Digital divide

Un’amica mi segnala un film. Non nuovo. Non italiano, né americano. Secondo IMDB ne esiste in una versione originale argentina e una in inglese. Su Amazon c’è l’entrata per il DVD della versione originale, ma non è disponibile e neppure ne è prevista una disponibilità. E non c’è neppure usato.

Siamo alle solite: nonostante la rete, tutto il meccanismo di vendita dei prodotti digitali (film, musica, libri, immagini) è ostaggio del sistema di distribuzione tradizionale che, se non ha interesse, non mette il prodotto a disposizione del pubblico.
E non capita solo con un oggetto di nicchia. Ho dovuto regalare uno dei miei libri a un amico che lo cercava perché fuori produzione, anche se edito nel 2006; e un film cult come “L’ultima minaccia” è uscito in DVD dopo 5 anni da quando avevo iniziato a cercarlo.
Alla fine, come accade con tutte le cose desiderate e non facilmente reperibili, si finisce per doversi affidare a canali alternativi e sotterranei.
Ora, visto che un certo film o un certo testo non conviene produrli perchè se ne venderebbero poche copie, non sarebbe bello se il proprietario dei diritti lo mettesse in rete almeno in formato scaricabile accontendano così una nicchia di potenziali clienti che, non ti arricchiscono con un download, ma che fanno crescere il valore della marca e magari, vagando sul sito, comprano pure altre cose?
Ma forse è troppo futuristico.

Un governo di orbi

Come avevo scritto, i tecnici non possono governare. Governare è una questione complessa, fatta di leadership naturale, carisma e fiducia nel futuro. E la storia è piena di questi esempi di tecnici che credono che governare sia un fatto di numeri quando i numeri sono solo il mero substrato su cui prendere decisioni. 
Il più famoso dei tecnici messi nel posto sbagliato è stato sicuramente Robert McNamara che, improvvidamente nominato dai Kennedy capo del Pentagono, riuscì nell’incredibile impresa di far perdere agli Stati Uniti l’unica guerra della loro storia e dare l’illusione ad altri che si possa vincere contro una superpotenza che il 7 ottobre 2001, cioè un mese dopo l’attacco al World Trade Center, iniziò una guerra senza quartiere contro talebani e Al-Quaeda, eliminando i suoi capi e costringendo i superstiti talebani e quaeddisti ad una sterile guerriglia che ha ancora vive solo perché certe cricche pakistane le danno appoggio.
Anche noi, come quei puttanieri dei Kennedy, abbiamo voluto sperimentare i tecnici. E già con Berlusconi, il palazzinaro riuscito anche lui nell’incredibile impresa – per un governo liberista – di far crescere la spesa pubblica a livelli stratosferici avendo affidato le finanze pubbliche a uno come Tremonti, cioè un commercialista travestito da economista, con idee bislacche sullo stato dell’economia mondiale, da cui migliaia di giornalisti, in ginocchio, si abbeveravano come quelli che credevano che i Whiz Kids della banda di McNamara potessero vincere una guerra con le statistiche invece che con un bel bombardamento chirurgico del Nord Vietnam per ridurlo all’anno zero come, a suo tempo, era stata ridotta la Germania nazista, oggi ormai costretta alle guerricciole dei tassi d’interesse per soddisfare quel po’ d’albagia teutonica rimasta nonostante la mazziata ricevuta da Napoleone a Jena, la sconfitta per mano franco-americana sulla Marna nel ’18, nonché 50 anni di occupazione franco-anglo-russa-americana a ricordare ogni giorno ai tedeschi a non alzare troppo la testa. Anzi, giusto per la cronaca, mentre i russi se ne sono tornati nella steppa, in Germania ci sono ancora decine di migliaia di soldati americani con il dito sul grilletto.
Tornando ai tecnici alla guida del nostro paese, dopo la disastrosa esperienza tremontiana il nostro presidente della repubblica ha pensato bene di peggiorare le cose, affidando, non solo l’economia, ma l’intero governo ai tecnici, i cui risultati, in termini di gestione della cosa pubblica, finiranno per superare le fesserie di McNamara al Pentagono, con milioni di disoccupati difficilmente rioccupabili, migliaia di giovani laureati costretti a lasciare il paese, un debito pubblico che nonostante le cure tecniche e gli interventi di Draghi, continua a galoppare come un puledro ad Ascot, un’economia in parte moribonda e con la prospettiva che ci resterà un po’ di manifattura e un po’ di turismo. Insomma, una Grecia più grande.
Purtroppo Monti è un mezzo orbo che guida un governo di ciechi, in un paese dove anche le forze politiche sono del tutto disinformate su cosa accade nel mondo, e basti vedere le stantie ricette di Ichino, Fornero, Fassina e Giannino, che non hanno neppure il buon gusto di tacere, come fanno almeno Grillo, Ingoria, Vendola e Di Pietro, che non è che nascondono la loro ricetta economica: semplicemente non sanno che fare.
Buon Anno

Case a prezzi popolari

Puntuale come certe ricorrenze, ogni tanto si scopre che numerosi potenti della genìa dei politici, dei sindacalisti, dei giornalisti e delle loro commarelle piazzate in posti sicuri, abitano appartamenti di enti pubblici per i quali pagano canoni irrisori che, tenuto conto di dove si trovano, (quasi sempre quartieri centrali ed eleganti), costano al metro quadro molto meno di quanto costi l’affitto di una casa popolare.
Di solito questa cosa sta sui giornali per un paio di giorni e ho l’impressione che serva da tappabuchi quando non ci sono da raccontare: stupri, mamme amorose che massacrano i figli venuti male, fidanzati maneschi e tanto studiosi di ogni tipo di pornografia, insalatona di studenti di vari paesi che fra un orgia e una sniffatina finiscono per massacrarsi a vicenda nonchè le immancabili storie pruriginose della Casta poco casta.
Poi, un rigore non concesso alla Juve, o uno di troppo concesso alla Juve, fanno passare in second’ordine gli affitti di favore a favore ai potenti, e tutto resta come prima, anche più di prima; e quando si cerca di mettere rimedio – vendendo queste famose case del patrimonio pubblico – si finisce come quando alcuni duri e puri della politica comprarono loro le case degli enti pubblici per qualcosa che era meno di un piatto di lenticchie.

Monti e il sudoku

A quanto pare le varie ghenghe politiche vanno alle elezioni con due profonde convinzioni: che non ne uscirà una maggioranza e che alla fine dovranno riaffidarsi a Monti, che è ormai per gli stranieri una garanzia in quanto è un tecnico.
Ma è proprio quell’essere “tecnico” che porterá un governo Monti “politico” a fallire qualsiasi obiettivo, sopratutto la ripresa economica e la riduzione della disoccupazione.
I tecnici infatti, i bocconiani e quelli che albergano a Via Nazionale, credono che un’economia sia una specie di sudoku che, per quanto complesso, ammetta un certo numero di soluzioni finite fra cui si possono selezionare quella più adatta.
Il problema è che questo non è per niente vero, e che qualsiasi manovra classica (monetaria e/o fiscale) non solo altera i paramentri del gioco, trasformandolo in un altro, ma, essendo le soluzioni applicate fra quelle prevedibili, accade che chi fa parte de sistema si adegua subito a manovre ben note e senza fantasia, vanificando del tutto le operazioni del governo.
Monti, classico giocatore di sudoku, circondato da furbi giocatori di rubamazzetto, fallirà se applicherá logiche analitiche e razionali ma, data la natura dell’uomo, è molto difficile aspettarsi da lui che cambi registro e improvvisi qualche cosa di non usuale.

La ragione? Perché lui non può sfuggire alla regola che ogni azione pubblica, che non sia usuale, o è sbagliata, oppure, se giusta, costituisce un precedente pericoloso.

Faccia al futuro

Mentre da noi un’accozzaglia di figure felliniane si appresta a celebrare altri inutili elezioni, mentre professori inconcludenti cercano di curare il malato Italia con pozioni medioevali, e mentre imprenditori, manager e sindacati cercano almeno di capire cosa stia accadendo in un mondo dove dovrebbero competere almeno ad armi pari rispetto ai maggiori paesi industrializzati, un libricino da 4 dollari, “Race against the machine” viene nominato libro dell’anno.

Di che tratta questo libro digitale? Del futuro. Dove le macchine sostituiscono gran parte dei colletti bianchi, anche in quei lavori che la gente crede moderni, molto fighi, ben retribuiti e con attaccato il cartellino di garanzia del posto fisso a vita.

Qualcuno l’ha letto in Italia? Non credo. Io? Certo che l’ho letto. Ma io non faccio testo. Non vado per TV e conferenze a spiegare come risolvere i problemi di domani con i mezzi del 1726, intervistato da commentatori che poco sanno anche di cosa sia un’onda hertziana o una fibra ottica.

Io, purtroppo, devo assistere ogni giorno allo spettacolo di over40 (ma anche over35) che non hanno un lavoro, non lo trovano dalle loro parti, si dibattono fra il restare o l’emigrare; o peggio, vedere persone giovani, neo laureate che non hanno una preparazione né una decente conoscenza del settore economico dove hanno deciso di competere. Colpa della scuola, ormai ridotta a trattenimento, dell’università, ridotta ad un esamificio, e delle famiglie che continuano imperterrite a credere che il futuro non arrivi.

Invece è arrivato, ed accelera. La tecnologia cambia tutto in maniera esponenziale. E quindi cambia il comodo scenario dove tutti, dal più fesso al più smart, potevano pensare di avere uno spicchio di futuro.

Ma a che serve dirlo? Come direbbe una mia amica argentina: ¡para que conste! Perché rimanga agli atti.

Atti digitali, perché la Internet non dimentica! In un futuro, quando parecchi lavori non ci saranno più, basterà googlare (se Google esisterà ancora!) e scoprire che ve lo avevo detto.

Buone Feste.

Secondo Emendamento

Dopo certe tragedie americane, un sacco di nostri commentatori mette mano alla penna e scrive senza aver mai letto il Secondo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, un emendamento, cioè una cosa aggiunta apposta per integrarla in un punto ritenuto fondamentale, cosa che fa pure il Primo emendamento, quello sulla libertà di parola.

La libertà di possedere e portare armi è stata stabilita per difendersi da un eventuale potere dispotico, ovvero da quello di uno stato centrale che debordi dai suoi confini istituzionali e vada ad interessarsi delle cose di una cittadina dell’Ohio o vada a sindacare i conti dell’Alaska.

Infatti, ogni stato ha la “sua” Guardia Nazionale, la sua polizia, e ce l’ha anche ogni comune.

Gli Stati Uniti non sono un paese regolamentato dal centro, come accade da noi dove il governo centrale mette le tasse, la riscuote e poi la dispensa pure, rendendo così irresponsabili sindaci e assessori che non devono confrontarsi con i loro cittadini cui direttamente avessero chiesto soldi per opere e spese inutili, spesso personali.

Purtroppo questo stato di cose, previsto in costituzione, provoca queste tragedie: ma nella cultura di indipendenza locale che impregna l’America, potrà mai esserci un politico a livello nazionale che voglia modificare e/o abolire secondo emendamento?

Sembra difficile, perché verrebbe visto come il primo atto di un potere centralizzato, assolutistico e dispotico.

E la cicala vince!

Un giorno d’estate, sotto una canicola atroce, la cicala si presentò al nido delle formiche. Si tolse le RayBan Aviator per entrare nel buio dell’opificio alacre, e salutó con uno smagliante bianco sorriso sotto la bocca rossa di Dior 644 Blossom.

“Ciao, carine, sono venuta a salutarvi! Vado al mare. Prima al Forte e poi a Saint Bart. Volete che vi porti un ricordino?”

“Non ci serve niente!” Urlò la regina cacauova irata.

“Noi siamo operaie, fatichiamo, risparmiamo, pensiamo all’inverno! E vedremo poi, quando nel freddo della neve non si troverà un seme, cosa mangeranno certe gaudenti socialite!”

La cicala si scrolló dalla vestina leggera un pagliuzza, bació con trasporto le operaie più vicine, saltó nella Z4, lanciò i 340hp, lasciando la scia di Chartusia e un dubbio sotto le teste delle formiche intente a farsi il mazzo per l’irosa regina.

E poi venne l’inverno, con tanta neve, e nel formicaio milioni di formiche si apprestavano a celebrare il pranzo di Natale.

La regina, a capotavola, stava per fare il sermoncino che i capi fanno sempre a Natale per sembrare più umani, ma ne venne interrotta da una cicala allegra e festaiola, con la bottiglia di Don Perignon in una mano e una pila di regali nell’altra!

“Ciao, carine, buon Natale. Sono passata giusto un attimino, parto per Gstaad”

Distribuì i pacchettini, sbaciucchió le operaie affascinate dallo zibellino lungo e dagli zaffíri sfavillanti, fece “ciao, ciao” con la mano ingioiellata Bulgari, lasciò dietro di se un profumo di Hermes 24 Faubourg, roba da 1.500 dollari l’oncia, e una certezza nelle formiche: che Jean de La Fontaine era il classico intellettuale “organico” che illude il popolo bue, uno che non ha mai lavato un cesso, smerdato un malato, spalato la neve e mendicato un aumento per pagare l’IMU.

Morale della favola è che scopo dell’intellettuale – giornalista, comunista, liberista, cattolico o calvinista – è di mantenere la gente in perpetua schiavitù – legale, morale, economica e religiosa – usando le catene più feroci: la speranza (vana) di un domani migliore e un paradiso (incerto) come magra consolazione di una vita persa a rincorrere autobus per arrivare in orario e non far incazzare una regina cacauova, pronta a mandare i suoi scherani a punire una formica dubbiosa che la sua sia una vita che valga la pena di essere vissuta.