Dallo stallo alle stelle.

Welfare

Partorito dall’accoppiamento “contro natura” fra due bande di politicanti intenti solo ad arricchirsi, il governo di Letta “Il Giovane” non ha combinato un bel nulla, salvo il patetico gesticolare del premier davanti ai giornalisti a spiegare sue strategie che non sono né efficaci e neppure fattibili, visto che le due bande non recedono un passo dalle loro strategie pre elettorali.

Il paese è in uno stallo totale. Persino i nuovi della politica – i grillini, i Renzi, i De Magistris, i Pisapia, gli Emiliano e i Marino – hanno capito che è meglio non sbilanciarsi in progetti irrealizzabili, data la mancanza cronica di denari e la loro incapacità a tagliare gli sprechi.

Ammesso che sia un bene tagliare gli sprechi o non farlo.

Perché il politicume e l’Amministrazione Pubblica se facessero qualcosa per ridurre la spesa inutile, creerebbero altri disoccupati nelle centinaia di migliaia di aziende che vivono di soldi pubblici, e se non fanno nulla, fanno crescere il debito e la necessità di tassare ancora di più.

La soluzione potrebbe essere quella di Obama e Bernake, una classica manovra keynesiana dove la spesa inutile viene convertita in spesa utile, procurando alla nazione una serie di infrastrutture e di servizi che le permettano un salto di qualitá e un affrancamento di risorse oggi bloccate.

Come lo sono le donne, schiacciate nella morsa casa-lavoro-bambini-anziani che impedisce loro di lavorare serenamente e anche di poter lavorare.

D’altra parte i paesi ricchi del Nord Europa, hanno sempre investito in servizi che – direttamente o indirettamente –  aiutano le donne, come ha dimostrato l’economista americano Peter Liendert in “Growing Public“.

Si potrebbe investire nella scuola a tempo pieno – dall’asilo all’università – eliminando ogni ipotesi di far pagare tasse scolastiche, rette e pasti a una popolazione che già oggi non ce la fa a combinare il pranzo con la cena.

Così come sarebbe vincente fare in modo che degli anziani se ne occupino le strutture pubbliche e non affidarli al fai-da-te delle famiglie, costrette ad arrangiarsi in proprio e con le badanti, magari volenterose, ma certamente non specializzate nella cura di chi ha costruito questa nazione e ha il diritto a una vecchiaia da cittadino e non da “ingombro” da gestire.

D’altra parte la spesa pubblica italica complessiva non è nemmeno piccola (rispetto al PIL e agli altri paesi UE), ma solo mal diretta e indirizzata.

Perciò, caro Letta, smetta di gesticolare e si dia da fare… se lo sa fare.

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Il cammino argentino

Per un certo periodo l’Argentina é stata una nazione ricca. Molto ricca. Ricca più di molti stati europei. Anche più dell’Inghilterra da cui copiava stili di vita.
Una ricchezza che attraeva emigranti e permetteva un benessere diffuso ad una popolazione molto più istruita degli altri paesi dell’America Latina.
Ma il paese aveva una malattia subdola: una classe dirigente che essenzialmente estraeva dall’economia ricchezza per se stessa. Una condizione che porta sempre a uno stato permanente di conflitto all’interno della stessa classe dominante che non ha risorse infinite per accontentare tutte le bande.
Uno scontro che trasforma piano, piano una democrazia, prima in un’oligarchia e poi in una dittatura, attraverso la manipolazione delle leggi e poi con l’uso repressivo di pretoriani (polizia, magistratura, fisco e forze armate) per tentare di mantenere lo status quo contro altri pezzi delle elite, e dopo, contro tutto un popolo ormai immiserito.
E la storia dell’Argentina diventa un racconto di continui colpi di stato, fra dittature feroci e quelle da operetta come quella di Juan ed Evita Peron (e non ha caso ci hanno fatto un musical!)
E poi decine di migliaia di desparecidos, drogati e scaraventati a mucchi nell’Atlantico dagli aerei militari. E la stupida guerra delle Falkland contro una Thatcher arrapatissima nel voler far vedere di avere abbastanza palle da mandare i gurka di Sua Maestà a scannare i poveri soldatini argentini e un sommergibile nucleare ad affondare un vecchio incrociatore catorcio nel Rio della Plata.
E poi ancora tanti altri finti presidenti democratici che alla fine devono dichiarare il fallimento dello stato con il default dei famosi bond argentini che tanti avidi ingenui italioti avevano comprato a piene mani fidandosi del bancario amico…del giaguaro.
Mutatis mutandis, mi sembra che anche questo nostro paese stia percorrendo, (dal 1976), questo cammino “argentino” di lungo periodo, portato avanti con subdole leggi, leggine e piccoli e grandi atti repressivi di una burocrazia che cerca solo di salvare la propria sedia.
Un cammino non del tutto evidente ma il cui effetto si dispiega quando i Presidenti della Repubblica devono di frequente chiamare tecnici (Fazio e Monti) a commissariare uno stato dove le fazioni politiche, ormai ridotte a bande affaristico-criminali, non sono più in grado di spartirsi in pace quel bottino ottenuto con tasse variegate, imposte assortite e fantasiosi balzelli ai danni di quei masochisti che si ostinano a produrre in Italia.

Ma non è una crisi seria

La Grecia è nei guai, la Spagna pure, il Portogallo sta-per, l’Irlanda affonda lentamente, ma affonda, e l’Italia, more solito, non si capisce se è viva, morta, moribonda o se siamo al solito piangere tanto e fottere alla grande.

Ma qual’è il guaio grande-grande nel quale si dibattono i PIIGS? Un guaio ben noto agl’italici, visto che dall’era craxiana è arrivato ad equivalere il PIL, vale a dire che la Repubblica Italiana ha un debito pubblico enorme, il terzo de mondo, ma con una caratteristica sulla quale fare una riflessione: metà dei creditori sono stranieri ma l’altra metà è fatta da italici, cosa che spesso è ignorata dai media.

Ma cosa significa che uno stato ha debiti con i suoi stessi cittadini? Semplicemente che lo stato non è stato capace di farsi pagare le tasse e ha dovuto fare un debito con quegli stessi cittadini che le tasse non le hanno pagate. Ergo, i cittadini evasori, cioè dei delinquenti, non solo hanno preteso servizi che non hanno pagato, ma addirittura costringono il loro stesso stato a fare debiti minacciandolo con l’arma del voto.

A questo punto emerge chiara la soluzione per almeno metà del debito pubblico: basta stampare carta moneta e comprare dai cittadini i loro titoli di stato.

Ma qualcuno potrebbe dire che mettere sul mercato una massa enorme di denaro potrebbe creare inflazione, un ragionamento sicuramente sbagliato perché i possessori di questi titoli li considerano risparmio, cioè denaro per future necessità, e quindi non si vede perchè, avendo denaro contante in mano, dovrebbero correre a spenderlo.

Quello che può accadere invece e che la gente cercherà di investirli, cosa che può essere un’occasione per le imprese per attrarre capitale per crescere.

La festa appena incominciata è già finita

Diciamoci la verita: come nazione ci siamo posti obiettivi non realizzabili, che solo pochi hanno realizzato, che molti avevano realizzato, (e che stanno perdendo), e che molti mai realizzeranno, se non prendendo coscienza che siamo un paese che vive al di sopra delle sue possibilità, prova ne sia un debito pubblico in costante e continua crescita, l’evidenza palpabile di spese che non siamo in grado di pagare se non facendo debiti su debiti.

Cominciarono i democristiani, con il famoso libro dei sogni fanfaniano, proseguirono, dando fondo alla cassa e ingigantendo il debito pubblico, i socialisti craxiani, poi la paura di essere sbattuti fuori dalla EU hanno un po’ bloccato l’immaginazione al potere di fronte alla brutale realtà dei numeri cui pure l’ottimismo berlusconiano si deve arrendere.

E pochi vogliono credere che la festa, appena cominciata nel 1960, è già finita.