Un governo di orbi

Come avevo scritto, i tecnici non possono governare. Governare è una questione complessa, fatta di leadership naturale, carisma e fiducia nel futuro. E la storia è piena di questi esempi di tecnici che credono che governare sia un fatto di numeri quando i numeri sono solo il mero substrato su cui prendere decisioni. 
Il più famoso dei tecnici messi nel posto sbagliato è stato sicuramente Robert McNamara che, improvvidamente nominato dai Kennedy capo del Pentagono, riuscì nell’incredibile impresa di far perdere agli Stati Uniti l’unica guerra della loro storia e dare l’illusione ad altri che si possa vincere contro una superpotenza che il 7 ottobre 2001, cioè un mese dopo l’attacco al World Trade Center, iniziò una guerra senza quartiere contro talebani e Al-Quaeda, eliminando i suoi capi e costringendo i superstiti talebani e quaeddisti ad una sterile guerriglia che ha ancora vive solo perché certe cricche pakistane le danno appoggio.
Anche noi, come quei puttanieri dei Kennedy, abbiamo voluto sperimentare i tecnici. E già con Berlusconi, il palazzinaro riuscito anche lui nell’incredibile impresa – per un governo liberista – di far crescere la spesa pubblica a livelli stratosferici avendo affidato le finanze pubbliche a uno come Tremonti, cioè un commercialista travestito da economista, con idee bislacche sullo stato dell’economia mondiale, da cui migliaia di giornalisti, in ginocchio, si abbeveravano come quelli che credevano che i Whiz Kids della banda di McNamara potessero vincere una guerra con le statistiche invece che con un bel bombardamento chirurgico del Nord Vietnam per ridurlo all’anno zero come, a suo tempo, era stata ridotta la Germania nazista, oggi ormai costretta alle guerricciole dei tassi d’interesse per soddisfare quel po’ d’albagia teutonica rimasta nonostante la mazziata ricevuta da Napoleone a Jena, la sconfitta per mano franco-americana sulla Marna nel ’18, nonché 50 anni di occupazione franco-anglo-russa-americana a ricordare ogni giorno ai tedeschi a non alzare troppo la testa. Anzi, giusto per la cronaca, mentre i russi se ne sono tornati nella steppa, in Germania ci sono ancora decine di migliaia di soldati americani con il dito sul grilletto.
Tornando ai tecnici alla guida del nostro paese, dopo la disastrosa esperienza tremontiana il nostro presidente della repubblica ha pensato bene di peggiorare le cose, affidando, non solo l’economia, ma l’intero governo ai tecnici, i cui risultati, in termini di gestione della cosa pubblica, finiranno per superare le fesserie di McNamara al Pentagono, con milioni di disoccupati difficilmente rioccupabili, migliaia di giovani laureati costretti a lasciare il paese, un debito pubblico che nonostante le cure tecniche e gli interventi di Draghi, continua a galoppare come un puledro ad Ascot, un’economia in parte moribonda e con la prospettiva che ci resterà un po’ di manifattura e un po’ di turismo. Insomma, una Grecia più grande.
Purtroppo Monti è un mezzo orbo che guida un governo di ciechi, in un paese dove anche le forze politiche sono del tutto disinformate su cosa accade nel mondo, e basti vedere le stantie ricette di Ichino, Fornero, Fassina e Giannino, che non hanno neppure il buon gusto di tacere, come fanno almeno Grillo, Ingoria, Vendola e Di Pietro, che non è che nascondono la loro ricetta economica: semplicemente non sanno che fare.
Buon Anno
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Monti e il sudoku

A quanto pare le varie ghenghe politiche vanno alle elezioni con due profonde convinzioni: che non ne uscirà una maggioranza e che alla fine dovranno riaffidarsi a Monti, che è ormai per gli stranieri una garanzia in quanto è un tecnico.
Ma è proprio quell’essere “tecnico” che porterá un governo Monti “politico” a fallire qualsiasi obiettivo, sopratutto la ripresa economica e la riduzione della disoccupazione.
I tecnici infatti, i bocconiani e quelli che albergano a Via Nazionale, credono che un’economia sia una specie di sudoku che, per quanto complesso, ammetta un certo numero di soluzioni finite fra cui si possono selezionare quella più adatta.
Il problema è che questo non è per niente vero, e che qualsiasi manovra classica (monetaria e/o fiscale) non solo altera i paramentri del gioco, trasformandolo in un altro, ma, essendo le soluzioni applicate fra quelle prevedibili, accade che chi fa parte de sistema si adegua subito a manovre ben note e senza fantasia, vanificando del tutto le operazioni del governo.
Monti, classico giocatore di sudoku, circondato da furbi giocatori di rubamazzetto, fallirà se applicherá logiche analitiche e razionali ma, data la natura dell’uomo, è molto difficile aspettarsi da lui che cambi registro e improvvisi qualche cosa di non usuale.

La ragione? Perché lui non può sfuggire alla regola che ogni azione pubblica, che non sia usuale, o è sbagliata, oppure, se giusta, costituisce un precedente pericoloso.

Investimenti e tasse

Nel 1688, la Gloriosa Rivoluzione conclude in Inghilterra un periodo di guerre civili e si afferma il potere dei ceti produttivi nella gestione dei bilanci pubblici statuito con la frase diventata la base della democrazia inglese, di quella americana, e poi di tutte quelle da esse derivate: no taxation without representation.

Frase sintetica che dice che tasse e imposte devono essere votate da rappresentanti dei cittadini e non calate dall’alto, magari da un potere dispotico, il cui scopo non è il bene comune ma quello particolare di alcuni soggetti, che sia un re unto dal Signore, un dittatore di una repubblica centro-africana o la nostra Casta e il suo codazzo di clientes e pretoriani.

Ma i superficiali si fermano alla rappresentanza e del tutto ignorano un principio ancora più basilare: in una democrazia le tasse devono essere uguali per tutti, che non è la stessa cosa dell’uguaglianza davanti alla legge penale e a quella civile.

Infatti, mentre il giudice civile o quello penale valutano, caso per caso, l’applicabilitá delle norme, la legge tributaria non ammette differenze di applicazione se non stabilite per legge.

Perciò, se uno ha un’auto con un certo numero di cavalli fiscali, pagherá la stessa tassa di circolazione che paga un altro soggetto con un auto di pari potenza. Se uno in busta paga si trova 1.000 euro e paga l’imposta prevista, un altro lavoratore, della stessa azienda o di un’altra qualsiasi, pagherà la stessa imposta. O così dovrebbe essere.

Questo è il principio che, al di là dell’evasione e dell’elusione, in Italia in pratica non viene applicato, stante il fatto che di fronte a ricorsi dei cittadini su casi che richiedono una interpretazione della legge tributaria, le commissioni tributarie prendono decisioni diverse sullo stesso argomento, costringendo il contribuente a cercare di sanare la questione sottoponendola ai diversi gradi di giudizio, fino alla Cassazione, con risultati che, alla fine della fiera, provocano effetti differenti per contribuenti diversi anche se l’imposta di cui si dibatte è la stessa.

Ció premesso, e riportando tutto alla crisi economica italiana, dove accanto a problemi di carattere planetario c’è il fatto che gli investitori in titoli di stato italiani pretendono uno spread altissimo, e molto evidente che questa disgrazia è dovuta ad una mancanza di fiducia in un paese i cui sistemi stanno tutti collassando: dalla scuola alla sanità, dalla giustizia al sistema fiscale, dai trasporti al contrasto alla criminalità.

Ma anche gli investimenti in attività produttive da parte degli stranieri sono in quantità risibile. E come potrebbe essere altrimenti se non c’è certezza di quali tasse si dovranno pagare?


Quindi, il professor Monti, invece di prendersela con Confindustria e Sindacato, cioé con quelli che producono, se la prendesse con quella parte della P.A. che fa sentenze variopinte e variegate in materia tributaria azzerando la fiducia degli stranieri e quella residua degli italiani.

Il cammino argentino

Per un certo periodo l’Argentina é stata una nazione ricca. Molto ricca. Ricca più di molti stati europei. Anche più dell’Inghilterra da cui copiava stili di vita.
Una ricchezza che attraeva emigranti e permetteva un benessere diffuso ad una popolazione molto più istruita degli altri paesi dell’America Latina.
Ma il paese aveva una malattia subdola: una classe dirigente che essenzialmente estraeva dall’economia ricchezza per se stessa. Una condizione che porta sempre a uno stato permanente di conflitto all’interno della stessa classe dominante che non ha risorse infinite per accontentare tutte le bande.
Uno scontro che trasforma piano, piano una democrazia, prima in un’oligarchia e poi in una dittatura, attraverso la manipolazione delle leggi e poi con l’uso repressivo di pretoriani (polizia, magistratura, fisco e forze armate) per tentare di mantenere lo status quo contro altri pezzi delle elite, e dopo, contro tutto un popolo ormai immiserito.
E la storia dell’Argentina diventa un racconto di continui colpi di stato, fra dittature feroci e quelle da operetta come quella di Juan ed Evita Peron (e non ha caso ci hanno fatto un musical!)
E poi decine di migliaia di desparecidos, drogati e scaraventati a mucchi nell’Atlantico dagli aerei militari. E la stupida guerra delle Falkland contro una Thatcher arrapatissima nel voler far vedere di avere abbastanza palle da mandare i gurka di Sua Maestà a scannare i poveri soldatini argentini e un sommergibile nucleare ad affondare un vecchio incrociatore catorcio nel Rio della Plata.
E poi ancora tanti altri finti presidenti democratici che alla fine devono dichiarare il fallimento dello stato con il default dei famosi bond argentini che tanti avidi ingenui italioti avevano comprato a piene mani fidandosi del bancario amico…del giaguaro.
Mutatis mutandis, mi sembra che anche questo nostro paese stia percorrendo, (dal 1976), questo cammino “argentino” di lungo periodo, portato avanti con subdole leggi, leggine e piccoli e grandi atti repressivi di una burocrazia che cerca solo di salvare la propria sedia.
Un cammino non del tutto evidente ma il cui effetto si dispiega quando i Presidenti della Repubblica devono di frequente chiamare tecnici (Fazio e Monti) a commissariare uno stato dove le fazioni politiche, ormai ridotte a bande affaristico-criminali, non sono più in grado di spartirsi in pace quel bottino ottenuto con tasse variegate, imposte assortite e fantasiosi balzelli ai danni di quei masochisti che si ostinano a produrre in Italia.