Abbraccio mortale

La voglia di Obama di mettere fine alla commistione fra attività (speculative) proprie delle banche e quelle per conto dei loro clienti, forse risolverà i problemi elettorali del Partito Democratico ma sicuramente non mettera fine alla più grande bisca del mondo, il mondo finanziario come oggi si è evoluto e sopratutto consolidato.
Ormai ci sono in giro fantastilioni di dollari, di euro e di altre valute basati su strumenti finanziari che non si appoggiano su niente di concreto, come mongolfiere stanno su finchè c’è aria calda che le fa galleggiare nell’aria, e l’aria fritta sono previsioni di guru della finanza più furbi e lestofanti dell’oracolo di Delfo consociato con una criptica sibilla cumana.

Se questo è lo scenario che cosa può fare la politica come mezzi normali? In pratica niente: il genio malefico non può più essere rimesso nella lampada e l’unica cosa è trovare un’altra lampada con un altro genio capace di esaudire decenti desideri.

Quello che serve è semplicimente trasformare questa montagna di denaro virtuale in denaro vero, cioè gli stati devono semplicemente stampare soldi e restituire ai comuni mortali quello che hanno investito in titoli esotici ed esoterici di cui nessuno capisce più niente.

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La festa appena incominciata è già finita

Diciamoci la verita: come nazione ci siamo posti obiettivi non realizzabili, che solo pochi hanno realizzato, che molti avevano realizzato, (e che stanno perdendo), e che molti mai realizzeranno, se non prendendo coscienza che siamo un paese che vive al di sopra delle sue possibilità, prova ne sia un debito pubblico in costante e continua crescita, l’evidenza palpabile di spese che non siamo in grado di pagare se non facendo debiti su debiti.

Cominciarono i democristiani, con il famoso libro dei sogni fanfaniano, proseguirono, dando fondo alla cassa e ingigantendo il debito pubblico, i socialisti craxiani, poi la paura di essere sbattuti fuori dalla EU hanno un po’ bloccato l’immaginazione al potere di fronte alla brutale realtà dei numeri cui pure l’ottimismo berlusconiano si deve arrendere.

E pochi vogliono credere che la festa, appena cominciata nel 1960, è già finita.

Immigrazione e sistema delle caste

Nel ponderoso saggio “Homo Hierarchicus” (1966) l’antropologo Louis Dumont esamina il sistema delle caste indiano e spiega le ragioni economico-sociali di questo fenomeno che, per certi versi, si sta incistando anche nel nord del mondo.

La verità che Dumont scopre è che le caste inferiori in India, sopratutto quelle degli intoccabili, sono colà ristrette e costrette perché sono anche quelle che si devono occupare dei lavori più sporchi, quali lo spurgo delle latrine, la cura delle bestie e la concia delle pelli.

Guarda caso le stesse attività che sono svolte dagli immigrati nel nord del mondo, attività generalmente rifiutate, anche se pagate decentemente, dai lavoratori del nord del mondo; se a questo aggiungiamo che diventa sempre più difficile superare le barriere fra le classi, visto cosa occorre spendere per procurarsi i migliori studi e le migliori abitazioni, ed avremo, anche verso l’apice della piramide sociale, la creazione di caste praticamente chiuse, anche se, imperante (formalmente) un regime democratico tutti possono (a chiacchiere) aspirare a superare la barriera di casta.

Abbiamo quindi alle nostre latitudini la riproposizione di un modello dove al vertice ci sono coloro che non debbono lavorare e alla base della piramide coloro che debbono sobbarcarsi il lavoro più sporco, pericoloso e spesso degradante; la cosa curiosa è che anche la malavita adotta lo stesso modello con l’affidamento all’immigrato dei compiti più a rischio (lo spaccio) o quelli più schifosi (la prostituzione).

Il tutto mi sembra un bellissimo risultato dopo che ci sono state diverse sanguinose rivoluzioni liberali e socialiste: siamo passati dal servo della gleba al cittadino liberato dalla presa della Bastiglia, e siamo ritornati ancora più indietro con un sistema di schiavitù volontaria per bisogno.

Integrazione: difficile, possibile o futuribile?

O per una rivolta in una periferia parigina o perchè si scopre che certi quartieri olandesi sono diventate zone monoetniche, ogni tanto salta fuori la discussione sulla possibile integrazione degli immigrati, sopratutto di quelli più evidentemente diversi dal resto della popolazione, un fatto che fa scattare l’accusa di ghettizzazione, molto prossima a quella di razzismo.

Ma così non è: come ha spiegato Mark Buchanan (Atomo sociale), la gente vuole stare fra i propri simili e quindi tende a creare isole etniche all’interno della comunità che la ospita.

Le China Town o le Little Italy sono prove di questa voglia di avere relazioni con chi condivide la stessa cultura, e il tutto è dovuto a un fatto di comodità e di economia: è più facile vivere in un ambiente conosciuto che affrontare i costi dell’integrazion e, saranno poi figli o nipoti che decideranno di integrarsi, se lo troveranno “economicamente” vantaggioso.

Questo è avvenuto in passato in paesi di forte immigrazione e sembra difficile pensare che un certo Roberto De Niro o tale Luisa Veronica Ciccone non siano americani a tutti gli effetti, ma è una scelta che dipende dalle circostanze economiche, e che non è detto si possa verificare di nuovo, sia negli USA, dove gli ispanici si integrano oggi abbastanza poco, sia in Europa, dove l’immigrazione è stata necessaria per coprire certi lavori non più accettati dagli europei, ma che non è una condizione che durerà per sempre, come dimostra il fatto che, a seguito della crisi, si sono ridotti gli sbarchi e che certi lavori siano oggi appetiti anche dalla massa di disoccupati che cresce di giorno in giorno.

In definitiva bisogna non drammatizzare il problema, evitare inutili guerre, anche di religione, come quella sui minareti, perchè può darsi che sia, in termini storici, un fenomeno passeggero, oppure epocale, e allora si può fare molto poco, anche per la non secondaria ragione che l’immigrato va dove lo porta il lavoro, infatti, o che venga dall’Africa, dalla Colombia, dalla Romania o dal sud Italia, gli immigrati vanno tutti al nord dove, per il momento, c’è ancora lavoro non “ancora” appetibile per i residenti storici che, a loro volta, erano emigrati dalle desolate lande germaniche dove c’era poco da mangiare.

Riforma fiscale: un’utopia

Dicono che ^^^ stia studiando una riforma fiscale con l'obiettivo di spostare il prelievo dal reddito, sempre difficile da accertare, alle cose che, in generale, non si possono nascondere; altro obiettivo è diminuire il carico su chi lavora/produce (dipendenti e imprese) e aumentarlo ai redditieri che, in pratica, sono gli investitori e i padroni di immobili.

Ovviamente, siccome non è che queste due categorie sono perfettamente separabili, gli effetti di una riforma fiscale avrebbero effetti che ^^^ non si aspetta, o che forse si aspetta, ed è probabilmente questa la ragione per un parto molto travagliato e che forse abortirà del tutto.

Infatti, all'indomani di una riforma che porti il prelievo sulle rendite al 20%, la gente ovviamente cercherebbe di scaricare il nuovo onere sugli altri, per cui aumento dei prezzi da parte di redditieri/commercianti/professionisti e un aumento dei fitti da parte degli immobiliaristi, il tutto alla fine scaricato su lavoratori e imprese che si vedrebbero annullato il tanto agognato sgravio fiscale.

Certamente qualcuno potrebbe ipotizzare che così non sarà perchè, ad esempio, i redditieri potrebbero non scaricare l'onere sui prezzi, ma anche accettando questo punto, e presupponendo che i redditieri non abbiano esigenze di coprire le loro spese, come si comporterebbero poi nell'urna?

In altri termini: i politici sono disposti al suicidio elettorale, cioè sacrificare la propria rendita e quella dei loro famigli?

Quote rosa elitarie

E se le quote rosa obbligatorie diventassero poi un altro modo per dare il potere a un’elite rosa che, traguardando il mondo solo attraverso i propri occhiali griffati, perdesse di vista gli obiettivi di una parte – non importa quanto consistente – delle altre donne?

E se alcune donne volessero solo fare le casalinghe, e quindi avere leggi che si occupino di questa professione come, ad esempio, un sistema fiscale che agevoli le famiglie monoreddito?

E che fare per le altre che vorrebbero il part-time, e quindi asili nido e rapporti di lavoro decenti
e un futuro previdenziale?

E infine, come provvediamo per quelle che amano il lavoro – e anche avere una famiglia – per le quali il tempo pieno scolastico sarebbe un’ottima provvidenza, così come i congedi parentali condivisi e la detrazione dei costi dei collaboratori familiari?

Ma qual’è la verità? Che vogliono veramente le donne, cioè tutte le donne, e non l’elite rosa?

E’ stata mai fatta un’analisi demoscopica (non partigiana) di what women want?

Non credo, forse perchè i risultati sarebbero spiacevoli per chi vuole che il mondo giri secondo le proprie belle costruzioni di donne che parlano quattro lingue, tre lauree, due master e dedite solo alla carriera?

Perciò, quello che è da evitare è che l’elite rosa, magari benestante e senza il vissuto dei problemi bagatellari quotidiani, pensi che quello che è buono per loro vada bene per tutte le altre.

Che poi è il problema italiano, dove le classi dirigenti – di qualsiasi colore esse siano – sono chiese, dove qualcuno scrive sacre scritture e tutti gli altri si devono adeguare al verbo fai quello che ti dico io, ma non fare quello che faccio io, come insegnano i recenti scandali bi-partisan di moralizzatori a senso unico obbligatorio.