SimCity Italia

Il governo Monti, nel classico stile sabaudo del facimmo ammujna, si esibisce in ukase modernisti su agende digitali, start-up, smart city e concorsi per direttori dell’agenzia digitale, o qualcosa del genere.

Temi alla moda per distogliere commentatori, del digitale “ad orecchio”, dal disastro di nave Italia, ogni giorno sempre più evidente, cosí com’è ormai arenata nelle secche di un messianesimo economico senza fondamenti e senza fondamentali.

A me, tutta questa sceneggiata sul digitale e le smart city, fa venire in mente SimCity, un gioco per computer dove si deve gestire una città, con tutto quello che comporta in: riparazione di strade, fognature e costruzione di servizi di base e di quelli aggiuntivi, come può essere uno stadio o un parco giochi.

Ovviamente chi gioca, per fare tutte queste belle cose, ha un bilancio da gestire, bilancio alimentato da imposte sugli immobili della città digitale. E ancor più ovviamente, se decide di costruire lo stadio nuovo o un posto di polizia in un quartiere a rischio, deve aumentare le imposte o tagliare da qualche altra parte, col risultato che qualche strada maltenuta va in malora.

Insomma, è un gioco dove la regola aurea è: non esistono sfizi gratis! Se vuoi fare il museo Maxxi o l’Expo, lo devi far pagare ai tuoi cittadini, altrimenti il bilancio del giocatore di SimCity finisce in rosso e la partita finisce male.

Però SimCity, come tutti i video game, contiene delle scorciatoie «segrete», dei trucchi (in gergo “cheat“) cioè delle sequenze di battute che permettono di aumentare i soldi nella cassa del sindaco digitale, e questo ovviamente, avendo cassa infinita, si può togliere tutti gli sfizi urbanistici, e per lui non esce mai la fatidica scritta: game over.

In Italia, questo gioco delle «scorciatoie» è diventato una cosa comune in tutti i comuni. Ma pure in ogni regione, provincia e comunità montana, per non parlare di enti grandi, mezzani, piccoli e picccolotti nonchè le loro filiazioni in finte Spa con socio unico.

Il loro trucco, la loro sequenza di battute, è piangere molto, inondando giornali e altri media (complici), di lacrime sul latte che non hanno ancora versato, ovvero su spese che non si possono permettere e che comunque vogliono fare, ovviamente spese per il bene del popolo, ma anche per dare per dare un po’ lavoro a imprese che vivono di spesa pubblica e se resta, qualche mollichina pure per loro, povere stelle che si sono presi questo grande fardello di dover piangere e fottere il pubblico erario.

Erario che si è dovuto industriare, da un lato scorticando di tasse quelli che producono e dall’altro facendo debiti su debiti, a loro volta basati su altri debiti.

E tutto questo perché? Perché nessuno ha il coraggio di dire a sindaci e a governatori una semplice e amara verità tutti ‘sti soldi per tutti ‘sti sfizi non ci sono, perché non si lavora abbastanza e chi lavora produce poco, male e roba anteguerra.

Altro che digitale.

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Pubblicato da

cannedcat

Communication and PR manager with a sturdy background in ICT industry; fictional and non-fictional writer.

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