Gli orfani di Telecom

La Casta alla guerra delle telecomunicazioni

Un dingo mangia uno squalo

l’AD di Telecom ha detto che il passaggio di mano della controllante lui l’ha saputo dai media.

Qualcuno non gli ha creduto. Ma considerando che in generale un manager italico, pur con il migliore degli MBA, è considerato solo un bravo esecutore, non si stenta a crederlo. Sarebbe come se la padrona dovesse informare i dipendenti se intende mettersi in Armani o in Oscar de La Renta per la festa di mezza estate al circolo della Caccia.

Poi c’è stato lo stupore di tutti gli altri: prima di tutti i politici, che di solito, come i cornuti, sono gli ultimi a saperlo, e fanno pure una figura da fessi epocale quando davanti ad un microfono sono solo capaci di fare la cronistoria di come Telecom, ex SIP (Società Idroelettrica Pinerolese, cioè impregnata di piena cultura militaresca sabauda), sia passata dalla mano pubblica a quella privata, ma proprio privata, privata di tutto, anzi super indebitata.

Si aggiungono poi i commentatori vari che, come il fesso della massima, guardano il dito e non vedono che Telecom è solo una delle tante partite da sistemare per la spartizione in atto del mercato mondiale delle telecomunicazioni dove, dati i grandi investimenti da fare e i ritorni sempre più scarsi, occorre passare da centinaia di operatori a pochi grandi player che si spartiranno il mercato per regioni: una manciatina nelle Americhe, un’altro gruppuscolo in Europa/EMEA e un’altra manciata in Asia.

E certamente Telefonica non è tra questi, certamente non può competere con Vodafone, Verizon, AT&T e i denari a camionate di Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo, che pure lui vuole mangiare qualche pesce più piccolo per non essere mangiato da orche assassine che non fanno sconti a nessuno.

E in questo scenario Telecom Italia non aveva nessuna possibilità. Aveva solo una cosa buona in pancia: le attività sudameris, che sono quelle che fanno gola a Telefonica che poi le venderà a Slim o saranno la dote per un matrimonio con America Movil o qualche altro pezzo da 90.

Telecom, meschinetta, depredata di tutto, finirà fusa con un player europeo o egiziano, ma solo dopo che la rete sarà nazionalizzata (vendendola alla CdP?) “per ragioni di sicurezza nazionale“. E lo spirito militare sabaudo tornerà finalmente a regnare su di un tranquillo cimitero di cavi e centraline mentre negli Stati Uniti il 78% delle case ha la banda larga.

Fondersi, cedere o crescere

In Italia ci sono oltre 90.000 aziende del settore Information & Communication Technology, ma è una parziale verità: altre aziende, non censite ufficialmente nel settore, agiscono in concorrenza con quelle del settore e anche fra di loro, creando un mercato opaco, caotico e poco renumerativo.

Agenzie di comunicazione, gente delle PR, società possedute da comuni, regioni, banche e istituzioni si contendono una platea di utenti troppo piccola per un tale numero di venditori.

E poi c’è la crisi dell’economia, che prima o poi vedrà una ripresa, ma lenta e non per tutti.

A questo punto è chiaro che molte imprese devono seriamente interrogarsi sul che fare, e questo assume tre possibilità: fondersi con qualcuno compatibile, cedere baracca e burattini (se valgono qualcosa), scegliere di crescere con una politica di acquisizioni e interventi di investitori che possano immettere capitali per poi approdare verso i mercati borsistici.

Non sono decisioni semplici, non possono essere gestite con il fai-da-te, hanno un grado di incertezza dato dalla valutazione, spesso non in linea con le aspettative della proprietà.

Quello che è però sicuro è che bisogna agire, e agire subito, prima che un’azienda si trovi in un mercato ancora più competitivo, vaso di coccio fra vasi di ferro.