Alta fedeltà

Una catena di supermercati mi ha dato a suo tempo una carta fedeltà, una di quelle che permettono anche di pagare il conto della spesa. In effetti è una carta di credito e perciò ti mandano, con plico a parte, il PIN da utilizzare.

Un altro codice da ricordare insieme a quello dei bancomat, della carta di credito e del portone di casa con apertura elettronica.

Ma quando sei alla cassa del supermercato, da solo, con le buste da riempire, la fila dietro che ti guarda in cagnesco e il biglietto del parcheggio da vidimare, fai prima a tirare fuori l’American Express, una firma e via a fare il Tetris con le buste nel bagagliaio della macchina.

Perciò questa carta non l’ho mai usata e così mi hanno mandato una letterina con la quale mi avvisavano che la carta mi sarebbe stata revocata per non uso ma che potevo andare in un punto vendita dove mi sarebbe stata sostituita con una carta fedeltà normale.

Così una domenica chiedo di cambiare la carta, e prima stranezza, devo compilare il modulo di richiesta anche se faccio notare che sono sempre la stessa persona, che non è cambiato niente nella mia vita e che i miei dati dovrebbero averli nei loro sistemi informativi. O no?

Ma l’addetta, che ha l’aria di aver visto per la prima volta nella sua vita uno che fa un ragionamento, è inflessibile, e mi ricorda tanto quello che alla visita di leva parlava di prassa da rispettare.

Compilo il modulo, (con latte, yogurt, burro, uova e formaggi che temono l’interruzione della catena del freddo), mi danno un’altra carta e mi assicurano che i punti della carta sono stati trasportati sulla nuova.

Una settimana dopo passo la carta sotto l’apparato che consegna il terminale della spesa self service ma la rifiuta: carta non abilitata. Per attivarla, dovrei andare al punto vendita, rigorosamente dal lunedì al giovedì (e chissà perché il venerdì no!), e sarà attivata… dopo ben due settimane. Due settimane per attivare una carta a uno che è già cliente da anni? E che faranno mai in due settimane?

Un’indagine sulla mia attitudine ad occultare una busta di zafferano (che qui tengono in cassaforte)?

O sarò spiato da ex agenti del Mossad e da esperti della NSA per capire se ho capacità di manipolare i codici a barre per risparmiare i 75 centesimi del latte intero?

Misteri della GDO, Grande Distribuzione Organizzata. Quanto organizzata, è tutto da vedere.

E tutto questo pasticcio da dove nasce se non dal fatto che il supermercato t’impone il suo PIN? E questo quando ci sono aziende come l’IKEA, che il PIN non lo richiede per la sua carta di credito, o come American Express che il PIN (di quattro cifre) te lo fa scegliere, come per altro si fa in molti paesi, già dal 1980, come strumento di marketing. E mi pare che IKEA e American Express, che processano milioni di transazioni ogni ora, debbano pure averla qualche competenza in materia di sicurezza di transazioni finanziarie.

Ma noi abbiamo un sacco di saccentoni che si occupano di cose che non capiscono e ci ammanniscono sistemi cervellotici come i PIN imposti, quelli che tutti si appuntano diligentemente in un post-it nel portafogli o nel cellulare che, non appena va in assistenza, rivela ad un tizio qualsiasi i PIN e gli SMS segreti all’amica del cuore.

…e torture private

Constatato che gli italici sono troppo buoni, per non dire fessi, visto quello che sopportano dalla P.A., pure i privati fanno quello che mai s’azzarderebbero a fare all’estero, dove una bella class action gli farebbe mollare l’acino, la fronda e lo streppone.


L’ultima è di una società telefonica per il subentro di un contratto.

Si va al punto vendita, sperando che un tale apparato super colorato, con tanti giovani cortesi e disponibili, permetta di fare tutto sul posto.

Illusione, dolce chimera sei tu! http://www.youtube.com/watch?v=9OxKDFWu7b4 , recitava la canzone del 1940 censurata dal regime fascista perché poteva mettere in dubbio l’apodittico Vincere e Vinceremo mussoliniano tanto applaudito dai romani festanti.

Per la bisogna, le ragazze, cortesissime, ti stampano un pacco di moduli (su carta da 80 grammi) che, ovviamente, devono essere spediti per raccomandata con ricevuta di ritorno, con allegati documenti di identità del cedente e del subentrante nonchè un po’ di autocertificazioni, tutte carte che loro già possiedono visto che il subentrante è già loro cliente.

Compilati e spediti, dopo coda alle Poste e obolo di 6 euro, si aspetta.

Dopo qualche settimana telefona una voce slava che ti dice che “documento identità scaduto” e quindi “noi non possiamo procedere subentro”.

E il tono è quello sbirresco di una allevata in regime filo-sovietico dove un documento scaduto ti portava, come minimo, a fare un giro alla Lubianka per essere interrogato dal colonnello Putin.

Faccio però notare alla ausiliaria del KGB, ridotta a operatrice di call center nell’odiato occidente capitalistico, che c’è una legge del 2008 che allunga la scadenza dei documenti d’identità a 10 anni, ma la guardiana del gulag telefonico mi dice “noi non sappiamo di questa legge e possiamo solo aspettare che tu manda fax con documento d’identità aggiornato”.

Imperativa e conclusiva, ti fornisce un numero di fax e fine delle trasmissioni, incurante che gli si prospetti il cambio di gestore: a lei non interessa, segno evidente che in una cultura totalitaria l’importante non è il profitto dell’azienda (generato di solito dai clienti) ma il meticoloso adeguamento alla prassi, senza porsi nemmeno il dubbio che il cliente abbia (almeno qualche volta) ragione.

D’altra parte, sono stati scritti migliaia di libri su come la gente comune sia disposta a torturare e uccidere solo per rispettare una stupida prassi.

Come è finita? Si chiama il servizio clienti, si racconta l’accaduto (a una italica comprensiva), questa invita a mandare la pagina internet dove c’è la notizia della legge alla collega kapò. Via fax.

Chiesto se si possa mandare via e-mail, dice che non è possibile: quelli del gulag accettano solo fax. Ma la italica ti viene incontro: si può mandare una e-mail a lei che poi la faxerà alla slava feroce.

Conclusione: una grande azienda che opera in un settore moderno, che ha bisogno di documenti dei suoi clienti per svolgere il suo compito, dove non si sa che la legge è cambiata e dove nessuno si è mai preoccupato che forse è bene dare un pelino di fiducia ai clienti.

Se lo considerano un cliente.

Ma dubito che sia considerato più un fastidioso rompiscatole che uno che fa fatturare.