Storia di un ascensore


Quando comprai casa Milano, mi piacque molto il fatto che ci fossero due ascensori e che l’utilizzo degli stessi fosse abilitato da una chiave nelle ore e nei giorni di assenza del portiere.

Due ascensori sono backup uno dell’altro, e se si abita a un piano alto e magari si è anziani, disabili o semplicemente con le buste della spesa da portare su, averne uno, sicuramente funzionante, è una bella certezza.

Poi ci sono stati furti, in orari non di servizio del portiere, ed era evidente che chi era salito ai piani alti aveva manomesso la serratura dell’ascensore, che poi si apriva con una chiavetta tipo quella delle cassettiere. Non il massimo della deterrenza.

Allora si è pensato di sostituire, alla serratura meccanica, una elettronica, che attiva l’ascensore mediante una specie di telecomando da avvicinare al sensore.

Il problema è che si ti viene a fare visita qualcuno, un fornitore deve portarti su delle cose, o il medico dell’INPS deve fare la visita fiscale, bisognava che qualcuno scendesse a prenderlo per attivare l’ascensore.

Un po’ di riflessioni e il problema è stato risolto brillantemente: quando uno suona al citofono, e dall’appartamento si comanda l’apertura del portone, l’ascensore scende al piano terra e l’ospite può utilizzarlo senza la necessità del telecomando.

Morale della favola? È che l’elettronica è in grado di fare con poco sforzo un sacco di cose che agevolano la nostra vita, ma si deve trovare un gruppo di persone che vogliano risolvere un problema in modo nuovo e un tecnico della materia che si senta stimolato dalla sfida.

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Perché la startup software non è una buona idea

…a meno di certe condizioni.

Stimolati dalla rivoluzione digitale, molti credono di trovare in questo settore un avvenire, cioè qualcosa che potranno fare sempre o qualcosa che possa creare loro una rendita, vuoi perché inventano una cosa del tutto nuova, e la rifilano poi a qualcuno con i soldi, vuoi perché sono capaci di fare cose che altri non sanno fare in quel modo, in quel posto e in quel tempo.

La prima tipologia è quella che di solito è il fuoco che accende una startup: uno pensa di aver inventato una cosa nuova, parte in quarta e poi? E poi si accorge che quella cosa ha bisogno di soldi per essere lanciata o che quella cosa esiste già e che deve quindi combattere una doppia battaglia: pubblicizzare e vendere la sua cosa (trovando i soldi per farlo) per prendere una parte del mercato di quelli che già ci sono su quel settore.

Oppure effettivamente la cosa inventata è veramente nuova, riesce a lanciarla e dopo un po’ si accorge che, o perché la gente ama copiare o perché a qualcuno viene la stessa idea, si ritrova nella condizione di prima: deve combattere contro i concorrenti (che diventano una folla) e affrontare il mercato che diventa più difficile, visto che chi compra si trova davanti  più offerte e quindi fa il prezzo…a meno che i venditori non si accordino per spartirsi le zone, i segmenti, le nicchie del mercato.

A parte il fatto che fare cartelli è proibito, (ma in altri settori si fa tranquillamente) nel settore digitale è impossibile per ragioni psicologiche, e lo vediamo dalle guerre di religione che si scatenano su sistemi operativi, linguaggi di programmazione, architetture hardware, perfino marche. Cause che finiscono in tribunale per anni. E anche se non si mettono in mezzo legali, il “creatore” si sente in dovere di difendere il suo parto ad ogni costo. Quindi il settore digitale non è un mercato come gli altri, perché le barriere d’ingresso sono inesistenti (un po’ di hardware e imparare ad usare dei software non è una cosa costosa) ma è difficile che questo settore possa dare ad un imprenditore medio-piccolo molto di più di quello che prenderebbe se facesse l’impiegato o il professore.

E poi c’è il fenomeno della partenogenesi: da un’azienda di software ne nascono continuamente altre. Basta che uno sia licenziato, e che pensi di avere in mano i clienti del suo vecchio padrone, e voilà, nasce una nuova azienda di 2/3 profughi che a loro volta deprimono  i prezzi perchè certamente non possono fare i prezzi che faceva la loro vecchia azienda.

Quindi, in questo settore si salvano solo quelli che hanno brevetti o altre forme di difesa della proprietà intellettuale (che sono cose che comunque costano), oppure che hanno un tale capacità di fuoco come comunicazione, marketing e PR, da annullare nella mente di chi compra ogni eventuale concorrente.

Uomini della Provvidenza

Da Cincinnato in poi, gli italici hanno sempre bisogno di un uomo della Provvidenza per uscire da casini da loro stessi creati. Di solito, proprio come fecero con Cincinnato, lo pregano addirittura di assumere la carica di dittatore.

Vi ricorda qualcosa? Un certo generale Garubbardo che assume la carica di dittatore della Sicilia in nome del Savoia? O un certo Mussolini che deve risolvere i casini che il Savoia ha fatto in 60 anni di  malgoverno, guerre perdute male e vittorie ottenute peggio nonché scandali di tutti i generi?

Perfino quando Mussolini s’infila in una guerra che non può vincere nemmeno la Germania, c’è chi spera in fantomatiche armi segrete tedesche che dovrebbero ribaltare le sorti della guerra.

E a guerra persa c’è chi spalanca le porte e le cosce agli americani, questi sì che portavano la provvidenza sotto forma di viveri e calze di nailon. Cosa che non sta bene a quelli del PCI e del PSI che vogliono che arrivi Baffone a imporre la dittatura (un’altra?) del proletariato. E per fortuna che il buon Tito e signora , slavi anche loro, capiscono che forse non è il caso di concedere libero passaggio ai russi fino a Trieste e oltre.

Il resto è storia recente, Dal 1947 al 1994 la repubblica forgiata dal Savoia se ne rivela degna erede; salvo le guerre, il resto è uguale: scandali, amministrazione pubblica paleolitica, ruberie di ogni genere, debito pubblico galoppante e perfino le nefandezze di Giolitti, quello che si accordava con la camorra, portate a livello istituzionale con accordi sotto banco con la mafia di ogni tipo e anche contro i servitori dello stato.

Poi nel 1992, la misura sembra colma e gli italici si affidano ad un ennesimo uomo della provvidenza, il magistrato Di Pietro e un po’ di carabinieri che fanno crollare un sistema di ruberie di politici. Ma, tolta la trave marcia, non è che quelli che ne vogliono mettere una buona siano così buoni o così graditi. E allora, ecco là un altro uomo della Provvidenza, il paperone delle TV che non solo deve allontanare il pericolo comunista (che nel frattempo hanno pensato bene di gentryficarsi con case nei quartieri bene e mandando i figli a studiare all’estero), ma SB deve pure rimediare ad una situazione economica che è sempre peggio.

20 anni di proclami e dove siamo arrivati? A trovare un altro uomo della Provvidenza, il prof. Monti, uno che si limita a fare quel che può fare, in pratica mettere un po’ di stucco sulle rovine e qualche puntello alla casa ormai schiacciata da 2000 miliari di euro di debito. La stessa identica situazione che aveva il Piemonte prima di seguire il consiglio di andare a saccheggiare la Lombardia e il Regno di Napoli e la stessa che Mussolini risolse nel 26 congelando un altro debito pubblico spaventoso sempre provocato dal Savoia mani bucate.

Ma Monti è un tecnico, quello che mette una cinghia (presa allo scasso per risparmiare) sul motore di una macchina che deve essere completamente rivista se non rottamata del tutto.

E allora? Altro ricorso degli italici all’uomo della provvidenza. anzi, questa volta ben due: il Renzi e il Grillo, che ovviamente si sbattono pure loro per il bene della patria, ma che a tutt’oggi non ci hanno mai informato su come vogliono gestire una situazione, non solo nazionale, che diventa sempre più ingarbugliata.