Nella cloud

Con l’iPad si mette fine alla storia del Personal Computer; ovviamente il PC non morirà subito e non sparirà del tutto, ma è certo che lo scenario prossimo venturo è quello dove la gente accede a dati e applicazioni che stanno da qualche parte nell’universo conosciuto e di cui non ci si deve preoccupare perchè qualcun altro gestirà macchine che non sappiamo dove stanno, che non c’interessa come funzionano e che funzionano sempre.

Una volta questo si chiamava outsourcing, oggi si chiama cloud computing, o cloud e basta.

Il futuro è quindi tutto in una nuvola anche se molti, come certe dattilografe abbarbicate alla macchina da scrivere, cercano di negare che questo stia accadendo e che stia accadendo adesso.

La scusa più frequente è che andare sulla nuvola non è sicuro, ma si tratta evidentemente di una
cosa che non regge perchè è chiaro che chi offre servizi sulla nuvola dovrà garantire l’affidabilità del suo servizio pena la sua uscita dal mercato.

E allora dov’è il problema?

Si tratta della solita paura del nuovo che è naturale condizione per la maggior parte dell’umanità che ha bisogno di un certo tempo per assimilare certi automatismi.

Anche andare a cavallo, usare la posta per scrivere a casa, salire su un’auto è stato un processo lento e che ha richiesto che la gente maturasse fiducia nel nuovo mezzon e lo stesso è avvenuto con la banca: la gente ha dovuto maturare l’idea di non tenere i propri denari in casa e di depositarli presso un altro, ma se pensiamo che oggi i denari non sono altro che registrazioni magnetiche su un disco di un sistema di elaborazione dati, non si vede perchè non dovremmo fare la stessa scelta con i nostri dati e le applicazioni, se chi li gestisce ci darà la stessa affidabilità che una banca ci fornisce per i nostri soldi.

Ovviamente sarà necessario che ci sia un quadro normativo che faccia da substrato legale perchè ci si possa fidare completamente e quindi dovrebbero essere i fornitori di servizi nella cloud che dovrebbero farsi parte attiva per creare delle regole severe, dello stesso genere di quelle che esistono per le banche, in modo da far crescere la fiducia ma anche per escludere dal mercato i peracottari della cloud.

Oscar in tono minore

Peppuccio Tornatore con il suo pretenzioso (e noioso) Baaria non è stato nemmeno ammesso alla gara, mentre si resta in gara per la fotografia e il trucco di Sorrentino come sulfureo Giulio Andreotti, una metafora su quello cui gli italici possono aspirare come posto nel mondo: grande artigianato ma fuori dai grandi discorsi culturali fra cui la capacità di una società di parlare di se, spudoratamente e senza quelle remore di pestare i piedi a qualcuno.

Proprio quello che mancava a Baaria, ma anche ad altri film italici manifestamente lavori che servono più a nascondere che a rivelare con la dovuta brutalità su cos’è oggi la società italica dove sembra applicabile l’immortale frase di Nino Manfredi che er meglio c’ha la rogna.

Rivelare ed esporre la verità è il compito dell’artista, cosa che riesce ad emergere anche da un film di fanta-scienza (o fanta-sociologia?) come Avatar dove vengono fuori, con prepotenza e pregnanza, temi come l’ecologia, lo scontro culturale, i problemi dell’America forse stanca (e indebita) per continuare a portare il Verbo della democrazia in posti come il Medio Oriente, la Cina e il Sud America dove la libertà è un grosso fastidio da barattarsi ASAP con la comoditá di affidarsi pienamente a un demiurgo, a uomini della provvidenza, a un faso-tuto-mi che pretenderà , in cambio, enormi privilegi, più o meno simili a quelli dei capi delle bande criminali.

D’altra parte l’America ha ormai un’esperienza quasi secolare dell’inutilità del portare la democrazia nel mondo visto che in nessun paese ripulito da dittatori e capataz c’è riuscita, e quelli che sembrano casi di successo (Germania e Giappone) lo sono perchè sono paesi sconfitti, ancora occupati militarmente, e che scontano, con l’adeguamento forzoso alle direttive dell’occupante, le gigantesce sanguinarie colpe del passato.

Per quanto riguarda l’illusione di avere un paese democratico nella penisola non credo sia mai stato nelle previsioni americane che mettevano in conto l’obbligata e necessaria acquiecenza alla politica vaticana (che è sempre meglio avere affianco se si deve combattere un nemico ateo o che crede in un atro dio) e al fatto che, data la posizione stratetica della Sicilia, era meglio non avere a servizio permanente effettivo un governo libero e demo-cratico, ma, al più, uno docile e demo-cristiano che faceva con obbedienza, zelo e nefandezze l’interesse di due padroni.

Perciò dobbiamo accontentarci di gareggiare, anche per gli Oscar, nelle gare minori perchè il cinema italico non è più in grado di stanare la societa e riesce solo a confezionare storie che si fermano opportunisticamente in certi anni in modo da evitare di parlare della brutale schifosissima attualità.

iPad l’onorevole resa di Steve Jobs

Negli anni 70, nella California libertaria, culla di tutte le controculture e di tutti i tipi di esperimenti sociali, un gruppo di informatici eversivo decise di liberarsi dalla schiavitù del time-sharing, del dover utilizzare, quando permesso, un computer centrale di un’università, con il rischio, non secondario, che tutto finisse sotto l’occhio dell’FBI, della CIA o della NSA.

Nasce cosi il personal computer, una macchina anarchica non destinata a essere parte di un insieme, così come un’automobile è un uso strettamente personale con cui fare la spesa, portare i bimbi all’asilo e andarci a pomiciare con il partner del momento.

Ma, già all’inizio degli anni 80, il PC perde l’autonomia, nelle aziende viene messo in rete, poi asservito a un server, diventando così solo un terminale intelligente.

Con Internet il ciclo si chiude, il PC è oggi solo il terminale di applicazioni che sono nella rete, le sue caratteristiche di macchina “personale” sono sempre meno utilizzate e i minuscoli netbook, usati solo per navigare e leggere la posta, ne sono la prova, per altro di grande successo.

A questo punto è fatale il passo successivo: una macchina che serva solo come accessorio della rete, e l’iPad è perfetto per questo scopo.

Mobile, leggero, economico, il miglior sostituto di un PC dove non serve un “personal” computer ma solo un dispositivo capace di accedere e utilizzara la rete, perchè la gente vivd e vivrà sempre attaccata alla rete, condividendo la potenza di calcolo che è nella rete, e il sogno libertario di Steve Jobs morirà per mano del suo stesso artefice, certo, una morte onorevole e molto redditizia, ma pur sempre una sconfitta di chi pensava, tramite l’anarchia informatica, di fare fuori Biancaneve-IBM e i suoi mainframe.