Letta e la coda del ramarro


Campagna formiana.
Assolato pomeriggio d’estate.
Urla dalla cucina.
Sulla soglia c’è Pezza, la gatta, che guarda qualcosa che si muove per terra.
È stupita. Perché lei, la gatta killer, una che abbiamo visto inseguire una donnola per tutta l’aia, ha portato in regalo un ramarro. Grande, verde, brillante.
Ce l’ha in bocca, fra quei suoi canini feroci.
Non lo vuole uccidere, ci vuole giocare.
Lasciarlo andare, riacchiapparlo, dargli una zampata per rimbambirlo di paura, riprenderlo e lasciarlo, finché non si stuferà.
Un bel pomeriggio di giochi rovinato.
Perché il ramarro ne approfitta.
Cala l’ultima carta a disposizione.
Si stacca la coda, il meraviglioso meccanismo che gli ha concesso la natura.
I nervi che la percorrono continueranno a dargli spasimi, il gatto si distrarrà e la coda ricrescerà lunga come prima.

Pezza Glory

È un po’ quello che sta cercando di fare Letta il Giovane per distrarre forconi, renziani e grillini.
Un po’ di leggi di facciata e qualche altra inutile minuzia per prendere tempo, per rifugiarsi di nuovo nella selva dei riti politici, sperando di comprarsi i gatti inferociti che lo vogliono morto.
Com’è sempre stato: cooptare i capoccia della rivolta, assegnargli poltrone, farli esibire da Vespa e dalla Gruber, per continuare il saccheggio nelle tasche dei cittadini inermi.

Cosa vuoi che sia tagliare il finanziamento pubblico ai partiti?
È perdere la coda per distrarre il gatto.
Poi ricrescerà, come rinascerà il finanziamento ai partiti.

Il giardino del ciliegio

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Sono andato in visita ad amici in Liguria, zona che conosco poco, mai fermatomi oltre Genova, e sempre attraversata di corsa per andare in vacanza a Saint Tropez e quando lavoravo a Sophia Antipolis per Société Genérale, sulle colline della Costa Azzurra.

Una regione che non m’attira, nonostante i media milanesi, (cioè tutti i media), ne abbiano sempre esaltata la bellezza. Sarà perché venendo dalla Campania, quelle spiagge strette e nere, schiacciate fra un’Aurelia puzzolente di traffico e una ferrovia degradata che la costeggia, non c’è proprio paragone con le grandi spiagge dorate delle coste campane o con gli scenari di favola della Costiera Sorrentina, per non parlare dell’inebriante sensualità sontuosa di Ischia e Capri.

I miei amici abitano in una frazione di collina, quattro chilometri dal mare, dopo una salita contorta e tortuosa, in uno scenario di solitudine che ben si presterebbe a trovare un buco dove torturare in pace qualche FDP senza che le grida per le unghie strappate e il waterboarding, CIA style, suscitino un moto di curiosità dei pochi vecchi che vi ci abitano.

La loro è una casa di campagna, anche se la campagna non c’è, ricoperta da anni della scorza di seconde case dei milanesi che qui giungono a frotte e in massa nell’illusione che un fine settimana, passato in gran parte a respirare i gas di scarico delle auto incolonnate da Assago a Ventimiglia, possa esorcizzare l’inevitabile collasso dei loro polmoni inquinati sotto le polveri sottili delle migliaia d’impianti di riscaldamento accessi, da ottobre ad aprile, senza soluzione di continuità, impianti che i sindaci ben si guardano di nominare quando puntano comodi il dito sul traffico automobilistico che poi, loro stessi, con migliaia d’inutili semafori contribuiscono a creare.

I miei amici hanno una casa minuscola, carina, e di fronte, residuato di chissà quali spartizioni ereditarie, oltre la stretta strada, quello che loro chiamano un giardino, cioè un triangolo di terra dove s’erge solitario un ciliegio, più fonte di casini che occasione di rimirare il po’ di bellezza che potrebbe spandere.

Infatti, il loro inquilino, fattosi prestare da loro pure la scala, ritiene che i frutti del ciliegio siano res nullius, e quindi, tenendo fede al più bieco pregiudizio contro gli slavi, si fa sontuose scorpacciate di ciliegie altrui alla faccia dei poveri legittimi proprietari.

Un fatterello che sembra un’immagine meravigliosamente concentrata delle realtà italica, dove il triangolo di terra, che pomposamente i miei amici chiamano giardino, potrebbe essere il posto di lavoro nella P.A. o in un’impresa di questa parassitaria, o il piccolo commercio, o la pensione sociale e d’invalidità, più o meno legittimamente intascate, tutte cose che la crisi e i cambiamenti tecnologici incombenti stanno per modificare in modo totalmente inconcepibile, in altri tempi, quando il cambiamento poteva essere digerito, mentre oggi è così rapido e devastante che neppure qualche sparuto intellettuale dei nostri riesce a capirne vastità e portata.

E il ciliegio, con i suoi frutti non goduti, mi sembra la speranza vana per un futuro fruttifero per i figli, che non ci può essere più, perché altri, in altri posti del mondo, godranno del cambiamento, mentre da noi, quei pochi che rimarranno, dovranno fare da affittacamere e camerieri per ricchi e benestanti di altri paesi, quelli che non hanno mai creduto che il mondo fosse tutto in un triangolino d’erba ben pettinata, ma nella vastità di progetti ampi e maestosi che hanno bisogno di grandi menti e grandi idee, cose entrambe che mancano del tutto alla ridicola classe dirigente italica (nessuno escluso) che crede di essere moderna quand’è ancora abbarbicata a quattro sassi, aridi e infruttiferi, come le loro menti irrancidite.

 

Tanto pe’ campa’

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Una tizia della TV statale diceva oggi che c’era un’aria di festa dalle parti dei palazzi, perché finalmente abbiamo un governo, neanche se Letta “il giovane” fosse stato eletto Miss Qualchecosa di qualche fetente di paesotto della provincia italica, di quelli pieni di avvinazzati al bar, struscio di basilischi in attesa di posto pubblico, ragazzotte in fregola per accasarsi, sindaco, farmacista, medico condotto e maresciallo dei carabinieri  a riguardare che tutto sia perfettamente immobile come sempre, da secoli e nei secoli dei secoli.

Che poi, cosa ci sia da stare allegri per avere un governo che non ha un programma, non ha un progetto, non indica un futuro e forse nemmeno ce l’ha un futuro che gli permetta di fare qualcosa di sensato e utile.

Per noi, ovviamente.

Almeno gli idiot savants, che sopportiamo da decenni come “tecnici”, avevano quest’alibi che, essendo professori, avessero una qualche ricetta per sanare il paese, cosa rivelatasi, oltre ogni ragionevole dubbio, come fallace, visto che debito pubblico, spesa pubblica, disoccupazione, calo del PIL e della produttività corrono tutti insieme appassionatamente, a chiarire a tutti che un tecnico è fondamentalmente un teorico incapace di far fruttare anche un punto ristoro su una spiaggia a ferragosto.

Letta, o meglio, the master puppeter, come con perfidia British il Financial Times definisce Napolitano, ha fatto un governo di larghe intese e pure di larghe vedute, dove mette donne, immigrate, vecchi arnesi della politica, un po’ di gente legata alla Chiesa, un’abortista e una leggera spolveratina di qualche altro tecnico che, guarda caso, continua ad essere “distolto” da quel sistema bancario irresponsabile e colpevole di tutti i guai recenti e di quelli prospettici che pare debbano arrivare con un altro pasticcio finanziario che dovrebbe scoppiare entro giugno, almeno secondo alcune Cassandre americane.

Ce la farà Letta “il giovane” a risolvere qualcosa? Difficile. Forse impossibile.

Il suo compito principe sarebbe quello di aiutare in esclusiva le aziende che esportano e quelle turistiche, e quindi liberarle di fardelli di ogni genere, e questo per la semplice ragione che sono queste le uniche che portano valuta e che possono dare una continuità economica al paese.

Ma aiutare queste aziende significa far aumentare la loro produttività, quindi aiutarle ad automatizzare, sia nei processi produttivi sia in quelli amministrativi, questo però comporta che qualcuno si dia seriamente da fare per fare in modo che le aziende che investono in innovazione e automazione siano agevolate sul piano fiscale e che la PA, almeno nei confronti di queste aziende, che ci danno da vivere, si mostri più che efficiente.

Ma chi lo fa? E sopratutto, chi lo capisce?

Letta “il giovane” o il suo puparo che non mi sembra abbiano chiaro cosa accada nel mondo e nel paese?

Abbi dubbi, diceva Bennato. E io ne ho. Molti.

Quasi certezze che anche Letta combinerà poco o nulla.

Per noi, ovviamente.

Case a prezzi popolari

Puntuale come certe ricorrenze, ogni tanto si scopre che numerosi potenti della genìa dei politici, dei sindacalisti, dei giornalisti e delle loro commarelle piazzate in posti sicuri, abitano appartamenti di enti pubblici per i quali pagano canoni irrisori che, tenuto conto di dove si trovano, (quasi sempre quartieri centrali ed eleganti), costano al metro quadro molto meno di quanto costi l’affitto di una casa popolare.
Di solito questa cosa sta sui giornali per un paio di giorni e ho l’impressione che serva da tappabuchi quando non ci sono da raccontare: stupri, mamme amorose che massacrano i figli venuti male, fidanzati maneschi e tanto studiosi di ogni tipo di pornografia, insalatona di studenti di vari paesi che fra un orgia e una sniffatina finiscono per massacrarsi a vicenda nonchè le immancabili storie pruriginose della Casta poco casta.
Poi, un rigore non concesso alla Juve, o uno di troppo concesso alla Juve, fanno passare in second’ordine gli affitti di favore a favore ai potenti, e tutto resta come prima, anche più di prima; e quando si cerca di mettere rimedio – vendendo queste famose case del patrimonio pubblico – si finisce come quando alcuni duri e puri della politica comprarono loro le case degli enti pubblici per qualcosa che era meno di un piatto di lenticchie.

Il paese ineguale


Dumont, in Homo Hierarchicus, analizza il sistema delle caste indiane, ne spiega la sua funzione in una società agricola dove le regole disciplinano i rapporti fra gli umani creando una società olistica, cioè volta essenzialmente a mantenere l’ordine attraverso comportamenti obbligatori e conformi alle leggi.

Nel 1977 Dumont pubblica Homo Aequalis, un saggio fortamente contrapposto al precedente perché esplora le società basate sulla parità, caratteristica delle società occidentali che sorgono dopo la Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688, rivoluzione nata dall’esigenza moderna di privilegiare la libertà di impresa, ma anche quella di prestare lavoro per chi paga meglio e dove si vuole, libertà connaturate alla nascente società industriale che può esprimersi al meglio solo se si eliminano i monopoli, le servitù e i privilegi tipici della Casta.
Non a caso la classe dirigente italica si è finita per associarla ad una Casta (superiore) indiana o all’Ancien Régime pre rivoluzione francese. Perché, pur formalmente un paese democratico, cioè basato sulla parità di diritti e dei doveri, lo stato italiano è rimasto quella sabaudo-papalino dove anche la struttura della Pubblica Amministrazione ha il solo scopo di mantenere un regime olistico, cioè basato sulla conformità alle norme e oggi degenerato nel conformismo più codino.
Anche nella nomenclatura si ravvede la gerarchia: mentre nei paesi di uguali il dipendente pubblico è un public servant, da noi è un pubblico ufficiale a far notare anche nel lessico che l’impiegato allo sportello fa parte di una gerarchia che da ordini ai cittadini (ma sarebbe meglio ai sudditi) e pretende da questi continue prove sotto forma di certificazioni da esibire ad altri pubblici ufficiali, un che evidentemente opposto alla cultura anglo-americana dove non esitono neppure i documenti d’identità e dove numerosi tentativi di introdurli sono stati rifiutati con battaglie civili non di poco spessore.
Ovviamente, questa disuguaglianza scende per rami: lo stato ordina alle sue emanazioni e queste ai loro dipendenti che impongono la conformità ai sottoposti di livello inferiore, e tutto questo porta a una totale sudditanza degli enti periferici che, non potendo autoregolarsi, nè stabilire, incassare e gestire proprie imposte e tasse, sono essenzialmente enti locali delegati dal potere centrale, senza alcuna responsabilità su quello che spendono visto che non lo raccolgono.
Insomma, è grasso che cola che l’Italia sia riuscita ad avere una crescita per un certo periodo: nonostante una casta che estraeva ricchezza dalla società produttiva, questa riusciva a produrre abbastanza valore aggiunto da poter mantenere un gruppo di parassiti improduttivi.
Ma ogni casta subisce continui attacchi da parte di bande che intendono sostituirla e questo porta a lotte intestine o all’allargare i privilegi ad altri gruppi antagonisti, con il conseguente aggravarsi del fardello di tasse, imposte e balzelli scaricati sul ceto produttivo.
E questa in breve la ragione della crisi che affligge il paese: una società gerarchica, una classe dirigente famelica che aggiunge continuamente posti a tavola per allattare nuovi banditi.

Corruzione naturale

In un paese povero la corruzione è naturale e non eliminabile.

Sono decenni che l’economia è ferma, i denari sono bloccati in immobili e BOT, nessuno investe in nuove iniziative, abbiamo mancata la rivoluzione digitale e non siamo inseriti nel processo di globalizzazione (come ha spiegato Salvatore Rossi di Bankitalia al Corriere il 18/2/2010 presentando il suo libro Controtempo), la torta non cresce più, le fette sono assegnate, la mobilità interclasse è impossibile con mezzi normali.

Si va perciò in politica per fare soldi e si diventa sodali dei politici per fare soldi.

La P.A. centrale e periferica è pletorica e perciò paga stipendi bassi a troppa gente che, per permettersi cose adeguate allo status conquistato, si fa corrompere o crea occasioni per spesa improduttiva, a meno che la sorte non mandi un bel disastro su cui allattare.

Immigrazione e sistema delle caste

Nel ponderoso saggio “Homo Hierarchicus” (1966) l’antropologo Louis Dumont esamina il sistema delle caste indiano e spiega le ragioni economico-sociali di questo fenomeno che, per certi versi, si sta incistando anche nel nord del mondo.

La verità che Dumont scopre è che le caste inferiori in India, sopratutto quelle degli intoccabili, sono colà ristrette e costrette perché sono anche quelle che si devono occupare dei lavori più sporchi, quali lo spurgo delle latrine, la cura delle bestie e la concia delle pelli.

Guarda caso le stesse attività che sono svolte dagli immigrati nel nord del mondo, attività generalmente rifiutate, anche se pagate decentemente, dai lavoratori del nord del mondo; se a questo aggiungiamo che diventa sempre più difficile superare le barriere fra le classi, visto cosa occorre spendere per procurarsi i migliori studi e le migliori abitazioni, ed avremo, anche verso l’apice della piramide sociale, la creazione di caste praticamente chiuse, anche se, imperante (formalmente) un regime democratico tutti possono (a chiacchiere) aspirare a superare la barriera di casta.

Abbiamo quindi alle nostre latitudini la riproposizione di un modello dove al vertice ci sono coloro che non debbono lavorare e alla base della piramide coloro che debbono sobbarcarsi il lavoro più sporco, pericoloso e spesso degradante; la cosa curiosa è che anche la malavita adotta lo stesso modello con l’affidamento all’immigrato dei compiti più a rischio (lo spaccio) o quelli più schifosi (la prostituzione).

Il tutto mi sembra un bellissimo risultato dopo che ci sono state diverse sanguinose rivoluzioni liberali e socialiste: siamo passati dal servo della gleba al cittadino liberato dalla presa della Bastiglia, e siamo ritornati ancora più indietro con un sistema di schiavitù volontaria per bisogno.