La scuola italiana: la fabbrica degli scarti

Scusate se uso i vecchi termini, ma sono stufo di questa casta di mariuoli, sessuonomi e cocainomani (di ogni colore politico) che ci prende per i fondelli cambiando solo il nome alle cose in modo che tutto cambi e tutto sia molto peggio di prima, per noi, ovviamente.

In una terza liceo, su 20 ragazzi, solo 5 promossi (25%), 5 bocciati (25%) e 10 rimandati (50%); uno addirittura in tutte le materie con corsi di recupero obbligatori e, infatti, il soggetto era molto spaventato dal dover studiare in due mesi tutte le materie.

Insomma, in qualche modo, un’altra a riforma rabberciata è stata applicata acriticamente, ma ci dovremmo interrogare su queste percentuali che, se fossero il risultato di una qualsiasi forma di produzione, sarebbero segni inequivocabili di dover chiudere quell’opificio fallimentare.

Restando alla brutalità dei dati di questa terza classe, essi dicono che:

1) il 25% dei pezzi sono scarti di lavorazione;
2) solo un 25% è defect-free;
3) il 50% va riportato in fabbrica per correggere i difetti.

In definitiva la fabbrica ha sfornato solo un quarto di prodotti buoni, il che mi sembra anche peggio di quello che faceva FIAT prima della cura Marchionne.

Ovviamente la fabbrica dirà che il problema era la materia prima che non era adatta!

Ma la fabbrica ha sempre ragione anche se, vista l’ecatombe fatta per un tardivo (dal ’68) recupero di severità, dobbiamo considerare che, in un paese con pochi giovani, con pochi diplomati e pochissimi laureati, ritardare di un anno l’entrata nel mondo del lavoro di questi ragazzi che sono stati considerati solo “scarti di lavorazione” avrà l’effetto di far arretrare ancora di più un paese dominato da vecchi barbogi che credono ancora alla loro favoletta auto assolutoria dove i giovani sono fannulloni (come i loro padri, of course), dimenticando che ogni bambino nasce con possibilità educative imprevedibili ed ha perciò diritto al pieno successo formativo.

Lo sancisce la Costituzione repubblicana ed è la Repubblica che deve farsene carico, rimuovendo, attraverso la scuola e nella scuola, tutti gli ostacoli che impediscono il dispiegarsi delle potenzialità del giovane.

Se questo non accade, il problema non era nel blocco di creta ma nella mano di chi lo forgia.
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