Che fastidio il cliente

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Una volta le stazioni erano solo un carnaio di gente che vagava alla ricerca del binario e di un posto dove svuotare la vescica: i viaggiatori in bagni bianchi piastrellati da caserma umbertina e i barboni negli angoli bui.

Ora i bagni sono più decenti, si aprono al tocco magico di un euro (2mila lire a pisciatina) e i barboni continuano farla negli angoli dei muri.

Ma i viaggiatori vagano sempre, come dannati danteschi, fra tabelloni che annunciano all’ultimo minuto il proprio binario e bar anni ’50 con camerieri distratti e panini di cartone.

Ora le stazioni sono diventate degli ipermercati dove si trova quasi tutto, un po’ più caro, visto quanto costa un pacchetto di fazzoletti o un’acqua minerale.

Così, in attesa di un treno, mi sono fatto venire la voglia di chiedere qualche particolare tecnico su un paio di cose che vorrei comprare.

Precedenza al microonde. Ne ho visto giù, al pian terreno, una stesa di modelli dove sicuramente dovrei trovarne uno adatto.

Il reparto è vuoto, luminoso, ogni apparecchio, il suo bel cartellino, da cui non si capisce niente. Pare che mettere un po’ spiegazioni in più, o un totem dove sapere caratteristiche degli apparecchi, sia troppo moderno, o magari non vogliono togliere il lavoro a un esperto commesso sussiegoso che ti dia il giusto consiglio per la tua esigenza.

Ne vedo uno, non ha una divisa, ma certamente non è un avventore, ma neppure mi può aiutare. Mi dice di andare al secondo piano a cercare i commessi.

Ci vado, non trovo nessuno fra banchi pieni di PC, video e stampanti.
Mi dimentico del microonde, e già che ci sono, guardo se c’è la stampante che cerco. Sugli scaffali non c’è, ma c’è imballata, sullo scaffale raso terra, senza prezzo, senza un cartellino che spieghi se sta macchina fa al caso mio.

Vado al piano del box delle casse e finalmente trovo un’umana al lavoro: chiama qualcuno per assistermi. Come se non l’avesse fatto.

Il giovane forzuto, che bene starebbe a Lignano a fare il bagnino, armeggia per dirmene il prezzo ma non mi sa dire che differenza c’è fra un modello e l’altro.

Mi cadono le braccia, come a quello della pubblicità in TV.

OK, andrò a comprarla online, almeno lì so che il commesso non c’è, però le spiegazioni forse sì, e forse riuscirò a comprare qualcosa adatto a me.

Non è una storia di e-commerce verso negozio tradizionale, ma tra chi vuole vendere e chi invece vede il cliente come un rompiballe che altera il grazioso fluire della giornata di gente che, fra qualche tempo, finirà in bocca a una catena straniera o a farla negli angoli bui della stazione centrale di Milano. Italia. 2013.

A  soli due anni dall’Expò.

Digital divide

Un’amica mi segnala un film. Non nuovo. Non italiano, né americano. Secondo IMDB ne esiste in una versione originale argentina e una in inglese. Su Amazon c’è l’entrata per il DVD della versione originale, ma non è disponibile e neppure ne è prevista una disponibilità. E non c’è neppure usato.

Siamo alle solite: nonostante la rete, tutto il meccanismo di vendita dei prodotti digitali (film, musica, libri, immagini) è ostaggio del sistema di distribuzione tradizionale che, se non ha interesse, non mette il prodotto a disposizione del pubblico.
E non capita solo con un oggetto di nicchia. Ho dovuto regalare uno dei miei libri a un amico che lo cercava perché fuori produzione, anche se edito nel 2006; e un film cult come “L’ultima minaccia” è uscito in DVD dopo 5 anni da quando avevo iniziato a cercarlo.
Alla fine, come accade con tutte le cose desiderate e non facilmente reperibili, si finisce per doversi affidare a canali alternativi e sotterranei.
Ora, visto che un certo film o un certo testo non conviene produrli perchè se ne venderebbero poche copie, non sarebbe bello se il proprietario dei diritti lo mettesse in rete almeno in formato scaricabile accontendano così una nicchia di potenziali clienti che, non ti arricchiscono con un download, ma che fanno crescere il valore della marca e magari, vagando sul sito, comprano pure altre cose?
Ma forse è troppo futuristico.