Biciclette a perdere

Il fenomeno del bike sharing un incubo per le città

share bike pile

Nel corso dell’ultimo anno, diverse aziende cinesi hanno distribuito decine di milioni di biciclette colorate in diverse città del mondo, bici che possono essere noleggiate per pochi spiccioli (15 centesimi per 30 minuti) con uno smartphone.

Ofo e Mobike sono le aziende di bike sharing di maggior successo, e sono valutate in oltre 1 miliardo di dollari.

Sicome gli utenti possono parcheggiare le biciclette ovunque vogliano, il basso costo e la flessibilità attraggono decine di milioni di corse ogni giorno.

E i clienti provengono da tutti i ceti sociali, dai lavoratori ai giovani professionisti.

Ma quel è il vero modello di business del noleggio di biciclette?

Il vero scopo degli investitori è ottenere i dati di milioni di consumatori.

Aziende come Alibaba, la cui affiliata finanziaria Ant Financial è un investitore di Ofo, vede l’ opportunità di fornire altri prodotti e servizi ai clienti del noleggio di biciclette, e, inoltre, ottentogono dati preziosi sulle abitudini degli utenti.

Dati di enorme importanza strategica per Alibaba e Tencent, per ottenere dati sugli utenti abituali.

E che siano i dati il vero business, lo dimostra il fatto che le corse da 15 centesimi servono solo ad attarre nuovi clienti.

Ogni bicicletta costa fino a $440, cui si aggiungono i frequenti casi di vandalismo, che le bici non durano più di sei mesi, e un supporto di personale in continua espansione per la manutenzione e le riparazioni.

Sarà per questo che alle aziende importa poco che molte bici finiscono nei fiumi, sugli alberi o ammassate a centinaia nei depositi della polizia che le deve togliere dalla strade perché intralciano il traffico?

Pila di sharing bike

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Il morbo di Baumol uccide l’Italia

Il 4 maggio 2017 è morto l’economista americano William Baumol, che negli anni 60 aveva scoperto una cosa incredibile: il costo del lavoro nei settori a bassa produttività cresce più di quello dei settori più produttivi.

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In altre parole, il costo del lavoro non è proporzionato alla produttività, anzi, accade il contrario nel settore dei servizi.

E questo comporta che i servizi costino sempre di più, anche quelli essenziali come la sanità, l’istruzione, il commercio.

Il cosiddetto “effetto Baumol” è facilmente spiegabile: se nei settori produttivi crescono i salari – perché con meno persone e più automazione si possono pagare salari migliori – questi salari più alti “trascinano” anche quelli dei settori meno produttivi.

Questo “morbo di Baumol” è quello che sta uccidendo le economie di paesi come l’Italia, la Spagna o la Grecia, dove un sacco di veri e propri delinquenti politici spinge sul settore servizi, e addirittura li sussidia, con la conseguenza che sono settori sovradimensionati rispetto al resto dell’economia e, per altro, con lavoratori poco qualificati, la cui massa impoverisce il capitale umano e condanna il paese (o una zona del paese) alla stagnazione e poi all’impoverimento economico.

Avviso quindi per gli amici meridionali, e in particolare per i napoletani: attenzione a non cadere nella trappola che “si può vivere solo di turismo”.

Senza manifattura – automatizzata e ad alto valore aggiunto – si va verso la miseria e l’emigrazione.

La tecnologia causa la deflazione

Globo SgonfiatoScopo della tecnologia è eliminare il lavoro umano, perché costoso. Alla fine XIX secolo, circa il 50% della forza lavoro era impiegato in agricoltura, oggi, lo è solo il 2%.

Fra il XIX e il XX secolo, la più grande categoria di posti di lavoro era nell’aiuto domestico. Con l’avvento degli elettrodomestici è stata eliminata gran parte della necessità di lavoro domestico ormai una cosa solo per ricchi e benestanti.

Il settore manifatturiero è quello che ha già automatizzato tantissimo, eliminando posti di lavoro, ma con paradigmi come la Industry 4.0 e l’Internet of Things, saranno eliminati altri posti in fabbrica, sostituiti da robot, sensori, software e Intelligenza Artificiale.

Il software sta anche eliminando sia il lavoro d’ufficio ma anche il personale impiegato per il commercio al dettaglio, che viene sostituito dalla vendite via Internet.

Ovviamente, quando la tecnologia elimina milioni di posti di lavoro, c’è un declino dei salari, per la concorrenza fra i lavoratori che si offrono per occupare i pochi posti disponibili, e in questo modo la percentuale di reddito nazionale che va al lavoro diminuisce. Questo implica meno soldi per i consumi, e una pressioni sui  prezzi per tenerli bassi, che è il massimo fattore di deflazione.

Ma la tecnologia permette anche di produrre a prezzi più bassi, sia perché sparisce il fattore lavoro ma anche perché le nuove tecnologie, di cui sono fatti i prodotti, costano poco.

Un portatile nel 1994 costava 6mila euro. Oggi, una macchina con prestazioni 10 volte maggiori, costa 10 volte di meno, e questo erode i profitti delle aziende e le costringe a competere ancora di più sui prezzi per restare sul mercato.

E poi ci sono i fattori di scala: un tablet Android, con funzionalità completa, si può comprare, all’ingrosso, in Cina,  per soli 40 dollari.

Ma più tecnologia significa anche più efficienza, quindi minori consumi in petrolio, acqua, gas, elettricità, e questi minori consumi sono un’altra spinta alla deflazione.

E, infine, la disponibilità di tecnologie potenti a basso costo, permette di creare sempre nuovi prodotti e servizi, che mettono fuori mercato gli attori esistenti: la fotografia digitale ha distrutto quella basata sulla chimica, le vendite via internet, il commercio al dettaglio, e tutto questo porta ad effetti sulle aziende che non riescono ad adeguarsi e a competere con i nuovi arrivati, con un effetto a cascata anche sulle valore delle azioni di queste aziende, sui loro dividendi e, ovviamente, su chi vede sparire una rendita.

In definitiva, la deflazione attuale, che Larry Summers ha battezzato “secolare”, è un sottoprodotto dello sviluppo tecnologico, che non ha ancora dispiegato tutti i suoi effetti, che nessuno riesce neppure a immaginare, perché non sono lineari ma esponenziali.

La ricerca mutilata

pubblicita p101-2 (1)La “Vittoria mutilata” è stato il mito politico del dopo prima guerra mondiale, e una delle basi ideologiche del Fascismo.

Dopo una guerra sanguinosa, non avendo il Savoia niente da offrire ai giovani che si erano sacrificati nelle trincee, fra morte, sangue, pidocchi e topi, era comodo scaricare tutti i problemi sulle potenze straniere che non avevano dato all’Italia tutti i territori pretesi e già appartenuti allo sconfitto Impero Austro-Ungarico.

Insomma, un po’ come si fa adesso, quando i politici accusano la UE e la Germania di non consentire, a governi senza idee, di fare altri debiti oltre ai 2.300 miliardi già accumulati.

Ma questo mito persiste pure nell’industria, sopratutto quando si parla di tecnologie digitali dove, secondo il piagnisteo corrente, le aziende italiane sarebbero state scippate dell’invenzione del PC e pure dei microprocessori, ovviamente dai soliti americani e con il classico e scontato aiuto della CIA.

Ovviamente non è così. All’Olivetti avevano inventato una calcolatrice programmabile (perché era un’azienda che faceva macchine per scrivere e calcolatrici), che può essere considerato un antenato di un PC, ma ad Ivrea non hanno saputo andare oltre che venderne 44mila pezzi, Stati Uniti compresi, dove la storia dei PC ha avuto tutta altra evoluzione.

A questi miti dell’invenzione scippata, si sommano quello delle aziende italiche vendute allo straniero che poi le avrebbe depauperate di tutto, dimenticando che un paese con una liquidità spaventosa di oltre 4.000 miliardi non trova mai nessuno per comprare e bisogna sempre rivolgersi allo straniero, anche per vendere una squadra di calcio.

I dati quindi dicono che oltre a piangere, gli italiani mettono da parte tantissimo, anche frutto di un PIL in nero di 750 miliardi ogni anno, e non investono, e senza investire non si possono creare grandi aziende: giusto delle piccole e micro aziende che galleggiano finché il mare è calmo e non c’è crisi.

Ma sopratutto non investe lo Stato, che spende 2,2 miliardi per fare l’Expo che è un po’ meno del bilancio della DARPA ($3 milioni), che tra l’altro ha pure inventato la Internet.

 

 

 

Meglio dipendente che schiavo

130912145607-lehman-brothers-1024x576Dice Nassim Taleb:

“Ogni organizzazione vuole che le persone che le sono utili debbano essere private di una parte della loro libertà.

Come si “possiedono” queste persone?

In primis, tramite condizionamento e manipolazione psicologica.

Poi, coinvolgendoli nel gioco, allettandoli con qualcosa d’importante che possono perdere se si ribellano all’autorità. (per esempio il lavoro e lo status).

Insomma, si ottiene più da un dipendente che da uno schiavo, e questo è stato osservato anche nell’antichità quando esisteva la schiavitù.

La prova di questa sottomissione sono gli anni del rituale di privarsi della libertà personale per nove ore al giorno, dell’arrivo puntuale in un ufficio al non poter gestire il proprio tempo.

L’organizzazione vuole un obbediente cane addomesticato.”

Questo spiega tante cose, ma spiega pure perché molti sono contrari al reddito universale di base (UBI): una persona che non è più schiava del bisogno è una persona libera.

E questo spiega anche perché, prima o poi, sarete sostituiti da un software

 

Aranzulla e i fondamentalisti.

Aranzulla

Premessa: Salvatore Aranzulla è un benefattore dell’umanità.

Dal suo sito www.aranzulla.it lui spiega agli italici come risolvere un sacco di problemi informatici spiccioli.

Ci andiamo tutti sul blog di Salvatore, così non rompiamo le scatole all’assistenza per cose di cui l’assistenza non si deve occupare, e neppure facciamo perdere tempo all’amico smanettone che magari quella particolare cosa non la sa.

Insomma, Aranzulla è un salvatore di nome e di fatto, e come tale, a mio non sommesso parere, dovrebbe avere una pagina su Wikipedia.

Ma i talebani dell’enciclopedia hanno detto di no, Salvatore non è degno di stare su un’enciclopedia, che, paradossalmente, si definisce libera per antonomasia.

Ma da quando esistono le religioni, le sette, e le combriccole, la libertà per un fondamentalista è sempre relativa alla sua personale interpretazione della verità.

1964, la fine del lavoro

4d3491605b26d-imageIl 31 marzo 1968, Martin Luther King tenne un famoso sermone alla National Cathedral di Washington che è passato alla Storia con il suo titolo:

“Remaining Awake Through a Great Revolution”

Fra i tanti temi trattati, Martin Ford, nel libro “Rise of robots“, evidenzia questo passo per mostrare che già allora, nel 1968, il tema della fine del lavoro, e di un nuovo necessario assetto sociale, era all’attenzione della classe intellettuale americana.

“There can be no gainsaying of the fact that a great revolution is taking place in the world today. In a sense it is a triple revolution: that is, a technological revolution, with the impact of automation and  cybernation; then there is a revolution in weaponry, with the emergence of atomic and nuclear weapons of warfare; then there is a human rights revolution, with the freedom explosion that is taking place all over the world. Yes, we do live in a period where changes are taking place.”

Martin Luther King si riferiva allo studio del Ad Hoc Committe on Triple Revolution, un rapporto curato da accademici, giornalisti e tecnologi (fra cui due premi Nobel) che prevedeva un futuro in cui lo sviluppo tecnologico e digitale avrebbe prodotto una grande massa di beni però ottenuti da macchine e sistemi che avrebbero richiesto poco lavoro umano.

Il rapporto suggeriva che venisse creato un reddito minimo per eliminare la povertà derivante dalla disoccupazione, eliminando nel contempo un patchwork di misure assistenziali, che è quello che vuole fare la Finlandia .

Il rapporto del comitato sulla Triple Revolution è del 1964.

Da noi, nel 2015, quasi 2016, abbiamo ancora persone che cianciano di pensioni a 70 anni, a dimostrazione della pochezza dei nostri intellettuali.