe meglio ai sudditi) e pretende da questi continue prove sotto forma di certificazioni da esibire ad altri pubblici ufficiali, un che evidentemente opposto alla cultura anglo-americana dove non esitono neppure i documenti d’identità e dove numerosi tentativi di introdurli sono stati rifiutati con battaglie civili non di poco spessore.
Ovviamente, questa disuguaglianza scende per rami: lo stato ordina alle sue emanazioni e queste ai loro dipendenti che impongono la conformità ai sottoposti di livello inferiore, e tutto questo porta a una totale sudditanza degli enti periferici che, non potendo autoregolarsi, nè stabilire, incassare e gestire proprie imposte e tasse, sono essenzialmente enti locali delegati dal potere centrale, senza alcuna responsabilità su quello che spendono visto che non lo raccolgono.
Insomma, è grasso che cola che l’Italia sia riuscita ad avere una crescita per un certo periodo: nonostante una casta che estraeva ricchezza dalla società produttiva, questa riusciva a produrre abbastanza valore aggiunto da poter mantenere un gruppo di parassiti improduttivi.
Ma ogni casta subisce continui attacchi da parte di bande che intendono sostituirla e questo porta a lotte intestine o all’allargare i privilegi ad altri gruppi antagonisti, con il conseguente aggravarsi del fardello di tasse, imposte e balzelli scaricati sul ceto produttivo.
E questa in breve la ragione della crisi che affligge il paese: una società gerarchica, una classe dirigente famelica che aggiunge continuamente posti a tavola per allattare nuovi banditi.

Il cammino argentino

Per un certo periodo l’Argentina é stata una nazione ricca. Molto ricca. Ricca più di molti stati europei. Anche più dell’Inghilterra da cui copiava stili di vita.
Una ricchezza che attraeva emigranti e permetteva un benessere diffuso ad una popolazione molto più istruita degli altri paesi dell’America Latina.
Ma il paese aveva una malattia subdola: una classe dirigente che essenzialmente estraeva dall’economia ricchezza per se stessa. Una condizione che porta sempre a uno stato permanente di conflitto all’interno della stessa classe dominante che non ha risorse infinite per accontentare tutte le bande.
Uno scontro che trasforma piano, piano una democrazia, prima in un’oligarchia e poi in una dittatura, attraverso la manipolazione delle leggi e poi con l’uso repressivo di pretoriani (polizia, magistratura, fisco e forze armate) per tentare di mantenere lo status quo contro altri pezzi delle elite, e dopo, contro tutto un popolo ormai immiserito.
E la storia dell’Argentina diventa un racconto di continui colpi di stato, fra dittature feroci e quelle da operetta come quella di Juan ed Evita Peron (e non ha caso ci hanno fatto un musical!)
E poi decine di migliaia di desparecidos, drogati e scaraventati a mucchi nell’Atlantico dagli aerei militari. E la stupida guerra delle Falkland contro una Thatcher arrapatissima nel voler far vedere di avere abbastanza palle da mandare i gurka di Sua Maestà a scannare i poveri soldatini argentini e un sommergibile nucleare ad affondare un vecchio incrociatore catorcio nel Rio della Plata.
E poi ancora tanti altri finti presidenti democratici che alla fine devono dichiarare il fallimento dello stato con il default dei famosi bond argentini che tanti avidi ingenui italioti avevano comprato a piene mani fidandosi del bancario amico…del giaguaro.
Mutatis mutandis, mi sembra che anche questo nostro paese stia percorrendo, (dal 1976), questo cammino “argentino” di lungo periodo, portato avanti con subdole leggi, leggine e piccoli e grandi atti repressivi di una burocrazia che cerca solo di salvare la propria sedia.
Un cammino non del tutto evidente ma il cui effetto si dispiega quando i Presidenti della Repubblica devono di frequente chiamare tecnici (Fazio e Monti) a commissariare uno stato dove le fazioni politiche, ormai ridotte a bande affaristico-criminali, non sono più in grado di spartirsi in pace quel bottino ottenuto con tasse variegate, imposte assortite e fantasiosi balzelli ai danni di quei masochisti che si ostinano a produrre in Italia.