iPad l’onorevole resa di Steve Jobs

Negli anni 70, nella California libertaria, culla di tutte le controculture e di tutti i tipi di esperimenti sociali, un gruppo di informatici eversivo decise di liberarsi dalla schiavitù del time-sharing, del dover utilizzare, quando permesso, un computer centrale di un’università, con il rischio, non secondario, che tutto finisse sotto l’occhio dell’FBI, della CIA o della NSA.

Nasce cosi il personal computer, una macchina anarchica non destinata a essere parte di un insieme, così come un’automobile è un uso strettamente personale con cui fare la spesa, portare i bimbi all’asilo e andarci a pomiciare con il partner del momento.

Ma, già all’inizio degli anni 80, il PC perde l’autonomia, nelle aziende viene messo in rete, poi asservito a un server, diventando così solo un terminale intelligente.

Con Internet il ciclo si chiude, il PC è oggi solo il terminale di applicazioni che sono nella rete, le sue caratteristiche di macchina “personale” sono sempre meno utilizzate e i minuscoli netbook, usati solo per navigare e leggere la posta, ne sono la prova, per altro di grande successo.

A questo punto è fatale il passo successivo: una macchina che serva solo come accessorio della rete, e l’iPad è perfetto per questo scopo.

Mobile, leggero, economico, il miglior sostituto di un PC dove non serve un “personal” computer ma solo un dispositivo capace di accedere e utilizzara la rete, perchè la gente vivd e vivrà sempre attaccata alla rete, condividendo la potenza di calcolo che è nella rete, e il sogno libertario di Steve Jobs morirà per mano del suo stesso artefice, certo, una morte onorevole e molto redditizia, ma pur sempre una sconfitta di chi pensava, tramite l’anarchia informatica, di fare fuori Biancaneve-IBM e i suoi mainframe.