Il paese ineguale


Dumont, in Homo Hierarchicus, analizza il sistema delle caste indiane, ne spiega la sua funzione in una società agricola dove le regole disciplinano i rapporti fra gli umani creando una società olistica, cioè volta essenzialmente a mantenere l’ordine attraverso comportamenti obbligatori e conformi alle leggi.

Nel 1977 Dumont pubblica Homo Aequalis, un saggio fortamente contrapposto al precedente perché esplora le società basate sulla parità, caratteristica delle società occidentali che sorgono dopo la Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688, rivoluzione nata dall’esigenza moderna di privilegiare la libertà di impresa, ma anche quella di prestare lavoro per chi paga meglio e dove si vuole, libertà connaturate alla nascente società industriale che può esprimersi al meglio solo se si eliminano i monopoli, le servitù e i privilegi tipici della Casta.
Non a caso la classe dirigente italica si è finita per associarla ad una Casta (superiore) indiana o all’Ancien Régime pre rivoluzione francese. Perché, pur formalmente un paese democratico, cioè basato sulla parità di diritti e dei doveri, lo stato italiano è rimasto quella sabaudo-papalino dove anche la struttura della Pubblica Amministrazione ha il solo scopo di mantenere un regime olistico, cioè basato sulla conformità alle norme e oggi degenerato nel conformismo più codino.
Anche nella nomenclatura si ravvede la gerarchia: mentre nei paesi di uguali il dipendente pubblico è un public servant, da noi è un pubblico ufficiale a far notare anche nel lessico che l’impiegato allo sportello fa parte di una gerarchia che da ordini ai cittadini (ma sarebbe meglio ai sudditi) e pretende da questi continue prove sotto forma di certificazioni da esibire ad altri pubblici ufficiali, un che evidentemente opposto alla cultura anglo-americana dove non esitono neppure i documenti d’identità e dove numerosi tentativi di introdurli sono stati rifiutati con battaglie civili non di poco spessore.
Ovviamente, questa disuguaglianza scende per rami: lo stato ordina alle sue emanazioni e queste ai loro dipendenti che impongono la conformità ai sottoposti di livello inferiore, e tutto questo porta a una totale sudditanza degli enti periferici che, non potendo autoregolarsi, nè stabilire, incassare e gestire proprie imposte e tasse, sono essenzialmente enti locali delegati dal potere centrale, senza alcuna responsabilità su quello che spendono visto che non lo raccolgono.
Insomma, è grasso che cola che l’Italia sia riuscita ad avere una crescita per un certo periodo: nonostante una casta che estraeva ricchezza dalla società produttiva, questa riusciva a produrre abbastanza valore aggiunto da poter mantenere un gruppo di parassiti improduttivi.
Ma ogni casta subisce continui attacchi da parte di bande che intendono sostituirla e questo porta a lotte intestine o all’allargare i privilegi ad altri gruppi antagonisti, con il conseguente aggravarsi del fardello di tasse, imposte e balzelli scaricati sul ceto produttivo.
E questa in breve la ragione della crisi che affligge il paese: una società gerarchica, una classe dirigente famelica che aggiunge continuamente posti a tavola per allattare nuovi banditi.
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Grillo e l’onanismo politico

Qualche anno fa, di fronte all’orribile edificio del palazzo di giustizia milanese, frotte di nullafacenti esponevano tazebao con “Di Pietro facci sognare” ed altre amenità inneggianti al pool di Mani Pulite.

Com’è andata si sa: qualche indagato si è ucciso dalla vergogna, qualcun’altro ha fatto un po’ di carcere, pochi, se non pochissimi, politici si sono ritirati a vita privata e, come si vede dalle sparate 2007 di Beppe Grillo, i posti di quelli che hanno dovuto lasciare la ricca mensa, perchè così fessi da farsi scoprire con i soldi nelle mutande, sono stati occupati da altri politicanti e reggicoda che non si limitino a portarsi a casa qualche cucchiaino d’argento, ma si ingozzano di malloppi più consistenti.

Poi, finalmente, per la gioia del popolo scorticato dalle tasse, dai mutui e dai prezzi assurdi di Malindi, arriva il fustigatore Grillo Beppe, che dice delle sacrosante verità, e che forse faranno cadere qualche politicante di serie B dal suo tronetto d’oro.

E tutti saranno finalmente giustamente felici. Sopratutto il popolo che avidamente si nutre della parola del saggio Grillo parlante. Un pubblico abbastanza giovane e colto, fatto dei figli di quelli che andavano a fare i guardoni alle performance di Di Pietro & C, davanti a quell’orribile grigio palazzo di giustizia di Milano.

E, come i loro padri, i folgorati dal verbo di Grillo si accontenteranno di un po’ di onanismo politico invece di fare una bella rivoluzione che è l’unica cosa veramente necessaria in questo paese occupato da una classe dirigente (nessuno escluso) che comanda per fottere, e non solo le puttanelle desiderose di un posto in TV.

Pensate che goduria per un politico quando pensa che si sta fottendo 60 milioni di italiani (consenzienti?).

Il Vaffa-day, purtroppo, lo celebra ogni giorno la classe dirigente “alle spalle degli italiani”.

Una rivoluzione bella e impossibile

Nelle altre nazioni, dopo una rivoluzione, si è sempre arrivati a un accordo fra le fazioni, con accettazione del nuovo ordine, anche se ogni fazione rimane con differenti punti di vista.

In Italia, invece, si resta in uno stato di guerra civile strisciante, dove ogni fazione, per prima cosa, non riconosce l’altra come legittimo competitore, e spesso non riconosce nemmeno il nuovo ordine; lo stato attuale delle cose italiche è un’evidente prova di questa situazione, dove ognuno chiede all’altro che abiuri al suo oscuro tragico passato e, quando questo avviene, con una plateale sceneggiata in TV, lo si accusa di opportunismo, mostrando che la guerra civile fredda non finisce mai.

Eppure, a detta di molti storici e commentatori, la guerra civile calda, quella vera, con le stragi, fosse comuni, foibe, strupi, saccheggi, ci sarebbe già stata fra il 43 ed il 45 e, perciò, ci si interroga sul perchè in Italia non si arrivi mai a una pace.

Ma si sbaglia ad attribuire a quei fatti una valenza di guerra civile, che non hanno mai avuto, anche per la limitazione nello spazio e nel tempo. Al massimo s’è trattato di scaramucce, tollerate dagli americani che avevano altro da fare. In effetti è stato un semplice tentativo di alcuni gruppi di mantenere/raggiungere il potere, che però mai veramente hanno cercato l’evento che, nelle altre nazioni, è stato il vero punto di svolta, dopo il quale si accetta il nuovo ordine e le nuove regole.

Questo evento è la Rivoluzione, intendendo l’eliminazione fisica totale della classe egemone e la sostituzione con quella vittoriosa, di solito la borghesia, anche quando si maschera da partito rivoluzionario che deve servire il popolo, come in Cina.

Nei paesi in cui c’è stata una gloriosa rivoluzione ci sono stati anche lunghi anni di guerra civile e, con il patibolo, i massacri, e guerre interne ed esterne, si è ottenuto naturalmente un nuovo ordine, stabilito dai soli rivoluzionari superstiti, anche perchè i perdenti erano ormai sotto quattro palmi di terra. Questo è il perchè, alla fine della rivoluzione, ci si mette d’accordo: a mettersi d’accordo sulle nuove regole sono quelli che hanno vinto e questi, fra di loro, possono avere solo delle leggere differenze di opinione e, comunque, tali da non generare un nuovo giro di massacri; dove invece restano problemi strutturali irrisolti, scoppia una nuova guerra civile, come negli USA fra nord e sud, oppure resta la guerra fredda, come in Italia.
In Italia tutti i tentativi rivoluzionari, o di sovvertimento dell’ordine precedente, come è stata anche la lotta per l’unità, si sono invece sempre fermati al momento più tragico: l’eliminazione massiva della classe egemone, e ciò per due motivi:

– gli eventi rivoluzionari si sono quasi sempre svolti con la presenza ingombrante di stranieri invasori, chiamati in aiuto di uno dei contendenti italiani, vedi: gli accordi USA/URSS che fermano il tentativo di rivoluzione comunista alla fine della II Guerra Mondiale, la Francia che ferma Garibaldi che cerca di conquistare Roma.

– l’abitudine dei vincitori di cooptare i vinti più utili alla propria causa, e quella dei vinti di cambiare rapidamente squadra per rimanere classe egemone (“tutto deve cambiare perchè tutto resti come prima” dice il Principe di Salina). Esempi: i Savoia che agevolano la Marcia su Roma per mantenere il potere minacciato da una rivoluzione rossa, Mussolini che imbarca i Popolari nel primo governo, (uno di loro, Gronchi, diventerà addirittura Presidente della Repubblica, splendido esempio di triplo salto mortale), la decisione di Togliatti di amnistiare i fascisti, l’improvviso, e rinfacciato da sinistra, benessere dei pseudo rivoluzionari dell’ex PCI, andati al potere con le pezze al culo, e che oggi flirtano con la grande finanza.

Flaiano diceva che sulla bandiera italiana bisognerebbe ricamare il motto Tengo Famiglia. Forse si dovrebbe aggiungere anche un animale araldico che ben rappresenta la classe egemone: un viscido, sfuggente e grasso capitone. Forse somiglia a un biscione, scelto inconsciamente da un noto gruppo industriale? Questa però è materia d’indagine per un’analista freudiano.

Ma una rivoluzione italiana, che sarebbe stata storicamente necessaria per permettere alla borghesia produttiva di avere il potere, non ci sarà nemmeno in futuro, perchè l’altro problema che la impedisce è che l’Italia ha troppi centri decisionali: la politica e l’amministrazione a Roma, la finanza a Milano e, fino a qualche tempo fa, una specie di monarchia alto borghese a Torino, mentre le masse di sanculotti, necessarie per le operazioni di bassa macelleria, si dovrebbero andare a cercare nel lumpenproletariat di Napoli e Palermo e nelle valli prepalpine, fra i padroncini strozzati dalle tasse e da una globalizzazione non gestita.

L’altro problema è che la rivoluzione è uno psicodramma ed ha bisogno perciò di un palcoscenico. E dove lo rappresentiamo? A Milano? A Roma? A Napoli? E’ possibile dare lo spettacolo a Milano mentre i personaggi da decapitare stanno a Roma? E il pubblico? Ve li immaginate i milanesi (ma anche i Fiorentini), con il loden, la gonna a pieghe e i problemi di dieta, che portano in giro le teste grondanti di sangue e materia cerebrale della classe egemone?

E questo, da un punto di vista solamente logistico, complicherebbe di molto le cose ad un Robespierre milanese, o romano! Cosa che non hanno capito le BR, i NAR e Di Pietro. Infatti, i BR li acchiappano sui treni, visto che sono costretti a spostarsi appresso alle prede per inutili omicidi, mentre Di Pietro s’è fatto sfuggire i socialisti che si sono rintanati a Roma. Quando i milanesi innalzavano cartelli con “Di Pietro facci sognare”, davanti al tribunale di Milano, non immaginavano che la rivoluzione che loro speravano era, e rimane, un sogno.

Eppure la rivoluzione sarebbe necessaria! Tutti concordiamo che i problemi italiani derivano dalla sclerosi della classe egemone, ormai completamente presa da riti bizantini da cui non riesce ad uscire. Sono ormai un peso per la società produttiva, un’aristocrazia della cooptazione, che si sta trasformando anche in ereditaria, finendo per somigliare in tutto e per tutto all’ancient regime che aveva portato la Francia al disastro economico prima della Rivoluzione. Purtroppo lo stato delle cose richiederebbe l’eliminazione di questa classe aristocratica ma, come abbiamo appena dimostrato, la rivoluzione in Italia sarebbe bella da avere ma impossibile da fare.

Quindi, accertato che in Italia la rivoluzione, pur necessaria, è impossibile, non resta che andarsene dove il sistema è stato già “rivoluzionato” e dove la borghesia gestisce il potere attraverso le leggi che lei stessa ha creato e che si è auto imposta.

Perciò, chi può, venda tutto e se ne vada all’estero: ormai a Londra o a Parigi si trovano le stesse pezze Benetton/Donna Karan/Max Mara e le stesse scarpe Nike/Adidas, tutto prodotto in Cina, e anche gli stessi hamburger che mangiate a Varese.

E poi, non c’è più neppure il problema del cambio: l’euro regna sovrano dall’Atlantico all’Ucraina.