TFR e Fondi Pensione: un flop previsto

Questo articolo l’ho scritto il 10 ottobre 2004!

Un’importante società di selezione ha fatto un’indagine sui suoi clienti, i direttori del personale, su come i lavoratori intendano gestire il proprio TFR alla luce della recente riforma.

E’ emerso che solo il 27% ha intenzione di passare il TFR ai fondi e, quindi, il 73%, una schiacciante maggioranza, quasi un plebiscito, lascerà il TFR in azienda, ovvero, come avrebbe detto il Gattopardo Principe di Salina: tutto cambia e tutto resta come prima.

Le ragioni, che potevano essere immaginate anche prima di fare l’ennesima legge inutile, sono quelle che hanno alla base il buon senso e sopratutto la ricerca per la sicurezza per i propri soldi che dovrebbe avere ogni buon padre di famiglia.

La prima ragione per questa scelta conservatrice è il rendimento certo che la legge attuale garantisce al TFR, che è pari al 75% del tasso di inflazione più un 1,5% all’anno e che, in soldoni, vuol dire che il TFR lasciato in azienda rende almeno il 3% all’anno che, con i tempi che corrono, e quelli che si preparano per la finanza, è sicuramente un ottimo nvestimento per chi non ama il rischio.

La seconda ragione è la possibilità di intascare subito il TFR in caso di licenziamento o dimissioni; è anche in questo caso vediamo che il lavoratore fa una scelta oculata e prudente perché preferisce il certo all’incerto, oltre ad essere una scelta obbligata per chi perde il
posto di lavoro: il TFR, infatti, è stato istituito per dare al lavoratore licenziato un sostegno economico fino a quando non trovi un nuovo lavoro e, quindi, si tratta di un ammortizzatore sociale che verrebbe a mancare se il TFR è “imprigionato” in un Fondo Pensioni.

La terza ragione è la paura di non poter riscuotere un anticipo del TFR dopo 8 anni in azienda, in caso di accensione di un mutuo o per spese mediche, ed anche questa sembra sia una scelta, non solo saggia, ma addirittura socialmente utile: un lavoratore per comprare la sua casa o quella per un figlio utilizza i suoi soldi.

La quarta ragione è l’incertezza sulla tassazione finale effettiva che graverà sui fondi pensione, al momento della loro riscossione, e questo la dice lunga sulla capacità di legiferare dei nostri politici, di qualsiasi colore, che, con la riforma Dini, fecero prima un articolo che consentiva a chi voleva di passare al contributivo e poi, quando si accorsero che a qualcuno conveniva “troppo”, d’imperio cambiarono le carte in tavola, dimostrando di essere degli incompetenti ed anche poco democratici.

La quinta (non valutata dalla ricerca ed è una mia ipotesi di impenitente malpensante) sarà sicuramente l’atteggiamento dei datori di lavoro che “convinceranno” i propri dipendenti a scegliere di tenere il TFR in azienda perchè sarebbe per loro duro sborsare 1.100 euro l’anno per ognuno dei propri dipendenti: si tratterebbe, dal loro giusto punto di vista, di una nuova forma di tassa!

Ma il 27% che sceglierà i fondi da chi è composto? In gran parte si tratta di dirigenti che potrebbero avere una probabile giustificazione nelle facilitazioni offerte loro dalle aziende che, di solito, danno un contributo aggiuntivo al fondo pensione come benefit per lo status.

In conclusione il secondo pilastro della previdenza sembra già crollato mentre il terzo, la previdenza basata sui risparmi dei singoli, appare addirittura un’ipotesi offensiva per i lavoratori che ormai hanno molto poco da risparmiare, grazie agli economisti italiani (nessuno dei quali ha mai vinto un Nobel) che ci dissero che un cambio di 1936,27 lire per euro avrebbe favorito le esportazioni, i redditi degli imprenditori ed i salari dei lavoratori.

Tenuto conto che, grazie alla crisi finanziaria, il rendimento dei Fondi Pensione è molto al di sotto di quello che rende il TFR depositato in azienda, posso essere più che contento di averci preso, ben quattro anni prima, e senza essere nè titolare di cattedra, nè ministro, nè funzionario della BCE.

Chi dirige la BCE

Convegno al Corriere per presentare un libro di Bini Smaghi, uno di quelli con il doppio cognome che gestiscono l’euro che, mentre il sistema finanziario stava per crollare, aveva tutto il tempo di scrivere un libro.

C’era Mario Monti, come al solito sempre in palla, Giulio Tremonti, che ormai si atteggia ad oracolo, dopo che crede di aver pronosticato la crisi, e Dario di Vico che, invece di stimolare la discussione sembra fatto apposta per addormentarla.

Meno male che dal pubblico s’è alzato Cesare Romiti che ha chiesto del perchè a noi italiani l’euro ci fa tanto schifo (perchè ci ha resi poveri!) non ostante gli economisti e i banchieri centrali dicano che ci abbia salvato dall’inflazione.

La risposta di Bini Smaghi è stata che non è vero che non abbiamo fiducia nell’euro e la riprova è il fatto che gli italiani, cioè gli ex contadinacci arricchiti, continuino a comprare BOT.

Secondo l’uomo della BCE, questo è un segno di fiducia nella moneta unica e non, com’è nella realta, il segno che l’italico è così abituato a vivere di rendita alle spalle della Repubblica che oggi compra BOT in euro come per lustri ha comprato BOT in lire, forte del fatto che è difficile che un governo consolidi il debito pubblico, anche se già accaduto in passato.

Considerate voi in che mani sta la moneta unica che, a questo punto, non credo abbia molto futuro.

Cartelle fondiarie di Stato

Una delle proposte della Clinton era di far acquisire dallo stato un po’ di mutui subprime per dare sollievo alle banche e alle famiglie.

La signora ha perso la corsa e chissà se la proposta verrà portata avanti dal prossimo presidente.

L’idea non è male e anche gli economisti della Voce la trovano utile e si deve solo trovare la forma d’attuazione.

Infatti, se lo stato acquistasse uno stock di mutui dalle banche in difficoltà (per mancanza di liquidità), si avrebbero una serie di effetti positivi, senza costi per lo stato stesso, come invece avverrebbe se lo stato acquistasse azioni delle banche, che è un investimento, e basti pensare alle raccomandazioni politiche per nominare l’usciere della sede di Petralia Sottana (PA) o la ditta che farà le pulizie alla sede di Cenate Sotto (BG).

Lo stato potrebbe acquistare i mutui, direttamente o tramite una sua azienda, diventando così creditore del mutuatario al posto della banca, con il meccanismo della surroga.

Queste pratiche, acquisite in massa, non avrebbero bisogno di atti notarili e quindi non ci sarebbero oneri per i mutuatari.

Una volta subentrato come creditore lo stato potrebbe praticare tassi più bassi, e fissi.

Abbassando i tassi, milioni di famiglie e imprenditori si troverebbero con le rate da pagare in linea con quanto avevano progettato di pagare quando si erano indebitati prima che la BCE facesse la insensatezza di alzare i tassi per fare le gare con la FED e la Banca d’Inghilterra.

Il reddito così risparmiato ritornerebbe ai consumi, con tutti gli effetti positivi immaginabili.

Ma i soldi per l’operazione da dove li prende uno stato superindebitato?

La cosa è meno problematica di quanto sembri, infatti, basta che lo stato emetta dei titoli del debito pubblico con importo e scadenza pari ai mutui acquisiti e con un tasso uguale, o anche più basso, di quello praticato sui mutui. Se i mutui venissero regolati al 5%, lo stato potrebbe emettere titoli al 4%. Un’operazione quindi senza costi per la mano pubblica dove questa fa solo da garante fra un debitore ed un risparmiatore.

Proprio quello che facevano una volta le banche. Quando la banca era una cosa seria e c’era quella fesseria della banca universale che è la causa primaria della crisi finanziaria.

Mercato deregolato o sregolato?

Ieri 9 ottobre 2008, (anno bisesto, anno funesto), al Politecnico di Milano convegno sul futuro dell’economia e della finanza mondiale a fronte della crisi bancaria mondiale.

Solito disaccordo fra economisti sulla genesi della crisi, che potete leggere qui. Come al solito, la sconfitta è figlia di ignoti.

Su una cosa c’è estrema concordanza: tutto parte dall’avidità.

Dei manager, per stipendi sempre più ricchi e per restare in sella ad ogni costo, favoriti dalla mancanza di controlli.

Degli azionisti di voler accrescere il valore delle azioni, invece di puntare al normale dividendo effetto di una sana gestione.

Anche gli investitori hanno le loro colpe perché, è vero che i banchieri presentano appetitosi strumenti finanziari che promettono grandi guadagni, ma è anche vero che i risparmiatori, come la Geltrude di Manzoni, non dicono mai no se c’è da incassare senza lavorare. E peccano anche loro di avidità!

Perché certi peccati si devono fare per forza in due.

Il sessuomane e la puttana.

Il traditore e l’amante.

Il giocatore ed il baro.

Il banchiere avido ed il cliente, pure!

Non c’è più religione

Nel campo finanziario, una delle cose che si fa, ma non si dice, è il window dressing, una strategia adottata dai gestori di fondi, banchieri e manager per presentare agli investitori, e agli analisti di bocca buona (che pare siano tanti), una trimestrale che fornisca un’apparenza di buona salute, ottenuta però con manovre che si fanno solo per abbellire la vetrina.

Pare che la moda stia travalicando il campo finanziario.

Ora ci si mettono anche gli scienziati a falsificare i risultati delle loro ricerche, come pare abbia fatto un gruppo di ricerca sulle cellule staminali dell’università del Minnesota.

La cosa interessante, e molto simile a quello che è accaduto nel mondo bancario, è che il window dressing scientifico sia stato causato da totale mancanza di controlli.

Insomma, anche fra le provette ci sono authority di controllo che non controllano niente, anche se sono pagati milioni di euro dei contribuenti proprio per controllare.

Bandiera Bianca

La BCE ha tagliato i tassi!

E implicitamente ammette, di avere fatto la più grande cazzata della storia quando, per seguire astrusi modelli teoretici di monetaristi acritici, ha innalzato i tassi a livelli spropositati, ingenerando una stupida inutile devastante corsa con la FED a chi li portava sempre più in alto.

La classica gara che fanno i ragazzotti brufolosi sotto alle docce.

Il risultato, che avevo previsto con il buon senso del padre di famiglia, e senza tanto smanettare con astruse teorie economiche, è quello di questi tre post che prego di leggere senza pensare che da qualche parte io abbia una palla di vetro, ma di considerare che sono solo uno che ogni giorno osserva e parla con la gente comune, la povera gente sbattuta come fuscello nella tempesta, gente che deve avere paura del futuro, senza che ce ne sia bisogno, perchè abbiamo tutta la tecnologia e tutte le capacità per far vivere bene anche il popolo, oltre ai quei teorici che si trastullano con i tassi, comodamente seduti nelle loro torri di avorio, con stipendi favolosi, pagati da noi miliardi di poveri cristi in croce!

La BCE crea inflazione

Spiegazioni per non addetti ai lavori

L’euro guidato dai ciechi

Dove sono i nostri soldi?

Il signore raffigurato nel quadro del Museo di Capodimonte a Napoli è Luca Pacioli, un genio della matematica che, tra le altro, ha inventato la Partita Doppia, quella con il Dare e l’Avere, la base della contabilità in tutto il mondo.

La partita doppia però non è nata come strumento contabile, ma come strumento di sicurezza.

Scopo originario era di permettere al commerciante di tenere sotto controllo la bottega senza dover essere sempre presente. Infatti il sistema inventato dal Paciolo consisteva nel riportare in libri differenti le entrate e le uscite: qualcuno registrava quanti zecchini entravano in cassa e qualcun altro registrava quante pezze di stoffa uscivano dal magazzino.

La sera il commerciante prendeva i due libri e controllava che ad ogni uscita ci fosse un’entrata di cassa. Faceva la riconciliazione che permetterebbe ancora oggi di avere sotto controllo un’attività economica, dal negozietto alla multinazionale.

Un sistema sicuro perché i libri erano tenuti da persone diverse.

Poi, in uno sciagurato giorno per la contabilità, gli ingegneri hanno inventato il disco magnetico per il calcolatore e le registrazioni del Dare e dell’Avere sono finite nello stesso posto, vanificando così la certezza del dato perché, è ovvio, che stando nello stesso posto, è facile aggiustare le partite zoppe, cioè dove ad un Dare non corrisponde un Avere.

E di partita zoppa in partita zoppa abbiamo praticamente perso il controllo contabile del mondo.

Dove sono i nostri denari?

Sono labili registrazioni su qualche disco di una banca e, in un certo senso, sono ormai denari virtuali per cui, se io fossi un governante o un governatore, non mi preoccuperei molto della crisi finanziaria: nessuno ha più il controllo su nulla e quindi le partite zoppe possono essere aggiustate con un piccolo intervento sui dati e nessuno se ne accorgerà mai.

Certo, bisognerà che i signori che certificano i bilanci chiudano occhi, orecchie e bocca, ma neppure questo è un problema visto che lo fanno tranquillamente da anni quando certificano bilanci il cui Dare ed il cui Avere sono sullo stesso disco magnetico.