Renzi, Excel e il PowerPoint

M’è capitato una volta di parlare con un tizio che gestiva due parchi container e che voleva automatizzarne la gestione.

Come mi spiegò, è un enorme impegno stabilire come i container vadano accatastati in modo ottimale per ridurne al minimo la movimentazione, perché ogni spostamento comporta costi, ritardi, errori e tempi di manovra.excel truffa

Esaminata la questione, messi due numeri in croce, venne fuori, che quel che si voleva, sarebbe costato una cifra non indifferente, una cifra che fece sbiancare il tizio che s’era sbilanciato col suo capo pensando che tutto si poteva fare con il solo Excel.

E questo è uno dei problemi di aver messo in mano un PC a qualsiasi impiegatuccio che pensa che l’essersi impadronito del funzionamento di un software basico, gli permetta poi, con altrettanta facilità e costo, di risolvere problemi ben più corposi e complessi.

E la stessa sindrome che hanno i maniaci del PowerPoint, quelli che credono che, rappresentato un fatto con un po’ di slide colorate e qualche animazione carina, possa banalizzarne la successiva esecuzione.

Pure il buon Renzi, esponente della power elite fiorentina (una delle poche che ancora non s’era cimentata nel riavviare nave Italia), crede che mostrando i suoi propositi in un colorito Powepoint, piuttosto che in freddi numeri su brutale carta bianca, possa magicamente risolvere problemi che neppure un sanguinario autocrate potrebbe risolvere in tempi accettabili.

Un powerpoint passa, un documento resta, gli storici possono recuperarlo in un archivio e inchiodare il Renzi alle sue promesse vuote e senza basi reali.

Una serie di slide è solo una serie di punti, d’idee, di bambineschi desideri, è il credere che la facilità con cui si crea e si distrugge nel mondo digitale possa trasferirsi al mondo reale dove se favorisci con un’esenzione fiscale i soli lavoratori dipendenti, ti troverai sommerso da migliaia di cause per incostituzionalità dei lavoratori autonomi, e dove andare a rubare ai poveri pensionati, oltre che di uno squallore unico, ti sommergerà di ricorsi nonché di gente che sicuramente si butterà in braccio a Berlusconi che non vede l’ora d’impallinare il ragazzotto fiorentino, le sue belle slide colorate e suoi numeri truccati.

Letta il Vecchio

Il pranzo del Gattopardo
Il pranzo del Gattopardo

Non parlo dello zio di Enrico Letta, quello che avrebbe dovuto essere il Visir di SB, consigliandogli strade sicure e percorsi poco accidendati.
Come è andata si sa: SB resta un riccastro con soldi, media e un partito politico maggioritario, a disposizione H24, che mai cancellerà dai libri di storia il bunga-bunga, la nipote di Mubarak e i salemelecchi di 400 hostess a Gheddafi.

Per non parlare di un’economia al collasso, riforme liberali mai fatte, una Pubblica Amministrazione sempre più inefficiente, arrogante e debordante.

Parliamo di Letta Enrico, un giovane quarantenne, un esponente di quella generazione perduta il cui unico desiderio è il potere, nella PA come nel privato.

E lui, Letta Enrico il Giovane Vecchio, l’ha avuto il potere. E pure il supporto del giovane Renzi e di un vecchio Presidente, quello che utilizza ogni mezzo per tenere in piedi un governo d’emergenza che però tutto fa meno che occuparsi dell’emergenza.

La verità è che Letta è un vecchio democristiano (appoggiato da un vecchio comunista) che non vuole distruggere il controllo dal centro di ogni piccolo più piccolo borgo, offrendo al potere locale modo di lamentarsi del governo centrale (che gli impone imposte e tasse cervellotiche) e la scusa per mantenere in vita società partecipate il cui unico scopo è sistemare parenti, amici e benefattori, oltre a dare lavoro a imprese che vivono solo di appalti pubblici.

E se non si taglia questo immondo legame fra centro e periferia, il debito aumenterà sempre di più e la PA centrale e periferica continuerà a difendere la sua esistenza, creando soli problemi a chi produce e fa vivere il paese.

La prova?

La pagliacciata delle città metropolitane e la non eliminazione delle province.

Come dire: siamo oltre il gattopardismo “del tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”.

Siamo al tenersi quello di prima aggiungendo mani di stucco su una macchina ormai più ruggine che vernice.

I governi del non fare

Lazy Seals

Abbiamo avuto per anni un governo del PDL basato su un’ampia maggioranza e oggi abbiamo un governo Letta che addirittura ha l’appoggio pure del PD: in pratica un governo dittatoriale (in senso buono).

Risultati? L’economia sta morendo, la disoccupazione sale, il paese è ingessato, senza nessuna possibilità di fare la più semplice delle modifiche per affrontare l’uragano autunnale prossimo venturo.

All’occhio superficiale sembrerebbe che tutto sia bloccato dai problemi carcerari di Berlusconi, ma la verità è che la classe dirigente (non solo quella politica) ha due grossi problemi:

– non ha idea di cosa stia accadendo nel mondo
– non sa com’è fatto il paese che amministra

Questo comporta che chi governa non conosce la macchina economica e perciò incapace di trovare una qualsiasi soluzione; è come se uno dovesse tradurre i Rigveda dal sanscrito senza conoscerne la lingua.

È questa è la base dell’immobilismo di Berlusconi, ieri, e di Letta, oggi.

Ma c’è un ulteriore elemento che impedisce qualsiasi azione governativa: la paura di toccare gli interessi di un gruppo qualsiasi che cominci a strepitare.

Perché l’economia italica è oggi in gran parte fatta d’imprese e di lavori marginali, attività e impieghi di mera sopravvivenza (esclusi quei pochi settori e quelle poche aziende che vanno bene).

Ormai tutti, – l’avvocato, il commerciante, il geometra, l’assicuratore, l’artigiano, il dipendente pubblico o quello privato, il pensionato e il padrone di casa – sono a rischio di chiudere, perdere la rendita o il lavoro, se c’è un aumento di tasse, una legge più restrittiva, una modifica migliorativa che porti tagli, investimenti da fare o un’efficiente lotta all’evasione.

E questo implica che un qualsiasi intervento di aggiustamento e/o razionalizzazione porta lo scompiglio in certi settori, distrugge attività, produce disoccupazione, elimina certezze e quindi fa scemare pure il coraggio per avviare nuove imprese, investire, trasferirsi (se non all’estero).

Lo dimostra la vicenda dell’abolizione delle Province, che tutti vogliono e nessuno farà, perché comunque si tratta di abbattere una vacca da cui a vario titolo allattano in tanti, magari poco, ma che comunque allattano.

E di esempi se ne potrebbero fare a vagonate.

Ma a che serve?

A niente. Solo tempo perso, visto che, elencare cosa sia possibile fare, è solo una bella certificazione che siamo gestiti da governi del non fare.

Dallo stallo alle stelle.

Welfare

Partorito dall’accoppiamento “contro natura” fra due bande di politicanti intenti solo ad arricchirsi, il governo di Letta “Il Giovane” non ha combinato un bel nulla, salvo il patetico gesticolare del premier davanti ai giornalisti a spiegare sue strategie che non sono né efficaci e neppure fattibili, visto che le due bande non recedono un passo dalle loro strategie pre elettorali.

Il paese è in uno stallo totale. Persino i nuovi della politica – i grillini, i Renzi, i De Magistris, i Pisapia, gli Emiliano e i Marino – hanno capito che è meglio non sbilanciarsi in progetti irrealizzabili, data la mancanza cronica di denari e la loro incapacità a tagliare gli sprechi.

Ammesso che sia un bene tagliare gli sprechi o non farlo.

Perché il politicume e l’Amministrazione Pubblica se facessero qualcosa per ridurre la spesa inutile, creerebbero altri disoccupati nelle centinaia di migliaia di aziende che vivono di soldi pubblici, e se non fanno nulla, fanno crescere il debito e la necessità di tassare ancora di più.

La soluzione potrebbe essere quella di Obama e Bernake, una classica manovra keynesiana dove la spesa inutile viene convertita in spesa utile, procurando alla nazione una serie di infrastrutture e di servizi che le permettano un salto di qualitá e un affrancamento di risorse oggi bloccate.

Come lo sono le donne, schiacciate nella morsa casa-lavoro-bambini-anziani che impedisce loro di lavorare serenamente e anche di poter lavorare.

D’altra parte i paesi ricchi del Nord Europa, hanno sempre investito in servizi che – direttamente o indirettamente –  aiutano le donne, come ha dimostrato l’economista americano Peter Liendert in “Growing Public“.

Si potrebbe investire nella scuola a tempo pieno – dall’asilo all’università – eliminando ogni ipotesi di far pagare tasse scolastiche, rette e pasti a una popolazione che già oggi non ce la fa a combinare il pranzo con la cena.

Così come sarebbe vincente fare in modo che degli anziani se ne occupino le strutture pubbliche e non affidarli al fai-da-te delle famiglie, costrette ad arrangiarsi in proprio e con le badanti, magari volenterose, ma certamente non specializzate nella cura di chi ha costruito questa nazione e ha il diritto a una vecchiaia da cittadino e non da “ingombro” da gestire.

D’altra parte la spesa pubblica italica complessiva non è nemmeno piccola (rispetto al PIL e agli altri paesi UE), ma solo mal diretta e indirizzata.

Perciò, caro Letta, smetta di gesticolare e si dia da fare… se lo sa fare.

Monti e il sudoku

A quanto pare le varie ghenghe politiche vanno alle elezioni con due profonde convinzioni: che non ne uscirà una maggioranza e che alla fine dovranno riaffidarsi a Monti, che è ormai per gli stranieri una garanzia in quanto è un tecnico.
Ma è proprio quell’essere “tecnico” che porterá un governo Monti “politico” a fallire qualsiasi obiettivo, sopratutto la ripresa economica e la riduzione della disoccupazione.
I tecnici infatti, i bocconiani e quelli che albergano a Via Nazionale, credono che un’economia sia una specie di sudoku che, per quanto complesso, ammetta un certo numero di soluzioni finite fra cui si possono selezionare quella più adatta.
Il problema è che questo non è per niente vero, e che qualsiasi manovra classica (monetaria e/o fiscale) non solo altera i paramentri del gioco, trasformandolo in un altro, ma, essendo le soluzioni applicate fra quelle prevedibili, accade che chi fa parte de sistema si adegua subito a manovre ben note e senza fantasia, vanificando del tutto le operazioni del governo.
Monti, classico giocatore di sudoku, circondato da furbi giocatori di rubamazzetto, fallirà se applicherá logiche analitiche e razionali ma, data la natura dell’uomo, è molto difficile aspettarsi da lui che cambi registro e improvvisi qualche cosa di non usuale.

La ragione? Perché lui non può sfuggire alla regola che ogni azione pubblica, che non sia usuale, o è sbagliata, oppure, se giusta, costituisce un precedente pericoloso.