Crowdsourcing mito e realtà

Nell'ansia di pensare qualcosa di nuovo (per vendere) e mistificando o estendendo, fuori tema, certe tecnologie e certi fenomeni, si corre il rischio di creare l'illusione di aver individuato dei trend dai quali si cercano poi, inutilmente, ritorni economici e culturali.

Una di queste ansie è quello che si chiama crowdsourcing o co-creazione, la metodica che apre il processo di creazione di prodotti e servizi alle masse degli stake-holders dell'azienda.

Un'idea che ha delle serie basi scientifiche (vedi gli studi di Eric von Hippel del MIT) ma, more solito, è stata in parte mistificata e in parte estesa troppo, ben oltre le sue possibilità effettive quando si ritiene che "lá fuori" ci siano migliaia di persone capaci e in grado di fornire un'idea vincente, un'innovazione che nasce dalla strada, un po' come quegli attori presi per strada dai registi neorealisti per dare un tocco di vera miseria alle storie del nostro miserabile dopoguerra.

La prima cosa da dire è che la co-creazione può essere utile in settori maturi ma ha minori probabilità di successo se si cerca l'idea completamente nuova, insomma, il popolo può suggerire modifiche e/o utilizzi diversi di quello che c'è, ma è difficile che s'immagini un qualcosa che non c'è.

Se Ford avesse chiesto alla gente cosa volesse, i consumatori avrebbero chiesto migliorie a calessi e carrozze ma nessuno avrebbe immaginato un veicolo senza cavalli.

L'altro elemento importante è la necessaria partecipazione emozionale del pubblico e questo implica che il co-creatore sia un brand-lover, cioè uno che adora il marchio e ne desidera sempre più successi, in un certo senso, è l'amore che lo spinge a suggerire modifiche e usi diversi dei prodotti/servizi o allargamenti del marchio in altri settori.

E la partecipazione emozionale la si ottiene con un lungo lavoro di brand awareness il che significa che è nell'azienda che sono stati pensati i prodotti che si vendono; dopo si potrà pure chiedere di migliorarli, ma resta la necessità di creativi e inventori interni, di un marketing non in poltrona ma in giro per il globo a capire che cosa vuole il pubblico.

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Sapere è necessario

Ci sono giornalisti che commentano preoccupati il percolare di notizie sui vizi dei politici e dei pubblici funzionari, lo ritengono una non necessaria intrusione nella vita privata della gente.
Sono osservazioni che però lasciano fuori un fatto fondamentale per la serena e sana esistenza di una comunità: chi informa i contribuenti dei vizi dei potenti, ovviamente, se e quando questi vizi siano "evidente" sintomo di corruzione, anche se non vi sia un procedimento giudiziario in corso?

Io ritengo missione sacra e specifica della stampa sbattere in prima pagina il vizio (pagato con i nostri soldi), tant'è vero che negli USA l'emendamento che tutela la libertà di parola è quello che più di tutte le altre leggi permette di evitare le degenerazioni eccessive del potere politico e amministrativo.

La EFF (www.eff.org), ad esempio, organizzazione libertaria americana, cane da guardia contro chi vuole mettere sotto controllo le telecomunicazioni, ha ottenuto dalla Corte Suprema sentenze che difendono addirittura l'anonimato del blogger quando questo attacchi il potere pubblico, sentenza ottenuta come estensione di altre che già difendevano l'anonimato di chi stampa un libello di denuncia.

D'altra parte è sotto i nostri occhi l'attacco virulento ad Obama accusato di non essere nato negli USA, aggressione che però nessuno si sogna di censurare o di omettere dalle cronache a stampa o via etere.

Questo assetto americano garantisce alla gente di avere una visibilità su quello che fanno i potenti e, siccome è un'esigenza non eludibile (perchè chi custodisce i custodi non può che essere il cittadino contribuente), è chiaro che da noi si sopperisce, alla mancanza di denuncia e alle omissioni da parte della stampa, con il percolare di quello che si ascolta durante le indagini da parte delle strutture di law enforcement.

E questo perchè una società non può vivere senza la verità (anche approssimata), sarebbe come avere un laboratorio scientifico dove una parte delle scoperte viene negata ai colleghi scienziati bloccando il progresso di tutti.

I problemi di Matusalemme

Milioni di dollari dopo la conquista della luna gli umani si sono dovuti rassegnare a restare sul pianeta e dintorni, e allora, finite le ansie di gloria intergalattica, ci si concentra sull'effimera vita su questa terra cercando di rimandare il momento di lasciare onori e denari a quelli nati dopo.

L'obiettivo è (per il momento) arrivare a 120 anni, ma qualcuno già chiede i 150 e poi, ovviamente l'immortalità.

Al di là della difficoltà per chi oggi è già sui 70 di arrivare a questi traguardi, e presumendo che ci si arrivi, quale sarebbe la vita di questi ultracentenari? E non parliamo di quella fisica perchè è ovvio che chi aspiri ad arrivare a 120 anni voglia farlo in buona salute.

I problemi che si tende a non considerare sono altri e non facilmente risolvibili.

Il primo è di tipo nevrotico: come vivrebbe la sua quotidianetá una persona che sa che non si ammalerá ma che può comunque morire o restare menomato per un incidente?

Un'ipotesi non peregrina visto che gli incidenti automobilistici e quelli in casa sono molto frequenti?

Finirebbe col fare la vita di una bella fragile statuina di Capodimonte tenuta dietro una cristalliera.

Poi c'è il problema degli altri, quelli che dovrebbero morire e che certamente non vedrebbero di buon occhio gente che magari ha già tutto e che per giunta non muore nemmeno.

E questo diventerebbe un altro motivo per i fortunati lungo-viventi per tenersi lontano dal vasto pubblico un po' arrabbiato.

Un Oscar al femminile

L'Oscar a The hurt locker non è solo un premio a un film perfetto, non è solo un evento perché per la prima volta viene premiata una regista (e la Bigelow se lo merita tutto!), ma, anche se nel film non c'è una donna, l'Oscar è un premio a quelle virtù femminili di cui ha bisogno il mondo dopo il crack del 2008!

Anche se è un film di guerra, gli eventi della vita di un artificiere in Iraq sono solo una metafora di quello che ci serve per il nuovo mondo, virtù che donne hanno maturato nel lungo processo di umanizzazione e che non sono mai state valorizzate in una storia dell'umanità fatta di predazione più che di collaborazione e che ha visto nell'avidità finanziara pre 2008 il massimo dell'idea che si "deve" sfruttare, imbrogliare, prevaricare altri esseri umani.

Le virtù femminili che ci servono sono quelle dell'artificiere che è in Iraq per aiutare, collaborare con altri pur se molto lontani da se ma cosí importanti da fargli, non solo rischiare la vita, ma anche sentire il dovere morale di lasciare affetti e comoditá meritate per tornare a far esplodere la sua empatia, forse anche per il suo nemico.