1964, la fine del lavoro

4d3491605b26d-imageIl 31 marzo 1968, Martin Luther King tenne un famoso sermone alla National Cathedral di Washington che è passato alla Storia con il suo titolo:

“Remaining Awake Through a Great Revolution”

Fra i tanti temi trattati, Martin Ford, nel libro “Rise of robots“, evidenzia questo passo per mostrare che già allora, nel 1968, il tema della fine del lavoro, e di un nuovo necessario assetto sociale, era all’attenzione della classe intellettuale americana.

“There can be no gainsaying of the fact that a great revolution is taking place in the world today. In a sense it is a triple revolution: that is, a technological revolution, with the impact of automation and  cybernation; then there is a revolution in weaponry, with the emergence of atomic and nuclear weapons of warfare; then there is a human rights revolution, with the freedom explosion that is taking place all over the world. Yes, we do live in a period where changes are taking place.”

Martin Luther King si riferiva allo studio del Ad Hoc Committe on Triple Revolution, un rapporto curato da accademici, giornalisti e tecnologi (fra cui due premi Nobel) che prevedeva un futuro in cui lo sviluppo tecnologico e digitale avrebbe prodotto una grande massa di beni però ottenuti da macchine e sistemi che avrebbero richiesto poco lavoro umano.

Il rapporto suggeriva che venisse creato un reddito minimo per eliminare la povertà derivante dalla disoccupazione, eliminando nel contempo un patchwork di misure assistenziali, che è quello che vuole fare la Finlandia .

Il rapporto del comitato sulla Triple Revolution è del 1964.

Da noi, nel 2015, quasi 2016, abbiamo ancora persone che cianciano di pensioni a 70 anni, a dimostrazione della pochezza dei nostri intellettuali.

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Perché l’Italia non puó cambiare…

IMG-20151212-00275.. neppure sotto un feroce dittatore.

Per quale ragione l’azienda tramviaria ci tiene a informare il mondo che da quel punto, e solo da quel punto della stazione inizia la sua competenza?

Forse per stabilire che se uno si fa male oltre il confine deve fare causa ai ferrovieri e non ai tramvieri?

O per informare gli addetti alle pulizie che non devono raccogliere una cartaccia al lá della sottile linea grigia dove inizia la competenza ferroviaria?

Oppure è un monito per gli addetti alla sicurezza, in anfibi e basco da assaltatore, che il senza biglietto che scappa nell’altra stazione è ormai in salvo come Melanie Griffith in “Vite sospese” quando Michael Douglas, con 4 pallottole in corpo, la scarica oltre il confine svizzero-tedesco?

M’immagino quante riunioni sono state fatte per decidere dove mettere il cartello, e gli avvocati che hanno dovuto studiare sentenze di cassazione, leggi nazionali, regionali e comunali, nonchè i regolamenti interni e quelli dell’azienda confinante per stabilire se andava messo, come andava messo, dove esporlo e cosa scrivere.

E ovviamente le gare di appalto, l’apertura delle buste, gli eventuali ricorsi al TAR e finalmente il collaudo finale che permette al pintore d’insegne di riscuotere la giusta mercede.

Chi si meraviglia di milioni di processi arretrati, e pensa che siano solo feroci liti fa condómini e non anche cause di competenza territoriale, non si rende conto che questo deriva dal bisogno atavico degli italici di essere certi di tutto, il che porta a una iper-legislazione e a una iper-regolamentazione che fa la felicità di chi utilizza la legge, la leggina e la sentenza per intrugliare le acque a suo uso e consumo, PA compresa.

Purtroppo, neppure un Deng Xiaoping potrebbe cambiare questa situazione, anche perché fa comodo a tutti gli italici avere un’arma da utilizzare per ritardare un pagamento o negare un diritto.

Ne soffrono solo quelli che se ne vanno, quelli che cercano altrove un posto con meno leggi e un po’ più di giustizia.