Il paese dei nasi lunghi

Pinocchio e il gendarme

Fra le simpatiche caratteristiche di quel simulacro d’italiano che è Pinocchio c’è anche quella di un naso che s’allunga a dismisura a causa delle bugie del burattino testa di legno.

Perché, come dice la Buona Fatina, “ci sono bugie con le gambe corte e quelle col naso lungo“, cioè evidenti, palpabili, stampate sul viso di chi le dice con la stessa faccia di corno vecchio dei mariti traditi che fanno finta di non vedere le ramificazioni sulla fronte neppure quando si radono allo specchio.

E non è un caso che Pinocchio sia il simbolo delle genti italiche, che pur di razze diverse, sono culturalmente unite nello sguazzare nella menzogna.

Gente che ogni anno celebra il rito della Liberazione quando tutti sanno che se non arrivavano gli americani, i pochi, sparuti e coraggiosi partigiani poco avrebbero potuto contro i tedesconi armati fino ai denti.

Ma giá prima, Mussolini illudeva i romani accorsi a Piazza Venezia, sul vincere una guerra con carri armati di latta, aerei di tela e soldati con le pezze ai piedi.

Poi la repubblica ci ha regalato la grande menzogna dell’Articolo 1 della Costituzione, quello della Repubblica fondata sul Lavoro, cioè una merce che in Italia non è mai stata abbondante e che basta un po’ di crisi per far diminuire in modo preoccupante, diciamo pure angosciante per il politicume, che stretto fra debiti di stato e organici già pletorici, non sa come fare a regalare altri posti inutili nella PA, in enti collegati o in aziende para-statali e para-comunali, che esistono solo per regalare stipendi.

Altra grande menzogna l’aver dato struttura privatistica alle USL, cambiando la U in A solo per creare consigli di amministrazione dove parcheggiare i politici in disarmo. E lo stesso per le varie società della monnezza e dei trasporti, spesso indistinguibili, visto che certi autobus in certe città puzzano di sporco più di un cassonetto in agosto pieno di cape di pesce.

Ma non è solo la mano pubblica a vivere nella menzogna, ricordiamo: peccato capitale come l’omicidio o il godere della roba di un altro.

Ci sono i privati imprenditori che, a decine di migliaia, sopravvivono solo grazie ad un ardito mix di evasione, elusione, nero, giro dell’IVA all’estero, stage eterni, mazzette a politici, a burocrati e dirigenti delle aziende private clienti.

Uno del PD, il Partito alla Deriva, già Partito dei Derivati, ha sciolto un peana all’evasione “per necessità“, preclaro esempio di paraculo che cerca di scavalcare a destra il paraculissimo Renzi, quello super sponsorizzato dalle banche d’affari ansiose di mettere mano allo spezzatino di quello che resta delle aziende pubbliche, e ovviamente osannato dalla destra berlusconiana che ha la sua fortuna nel lisciare il pelo a una massa di imprenditori zombie che sopravvivono solo con un continuo gioco a rimpiattino con l’Agenzia delle entrate.

Agenzia che ci fornisce modo di cascare sul fisco, la invicibile armada cui tutti i presidenti del consiglio affidano, appena eletti, il recupero dell’evasione. E lo dicono convinti, con una bella faccia di corno istituzionale, che la soluzione alla diminuzione delle tasse sta nel “recupero dell’evasione“, sapendo benissimo che non faranno niente e che la faccia feroce contro gli evasori è solo un modo per indorare la pillola di altre tasse per chi già le paga..

E di menzogna vive pura Santa (?) Romana Chiesa che accoglie nei sui templi una folla enorme di puttanieri, evasori, mariuoli, lenoni e concubine che tutto vogliono meno che rispettare, non dico tutti  e dieci i comandamenti, ma almeno i più facili come il non rubare e non fare falsa testimonianza.

E li vedi lì, la domenica, che estraggono la lingua bianca da camaleonte indisposto per raccogliere l’Ostia consacrata, quelli che tutti sanno vivono da parassiti, rubano più che i ladri di Pisa e i 40 ladroni messi insieme, erogano salari di fame e sfruttano il lavoro di gente che da tutto il mondo viene a supportare con il loro lavoro da schiavi la più grande menzogna sulla quale vive questo paese: il credersi ricchi.

Ma di che? Di risparmi in prestiti ad uno stato che prima o poi non li potrà onorare? O di case che valgono solo finché c’è qualcuno disposto a comprarle? O di un lavoro che, anche lui, prima o poi sparirà, perché emigrato in posti più convenienti,  sostituito dalle macchine o semplicemente eliminato perché inutile come sta facendo  lo stato francese che ha deciso che 47 mila persone nelle forze armate costano e non servono a niente?

Di cosa sono ricchi gli italiani? Del lavoro di chi lavora veramente e deve sostenere se stesso, la sua famiglia e pure una massa sterminata di parassiti che, a vario titolo, succhiano il sangue a chi veramente produce e veramente fa onore, non tanto ad un paese che non lo merita, ma ai suoi genitori che gli hanno insegnato la dignità di vivere del proprio lavoro e non nella menzogna di chi vive dell’elemosina mascherata di un posto inutile o di un imprenditore senza idee, senza soldi e senza capacità.

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Comma 22 in Italia

Se un italico si accorge che gli hanno clonato la carta di credito inizia un percorso ad ostacoli per superare il mare di comma 22 sparsi a piene mani da burosauri pubblici e privati.

1) deve andare in questura a fare la denuncia

2) con la copia della denuncia va poi in banca

3) in banca gli dicono che il funzionario di polizia gli ha dato l’originale invece della copia

4) l’originale non può essere accettato dalla banca perché l’assicurazione non paga

5) nemmeno una fotocopia può essere accettata

6) l’italico deve ritornare in questura

6) se il funzionario non c’è, e se si chiede quando tornerà, gli dicono che dirlo è contro la privacy

7) allora si chiama il direttore della banca minacciando di togliere il conto sostanzioso

8) dopo due giorni la banca vi ridà la carta