Secondo Emendamento

Dopo certe tragedie americane, un sacco di nostri commentatori mette mano alla penna e scrive senza aver mai letto il Secondo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, un emendamento, cioè una cosa aggiunta apposta per integrarla in un punto ritenuto fondamentale, cosa che fa pure il Primo emendamento, quello sulla libertà di parola.

La libertà di possedere e portare armi è stata stabilita per difendersi da un eventuale potere dispotico, ovvero da quello di uno stato centrale che debordi dai suoi confini istituzionali e vada ad interessarsi delle cose di una cittadina dell’Ohio o vada a sindacare i conti dell’Alaska.

Infatti, ogni stato ha la “sua” Guardia Nazionale, la sua polizia, e ce l’ha anche ogni comune.

Gli Stati Uniti non sono un paese regolamentato dal centro, come accade da noi dove il governo centrale mette le tasse, la riscuote e poi la dispensa pure, rendendo così irresponsabili sindaci e assessori che non devono confrontarsi con i loro cittadini cui direttamente avessero chiesto soldi per opere e spese inutili, spesso personali.

Purtroppo questo stato di cose, previsto in costituzione, provoca queste tragedie: ma nella cultura di indipendenza locale che impregna l’America, potrà mai esserci un politico a livello nazionale che voglia modificare e/o abolire secondo emendamento?

Sembra difficile, perché verrebbe visto come il primo atto di un potere centralizzato, assolutistico e dispotico.

E la cicala vince!

Un giorno d’estate, sotto una canicola atroce, la cicala si presentò al nido delle formiche. Si tolse le RayBan Aviator per entrare nel buio dell’opificio alacre, e salutó con uno smagliante bianco sorriso sotto la bocca rossa di Dior 644 Blossom.

“Ciao, carine, sono venuta a salutarvi! Vado al mare. Prima al Forte e poi a Saint Bart. Volete che vi porti un ricordino?”

“Non ci serve niente!” Urlò la regina cacauova irata.

“Noi siamo operaie, fatichiamo, risparmiamo, pensiamo all’inverno! E vedremo poi, quando nel freddo della neve non si troverà un seme, cosa mangeranno certe gaudenti socialite!”

La cicala si scrolló dalla vestina leggera un pagliuzza, bació con trasporto le operaie più vicine, saltó nella Z4, lanciò i 340hp, lasciando la scia di Chartusia e un dubbio sotto le teste delle formiche intente a farsi il mazzo per l’irosa regina.

E poi venne l’inverno, con tanta neve, e nel formicaio milioni di formiche si apprestavano a celebrare il pranzo di Natale.

La regina, a capotavola, stava per fare il sermoncino che i capi fanno sempre a Natale per sembrare più umani, ma ne venne interrotta da una cicala allegra e festaiola, con la bottiglia di Don Perignon in una mano e una pila di regali nell’altra!

“Ciao, carine, buon Natale. Sono passata giusto un attimino, parto per Gstaad”

Distribuì i pacchettini, sbaciucchió le operaie affascinate dallo zibellino lungo e dagli zaffíri sfavillanti, fece “ciao, ciao” con la mano ingioiellata Bulgari, lasciò dietro di se un profumo di Hermes 24 Faubourg, roba da 1.500 dollari l’oncia, e una certezza nelle formiche: che Jean de La Fontaine era il classico intellettuale “organico” che illude il popolo bue, uno che non ha mai lavato un cesso, smerdato un malato, spalato la neve e mendicato un aumento per pagare l’IMU.

Morale della favola è che scopo dell’intellettuale – giornalista, comunista, liberista, cattolico o calvinista – è di mantenere la gente in perpetua schiavitù – legale, morale, economica e religiosa – usando le catene più feroci: la speranza (vana) di un domani migliore e un paradiso (incerto) come magra consolazione di una vita persa a rincorrere autobus per arrivare in orario e non far incazzare una regina cacauova, pronta a mandare i suoi scherani a punire una formica dubbiosa che la sua sia una vita che valga la pena di essere vissuta.

Quel che resta del gioco

Alcuni segnali danno SB in ritirata, prova ne sia che il suo partito, il PDL, è in forte stato d’agitazione. Come mosche in una bottiglia di latte, sono incapaci di decidere se continuare a succhiare quel po’ di latte rimasto in fondo o guadagnare la via d’uscita verso nuove avventure.

Dall’altro lato c’è un PD, cioè il vecchio PCI più pezzi di DC, ovvero il parto di due anime ideologicamente assolutiste e fideiste, che cerca di dimostrarsi democratico con primarie impupazzate dove di democratico c’è poco o nulla.

Ma se andiamo al fondo di questi due gruppi – l’un contro l’altro armato di TV, giornali, banche, industrie, cooperative e pretoriani – constatiamo che loro cifra è solo l’interesse personale di quelle che sono in fondo due cordate con uno scopo molto simile e prevalentemente economico-sociale.

Quella del PDL è stata assemblata per difendere i denari del capo e dei suoi sodali, quella del PD riunita per permettere agli ex rivoluzionari dalle terrazze del Corso di diventare gentry, con necessario corredo di case in quartieri bene, barche, figlie alla LSE e figli a Londra a trafficare con i derivati.

In definitiva, nessuno dei due schieramenti ha un interesse per la cosa pubblica, se non come ghiotta occasione di mantenere o migliorare il proprio status, e i movimenti più o meno folkloristici pseudo antagonisti dei gruppi egemoni hanno già mostrato (o mostreranno) che anche loro vanno a caccia di gentryfication tramite case, terreni, ville a Capalbio, vacanze a Sabaudia..

Che resta quindi a quei 30 milioni su 60, che non vivono di spesa pubblica, come speranza di veder cambiare qualcosa?

Beh, visto che non c’è nessuna guerra in vista, e poi, dopo la sconfitta, nessun invasore che viene ad aggiustare i nostri pasticci, e che i tecnici nostrani e quelli EU hanno come missione solo quella di non far affondare nave Italia (che si trascinerebbe dietro parecchie banche internazionali), non sembra che ci sia in vista che una lunga agonia da malato terminale cui nessuno vuole o può staccare la spina.

Insomma, il paese s’è ridotto come Castro: lo si tiene in vita finché possibile in attesa di una improbabile soluzione non drammatica: congelare il debito e ripartire a fare debiti.