Lusso, lussuria e pubblicità

Bar Refaeli
Bar Refaeli

Periodicamente, quando non c’è niente su cui polemizzare, scoppiano le polemiche sull’uso del corpo della donna a scopi pubblicitari, vale a dire che un gruppo di femministe (e femministi di rincalzo) attaccano il variopinto mondo della pubblicità dove quasi tutto si cerca di vendere con l’esibizione di vari centimetri di carne umana femminile.

Lasciando un po’ da parte il fatto che tante di queste ragazze scelgono volontariamente di esibirsi, bisognerebbe ricordare che tutta la pubblicità insiste sul concetto di felicità, e quale maggiore felicità c’è nell’immaginario collettivo del piacere del sesso, che certamente implica pure concetti di salute, pulizia, eleganza e lusso?

Infatti la parola lusso deriva dal latino luxus, nel significato di benessere e splendore, con insita però una connotazione di vita stravagante ed edonistica; ma luxus è pure strettamente imparentato con luxuria, che definisce una vita dedita al vizio ed al peccato, ed così che è passata al francese, e da questi al normanno e poi all’inglese, dove luxury è il nostro lusso ed è a sua volta imparentata con lust che appunto significa lussuria.

Come si vede un continuo rimbalzare di significati, sempre però impregnati del concetto che lusso e sesso vanno praticamente sempre in coppia.

Cosa per cui pare un po’ difficile che nell’attuale situazione di certe industrie, dei loro prodotti e dei loro consumatori si possa cambiare il modo di fare pubblicità.

Magari sarebbe augurabile, ma sarebbe possibile?

È la pubblicità, bellezza!

Al Meet The Media Guru Marco Pratellesi, direttore di Corriere.it, faceva notare che la crisi (di vendite) della stampa è precedente allo sviluppo di Internet, e questo l’ho ricollegato a certe considerazioni sulla perdita del senso della pubblicità, ormai più forma d’arte, (quindi tutta tesa a dare lustro, premi e notorietà ai pubblicitari per un pubblico di pubblicitari) che mezzo per informare i consumatori.

Se è ancora vero (come io credo) che la gente compri il giornale per guardare la pubblicitá, allora è chiaro il rifiuto del supporto che la deve veicolare, perció abbiamo una crisi della pubblicità perchè ha perso il contatto con il popolo proprio come il teatro, diventato troppo cerebrale e sopratutto teatro per i teatranti, causa la diffusione del cinema, come ha ricordato sempre Pratellesi, quale mezzo per raccontare storie.

Carta spuntata

La caduta continua della pubblicità sulla carta stampata, causata in parte dalla crisi economica, ma sopratutto dal dirottamento degli investimenti verso internet, sta facendo andare in fibrillazione i padroni dei giornali, non tanto perchè temono i bilanci in rosso, quello non è un problema, alla fine sistemano tutto con i finanziamenti pubblici e con i soldi delle banche, che ai giornali non li fanno mai mancare, perchè è buona regola tenersi la stampa amica, come se si fa con un cane rabbioso cui si da un osso per tenerlo a cuccia.

Ed è proprio questa la paura degli editori e di quei loro maggiordomi che sono i direttori dei giornali: se la pubblicità lascia la stampa vuol dire che anche il pubblico la sta abbandonando e quindi il potere di ricatto della “libera” informazione non funziona più, non è più possibile aprire e chiudere il rubinetto delle notizie, non è si è più in grado di fare telefonate all’orecchio giusto per informare che la foto compromettente non sarà pubblicata…..a buon rendere.

Internet cambia il gioco, il pallino è in mano al pubblico e i giornali non saranno nemmeno utilizzabili nè come carta da cesso, nè come sottoparato e neppure per incartare il pesce.

Crisi: effetti collaterali involontari.

Per effetto della crisi finanziaria, che sta bruscamente piegando verso quella economica, il 45% degli americani ha ridotto il consumo di cibo per risparmiare denari; un incremento del 12% rispetto al 2007.

Avremo perciò meno coronarie schiantate dal cibo spazzatura e meno persone a rischio diabete, ma aumenterà la pubblicità di merendine e bibite gasate che si contenderanno gli slot TV con le case automobilistiche che pretenderebbero che ci compriamo, un anno sì ed uno no, un’auto da 30.000 euro, cioè il doppio dello stipendio di un impiegato.

Insomma, meno cibo spazzatura ma più TV spazzatura!

Tutto il potere all’advertising

Il New York Times ha deciso che l’accesso al giornale tramite Internet sarà gratuito.
Anzi, il NYT ha anche rimborsato gli abbonati, che è un bel gesto di customer care per noi italici abituati a vedere che le telco fanno prezzi più bassi ai nuovi abbonati e lasciano invariati quelli dei vecchi clienti.

Siccome al NYT non sono benefattori, ma capitalisti che si fanno i due conti in croce, avranno trovato il modo di recuperare dagli inserzionisti pubblicitari i dieci milioni di dollari che incassavano come abbonamenti on-line.

Questo modello di business, dove la pubblicità paga le notizie, non è cosa nuova in quanto ogni pubblicazione di informazione, quotidiana, settimanale, mensile che sia, copre buona parte dei costi ed ottiene anche utili soprattuto dalla vendita della pubblicità in tutte le sue forme.

C’è quella esplicita, le grandi pagine che costano anche 50.000 euro ad uscita, ma anche i necrologi che, quando muore un personaggio noto, fanno andare in orgasmo da euro i padroni del giornale.
E poi ci sono: gli annunci delle puttane a domicilio, quelli immobiliari, le ricerche di personale, che spesso si mettono solo per fare scena perchè il posto è già assegnato ad un amico del cacciatore di teste, e gli annunci degli enti, che non si capisce perché non li mettano solo su internet risparmiando lo scarso denaro pubblico.

Poi c’è tutta una pubblicità occulta, mascherata ad arte da notizia (e qui si vede il grande giornalista), di quel genere che gli stessi giornalisti chiamano marchetta , definendosi loro stessi prostitute dell’informazione e i giornali una specie di bordelli. A voler essere buoni si può stimare che un buon 60% del contenuto è pubblicato perché qualcuno lo ha pagato ed è stampato/non stampato per far piacere a qualche personaggio potente e/o utile ieri, oggi e domani. E, vista in questi termini, forse ha ragione qualcuno più cattivo che dice che l’unica cosa che non sia a pagamento è la testata ed i numeri di pagina. Tutto il resto è noia e marchetta.

Questa comunella fra pubblicità ed informazione ha creato un rapporto del tutto sbilanciato a favore delle società di advertising, cioè coloro che gestiscono i budget pubblicitari e che sono i veri padroni del mondo in quanto possiedono la chiave del flusso di cassa dell’editoria. Si pubblica solo quello che loro, ed i loro committenti, vogliono che si scriva. Il che significa che la tanto sbandierata e protetta libertà di stampa è tutelata formalmente nelle costituzioni dei paesi liberi, ma, nella prassi, è in libertà condizionata e vigilata.

Uno scenario ben delineato nel libro “Merchant War (I mercanti dello spazio, Urania)” di Frederick Pohl, un romanzo di sci-fi, pubblicato nel 1952, che pone la sua storia nel 2006, e dove l’autore si prefigurava un mondo in cui le società di advertising sono le padrone (anche politiche) del mondo e si fanno anche le guerre pur di catturare un cliente e di raggiungere il dio budget.

Se qualche nostro intellettuale, negli anni 50-70, avesse letto questo ed altri libri di sci-fi, depurate dello space-opera avrebbe trovato le chiavi di lettura del mondo di oggi e non sarebbe caduto dal pero quando un Bloomberg o un Berlusconi, guarda caso magnati della pubblicità, scende in politica. Ed il nostro intellettuale, avventuratosi nel pianeta della fantascienza, avrebbe anche capito che la forza di questi personaggi non deriva dal messaggio che passa nelle loro televisioni, ma dal fatto che migliaia di giornalisti, presunti liberi, devono mettersi a 90° per poter ricevere lo stipendio a fine mese o anche solo 20 euro a pezzo, come capita alle ragazzette fresche di università che sculettano nelle redazioni sperando di diventare grandi firme di un grande giornale dove fare grandi battaglie in nome di grandi ideali mentre invece, tutta la vita, saranno costrette a fare solo grandi marchette, e nemmeno pagate tanto bene.