Nani in crisi

Non parlo mai di politica italiana. Non è interessante, e i politici sono tutti abbastanza squallidi e impreparati.
 
Quindi, questa non è una difesa del governo in carica, che è più o meno come gli altri precedenti: incompetenza, nessun progetto, e nessuna idea di cosa accade nel paese e nel mondo.
 
Ciò premesso, non mi pare che la bella frenata dell’industria di questi giorni si possa imputare al governo attuale, che poco fa e poco incide sul’economia, se non continuando a seminare paura fra chi dovrebbe spendere e investire.
 
Ma questo lo hanno fatto anche i governi precedenti, dallo scoppio della crisi globale.
 
I problemi dell’industria italiana sono strutturali: aziende individuali e individualistiche, affette perciò da nanismo dimensionale, finanziario e commerciale.
 
E siccome dipende da una base antropologica (paura dell’altro e del futuro, ricerca ossessiva delle sicurezza), c’è poco da sperare nei singoli imprenditori, e l’unica mossa per smuovere il pantano sarebbe che lo Stato attivasse delle iniziative (che non siano la solita cementificazione) per avviare un meccanismo positivo di generazione di ricerca, know-how e brevetti per produrre prodotti e servizi ad alto valore aggiunto.
 
Perché le cose a basso valore aggiunto le possono fare tutti, in Europa e nel mondo.
 
Ma siccome manca anche una classe dirigente, cioè una entità coesa che vive nello stesso posto e condivide la stessa preparazione e cultura, manca da sempre qualcuno sul ponte di comando, né più né meno come al tempo delle signorie, dei comuni, dei principati e delle città stato: tante bande locali che agiscono solo per il proprio tornaconto personale e familiare.
 
Prendersela con gli attuali manovratori (fra cui 2 che non sono neppure laureati) è buttare la croce addosso al primo cireneo che passa dalle parti di Palazzo Chigi, mentre il problema è generato dall’intera popolazione che non si rende contro e, seppure se ne rendesse conto, non vuole cambiare.

Discorso alla nazione

Sergio Mattarella e tornio antico

Non so se esiste un altro paese dove, come primo atto pubblico, il capo dello stato senta il dovere di fare il resoconto del fallimento della nazione.

Debito pubblico inarrestabile, corruzione diffusa nella PA, inefficienze ormai insanabili in ogni comparto,  – compresi quelli essenziali come la giustizia e il fisco – mafie ormai stanziali in tutto il paese, disoccupazione dilagante, emigrazione giovanile crescente e, ovviamente, crisi economica che nessuno prova a fermare, visto che, ben quattro governi, non hanno fatto non solo niente ma addirittura meno di niente dato che hanno solo peggiorato la situazione.

Questo giusto per toccare alcuni temi.

E per fortuna non ne ha toccato altri, come scarsa ricerca e innovazione, aziende che non capiscono la globalizzazione, e men che mai la digitalizzazione, anche se si pensa che, stesa un po’ di fibra ottica, questa possa portare magicamente le aziende e la PA a superare un digital divide che non è nei cavi ma sopratutto nelle teste della classe dirigente.

Sarà forse un bene che il capo dello stato faccia l’inventario del disastro in modo che la classe dirigente si adoperi per migliorare la situazione?

Può essere, ma certamente non basta.

Santo Lamentino non fa miracoli, e neppure serve. Basterebbe che il primo ministro, autoproclamatosi salvatore della patria, facesse qualcosa di concreto invece di manovrare la scacchiera per piazzare i pezzi giusti sulle poltrone giuste.

Perchè può avere tutto il potere che vuole, ma se non ha uno straccio di piano, a niente gli servirà aver occupato ogni poltrona pesante: è questa è una crisi infinita, perché sono cambiati i parametri del problema, è in corso un gioco diverso, è come se in un campo di calcio all’improvviso si dovesse giocare a pallanuoto, ed occorrono perciò manovre non convenzionali, non certo quelle rispettose dell’ortodossia economica di Padoan, brav’uomo ma non per tutte le stagioni.

Speriamo, (ma non fidiamo), che il nuovo capo dello stato, con calma e pacatezza, faccia capire che il timer sta per trillare, e che non ci sono molte più possibilità di salvarsi, e che sarebbe sicuramente un bene darsi una mossa.

L’inflazione è morta?

Perché saremo per anni, forse per secoli, in deflazione

come funziona la deflazione

Come sapete la BCE, – cioè la Germania, che la manovra come un pupo siciliano – è contraria ad un aumento della massa monetaria.

La ragione è che i tedeschi credono in una sola religione: più massa monetaria = più inflazione.

Ora se questa legge fosse vera, avremmo un aumento dell’inflazione negli USA, dove la FED di denaro nell’economia ne ha pompato e ne pompa, e lo stesso in tutte le nazioni dove le povere banche centrali cercano in tutti i modi di far crescere l’inflazione che, però, pare fottersene delle auree leggi dogmatiche in cui credono i tedeschi, perché l’inflazione non solo non aumenta ma siamo caduti nel caso opposto: i prezzi non crescono più.

Ma perché, nonostante lo sbattimento delle banche centrali, l’inflazione non sale, anzi scende o finisce sotto lo zero?

Come si sa, l’inflazione è una misura della crescita di prezzi, e di conseguenza di salari e parcelle.

Ma se le aziende del mondo globalizzato (perché è folle pensare ormai a prodotti/servizi/prestazioni solo locali), hanno una enorme sovrapproduzione che non si riesce a collocare, e se per ogni lavoro c’è un milione di persone (proprio così!) disposte a farlo, per quale ragione i prezzi dovrebbero mai salire?

Obbiettivamente, possono solo scendere, e scendere ancora se aziende e persone vogliono sopravvivere.

Ma perché potrebbe durare tanto?

La ragione è in quello che ha evidenziato Nuriel Roubini: la globalizzazione ha portato 500 milioni di europei a competere con miliardi di cinesi e indiani, e ora anche l’Africa si è messa in moto.

E poi c’è l’automazione e la robotica che abbassano i costi e quindi i prezzi, per cui i prossimi anni e decenni potrebbero essere di una continua discesa di prezzi senza fine.

Qualcuno, per favore, lo spiegasse ai tedeschi, se ha tempo da perdere.

Stallo

Simulatore di volo della Prima Guerra Mondiale
Simulatore di volo della Prima Guerra Mondiale

Una parola che ha due significati: quello scacchistico, quando non c’è possibilità di vincere per nessuna delle parti, e quello che succede agli aerei in certe condizioni di volo.

Dal secondo si puó uscire, se il pilota è bravo e se la situazione non è disperata.

Dal primo non se ne esce se non ripartendo, magari con strategie migliori.

Ecco, la nostra classe dirigente (nessuno escluso) è riuscita nell’opera mirabile di avere contemporaneamente tutti e due tipi di stallo:
– nessuno (per incompetenza) sa come far ripartire il gioco (economico),
– l’economia sta stallando, con piloti che si alternano alla cloche, che vanno dal tecnico che cerca di cambiare i motori in volo, al capitano che si sta facendo gli/le assistenti di volo, a uno che, lasciati comandi, passa il tempo a raccontare agli sfigati passeggeri che stanno volando verso il migliore dei mondi possibile.

Vecchie ricette, nuovi problemi

Globalizzazione 1950 - 2014

Come tutti i tecnici, il buon Padoan crede che l’economia sia una specie di partita a scacchi: fatta una mossa – tipo elargire 80 euro a una parte dei lavoratori – questa mossa innesca un ciclo virtuoso, o almeno un avvio.

Invece? Non è successo nulla.

Anzi. L’economia è ferma, l’inflazione è negativa nelle città periferiche e la gente continua ed emigrare, anziani compresi.

E se ne vanno sopratutto dal Nord e dal Lazio.

Se ne vanno gli over 40, quindi chi ha professionalità che a noi non servono.

E qui si apre il discorso sull’eventuale aiutino da parte della BCE e della UE.

Ammesso che Renzi riesca a fare quello che gli ha suggerito, (in segreto), Draghi a Città della Pieve, e ammesso che ci siano dei soldi da spendere, può questo aiutino rimettere in moto l’economia italica?

Basterà aggiustare qualche scuola e avviare qualche cantiere edile?

Per qualche costruttore, per un po’ di operai stranieri e qualcuno che allatta sui lavori pubblici, qualche beneficio momentaneo ci sarà, ma per tutti gli altri disoccupati autoctoni e tutte le altre imprese che non riescono più a competere a che serve finanziare la solita edilizia? Certo non esporteremo di più!

Perché è chiaro che mettere gli italici a lavorare per passarsi i soldi dall’uno all’altro serve a molto poco: al paese serve esportare di più, attrarre più investimenti esteri e ovviamente far arrivare più turisti.

E sono tutte cose dove occorre una strategia globale che tenga conto dei nostri punti di debolezza, (mancata internazionalizzazione e scarsa digitalizzazione), e che utilizzi i denari disponibili per superare questi scogli.

Certo, c’è da sistenare un po’ di scarichi fognari per evitare che ogni 55 km di costa ci sia un punto d’inquinamento, c’è da migliorare strutture alberghiere e musei, ma tutto questo viene dopo che il paese ha deciso di migliorare la sua produttività, in ogni settore, dalla manifattura alla pubblica amministrazione, dai trasporti al turismo, e questo si può ottenere solo con una maggiore automazione, il che implica però, personale più qualificato (e meglio pagato) e investimenti mirati verso chi ha piani di sviluppo veramente competitivi.

Purtroppo, e da quello che dicono i nostri politici, economisti e commentatori, non sembra che la nostra classe dirigente abbia capito cosa fare: pare che voglia solo altri soldi per continuare a cementificare il paese.

Invece siamo di fronte a problemi nuovi, e vecchie ricette e vecchie strategie non servono, non funzionano.

La gente vota Renzi perché pare uno che vuole fare, purtroppo pare si sia circondato di gente di grande incompetenza e, come ha dimostrato la Storia, la forza di Napoleone era di sapersi scegliere i marescialli, e su questo punto pare che l’ex sindaco di Firenze abbia abbastanza sbagliato.